Scena Della Fiction 141021173058
TESTIMONIANZA 26 Ottobre Ott 2014 0800 26 ottobre 2014

Perrone: «Basta serie tivù di mafia»

Il figlio di un pentito di camorra sui danni delle fiction sulla criminalità organizzata.

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Una scena della fiction Gomorra.

Gli effetti di Gomorra «non sono gli irriverenti video dei The Jackal su Youtube, ma fanno molti più disastri di quanti ne possiate immaginare. Sono la legittimazione culturale della violenza e del crimine».
Domenico Perrone è un ragazzone di 26 anni. È figlio di Roberto, un ex boss ora pentito che gestiva, per conto del clan Polverino, qualcosa come mezzo miliardo di euro tra soldi sporchi e investimenti puliti in giro per il mondo.
DALLA PROTEZIONE ALLA VITA. Domenico fin da piccolo ha respirato l'aria che puzza di zolfo: poco più che maggiorenne girava in Porsche, ma non ha mai voluto imboccare la strada del crimine. Di nascosto leggeva i libri su Falcone e Borsellino, e guardava le fiction su Dalla Chiesa. E quando il papà si è messo in testa di collaborare con la giustizia, lui l'ha seguito finché ha potuto. Poi, ha deciso di uscire dal programma di protezione e vivere una vita sua.
«FICTION? UN INNO AI CLAN». «Va bene tutto: il marketing, la pubblicità, i botteghini ma bisogna dare un segnale a chi guarda queste produzioni», dice Perrone a Lettera43.it. «Un segnale non equivoco perché, finora, per quello che ho visto io, i messaggi sono tutt'altro che positivi». Le fiction, secondo il figlio del collaboratore di giustizia, sono un inno ai clan e ai loro capi. «E chi dice il contrario non sa di che cosa sta parlando». O forse, aggiunge, «lo sa bene, e insegue soltanto il profitto commerciale. Oggi chi è una icona antimafia? Uno scrittore di successo, un attore, uno sceneggiatore: non certo un prete di periferia, o un magistrato».

«La tivù e il cinema hanno sdoganato una fogna»

Una scena del Capo dei Capi.

La tivù, il cinema, la letteratura hanno sdoganato «una fogna dove non troverete mai nulla di buono».
«I ragazzini oggi guardano Gomorra o Il capo dei capi come quelli della precedente generazione facevano con Il camorrista di Giuseppe Tornatore» e ne restano affascinati. Col pericolo di un effetto emulazione che nessuno ha preso in considerazione.
RISCHIO EMULAZIONE. «I tatuaggi, il lessico, gli atteggiamenti esibiti dagli attori sullo schermo sono gli stessi di quelli di strada», spiega Perrone. «Chi si riconosce, pensa di essere un modello; e quelli che non si riconoscono, ne prendono spunto».
È la consacrazione della legge della giungla. «Davvero non capisco come si faccia a giustificare prodotti del genere: non bastavano i film, ora ci sono le serie con tanto di aggiornamenti. Io li ho conosciuti i ragazzi di malavita. So bene che cosa pensano e come si comportano. Sono ignoranti, sono delle bestie».
Il cortocircuito nasce dal fatto che in tivù l'immagine della camorra è quella di giovani spietati che fanno soldi, vanno con belle donne e vivono una vita avventurosa. Ma nella realtà le cose sono ben diverse.
«NEL CRIMINE NON C'È FASCINO». «Vi posso assicurare che, dal vivo, è tutta un'altra storia», precisa Perrone. Di affascinante non c'è nulla: «Non c'è brivido, non c'è eccitazione, non c'è sfida: solo la paura raggelante di essere arrestati, traditi o ammazzati, e anche quando sei pieno pieno di soldi, non hai mai pace». Sul piccolo e grande schermo, questo contrappasso, invece, emerge raramente.
Non è mostrando l'inferno - è il suo ragionamento - che si combattono i peccati. «Perché c'è anche chi all'inferno vuole andare coscientemente». E allora che fare? «Mostrare che fine fanno i camorristi, in un cimitero o in un carcere sorvegliati a vista per il resto della loro vita».
Poi si ferma, e si corregge: «Anzi, nemmeno questo: le fiction le farei su chi a Scampia si alza al mattino e va a lavorare perché ci vuole molto più coraggio per essere onesti, in quei luoghi, che per premere il grilletto o vendere la droga».

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