STORIE 26 Ottobre Ott 2014 2147 26 ottobre 2014

Raffaele Cutolo sepolto vivo in galera

Debole, ininfluente, invisibile. Cutolo da decenni non fa sentire la sua voce. E gli scugnizzi non conoscono più il suo nome. Grillo: «La mafia ha perso la morale».

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La sua scrittura è minuta, fitta, prolissa. E invade frenetica gli angoli più remoti del grande foglio di carta intestata.
La voglia di comunicare traspare inesausta. In una decina di anni (fino al 2006) Gemma Tisci, giornalista di Ottaviano, ha scambiato con lui tantissime lettere e cartoline, ha raccolto le confidenze e le debolezze, i momenti di depressione, le rabbie, la rassegnazione.
DA TRE DECENNI IN ISOLAMENTO. Alla fine, ha pubblicato in un libro (Ricordi in bianco e nero, edizioni Kimerik) il crudo carteggio offrendo spunti di polemica e un documento “storico” di indubbio interesse.
È la prima e unica volta che il boss Raffaele Cutolo, l’ex capo della Nuova camorra organizzata, rende noto quel che pensa di sé e degli altri dal buio di una carcerazione che si protrae senza sconti da molto tempo (per alcuni, «da un’eternità»).
Dall’Asinara a Belluno, da Novara a Terni e poi all’Aquila. Negli ultimi otto mesi è stato rinchiuso nel carcere di Parma. Da più di tre decenni vive in isolamento. Un isolamento totale.
HA 13 ERGASTOLI DA SCONTARE. Ha 73 anni, 13 ergastoli da scontare, una cinquantina di assoluzioni nel cassetto. È sottoposto a regime carcerario durissimo (stile 41 bis, quello riservato ai criminali più pericolosi) dal 1982, cioè da 10 anni prima che il provvedimento fosse inventato e gli fosse formalmente applicato dallo Stato italiano.
Raffaele Cutolo, detto ‘o professore di Ottaviano, fondatore e capo della Nuova camorra organizzata che negli Anni 70 e 80 si propose come una sorta di assurdo welfare alternativo (garantiva stipendi e assistenza agli affiliati e famiglie) ma provocò violenze, stragi e centinaia di morti ammazzati in Campania, è in carcere dal 27 settembre 1963 (tranne qualche breve periodo di libertà, dovuto all’evasione dal manicomio giudiziario di sant’Eframo a Napoli).

Dal 2010 non vuole più l'avvocato difensore

Nel 2010 l’ex boss ha salutato per l’ultima volta nel carcere di Terni il suo legale, l’avvocato Gaetano Aufiero, chiedendogli di non occuparsi più delle sue vicende giudiziarie.
Per lui, niente libri da leggere se non quelli della biblioteca interna. Nessun contatto gli è consentito con gli altri detenuti.
L’ora d’aria va goduta da solo, in un cortile riservato. La moglie Immacolata Iacone (sposata in carcere) e la figlia Denise (generata grazie all’inseminazione artificiale) vanno a trovarlo per un’ora il terzo sabato di ogni mese.
I SILENZI SULLA TRATTATIVA CIRILLO. È «un sepolto vivo», secondo molti, e con lui «la giustizia italiana sta esibendo un pugno di ferro di sapore vendicativo» e «mai ostentato nei confronti di nessuno fra i capi della criminalità organizzata, da Totò Riina a Leoluca Bagarella fino ai feroci Casalesi».
«Per Cutolo è una pena senza fine? Ben gli sta», ribattono altri, così «impara a non pentirsi» e a «tener segreto tutto quel che sa sulla prima trattativa tra lo Stato italiano e la grande delinquenza», quella imbastita nel 1981 con i terroristi delle Brigate rosse durante il sequestro dell’ex assessore regionale della Campania Ciro Cirillo, poi liberato grazie - si è detto - «alla fruttuosa mediazione» del boss che «molti leader della Democrazia cristiana e dei Servizi segreti si recarono in quei giorni a supplicare in carcere».
«È un uomo rassegnato. E anch’io ho capito che non è più possibile far sì che anche per lui valgano le regole dello Stato di diritto. Il periodo peggiore», ricorda l’avvocato Aufiero, «fu quello trascorso all’Asinara, dove fu spedito con una decisione discutibile dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini: il carcere, che era un ex porcilaio, venne riaperto solo per tener rinchiuso Raffaele Cutolo».
«IN CELLA SENZA LUCE E ACQUA». E Gemma Tisci, l’autrice del carteggio, aggiunge: «Mi ha scritto che lui all’Asinara era l’unico detenuto. In cella non c’era luce né acqua. Ma abbondavano i topi».
Isolamento, totale e perenne. Per quale motivo solo a Cutolo è riservato un regime tanto inderogabile? «Perché per gli inquirenti», spiega ancora il legale dell'ex boss, «lui potrebbe ancora commettere reati, sebbene stia in cella da 45 anni: sembra assurdo, ma è così e a nulla sono servite le numerose petizioni organizzate in suo favore affinché gli si applichi la giusta sanzione».
Con la famiglia Cutolo, secondo l'avvocato, lo Stato italiano «non ha mai mostrato incertezze», anzi: «Durante la detenzione, alla sorella Rosetta era vietato scambiare il segno della pace con le altre detenute. Alla fine, fu deciso che un prete celebrasse la messa solo per lei».
Racconta Gemma Tisci: «In una delle lettere, Cutolo mi rimprovera perché ho definito la sorella Rosetta occhi di ghiaccio. Lei, scrive, ha pagato per colpe che erano solo mie. Ce l’ha con i pentiti, li disprezza e se la prende con lo Stato che li gratifica. Io», scrive, «mi pento davanti a Dio e basta. La rigenerazione avviene scontando la pena con dignità».

Il suo esercito è scomparso: è un boss senza più alcun potere

Licenza elementare, ex vinaio, falegname, autonoleggiatore: ma che cosa è rimasto oggi di Raffaele Cutolo nel suo paese, a Ottaviano? E altrove? E che fine hanno fatto i suoi uomini più fidati?
Negli anni d’oro della Nuova camorra organizzata, cioè gli anni a cavallo tra il 1970 e il 1980, insanguinati dalla guerra contro quelli della Nuova famiglia comandati dai Giuliano di Forcella, nell’«esercito» di ‘o professore militavano circa 4 mila affiliati, organizzati in base a una gerarchia dettata dall’alto e legati da un sistema di mutuo soccorso in caso di difficoltà o bisogno.
Oggi, secondo gli inquirenti, di quell’organizzazione non resta nulla, neanche la nitida memoria.
I NUOVI SCUGNIZZI DEI CLAN NON LO CONOSCONO. Arrestati, pentiti, ammazzati o fuggiti altrove e scomparsi agli occhi del mondo: gli uomini di Cutolo, dai luogotenenti ai soldatini, hanno sembianze da fantasmi che i guaglioni di malavita targati anni 2000 neanche vagamente ricordano. E tantomeno conservano come modello da emulare. “Cutolo, chi?”, rispondono torvi a Scampìa o nel centro antico le nuove leve criminali senza radici né storia. Forse non se ne rendono conto, ma tutti i clan hanno comunque ripreso da Cutolo e dalla sua “filosofia” assistenzialista l’obbligo di garantire soldi e aiuti alle famiglie di chi si espone e finisce in galera o al cimitero. Ottaviano, oggi, è una (quasi) tranquilla cittadina vesuviana dove gli scioglimenti dell’amministrazione comunale per infiltrazioni di camorra non si susseguono più senza soste come prima. Anche la criminalità appare fortemente ridimensionata, addirittura in misura più consistente che nei paesini circostanti.
La sorella di Raffaele Cutolo, Rosetta, detta ‘a signurina (la signorina, perché non si è mai sposata, ndr) è vicina agli 80 anni, conduce una vita riservata tra preghiere in chiesa e il lavoro in campagna, non frequenta amici né riceve gente a casa. Altri tempi, rispetto a quando - negli Anni 80 - orchestrava come una papessa gli affari immondi del fratello in carcere con poteri di vita e di morte, pretendendo di tutelare in tal modo la Campania «dalle invadenze criminali di calabresi e siciliani».
LA SORELLA ROSETTA, EX LUOGOTENENTE. Altri tempi, rispetto a quando - nel 1982 - il boss poteva permettersi di far abbandonare in una strada del centro a Ottaviano la Fiat 128 rossa con dentro il cadavere del criminologo Aldo Semerari con la testa mozzata.
L’unico cruccio di Rosetta, oggi, è per il suo fratello imprigionato, che «soffre di una forma grave di diabete mal curato e di problemi alla vista».
È molto cambiata, la sorella del boss. Sembra, dicono, un’altra persona rispetto a colei che faceva avvicinare i giornalisti che scrivevano dei cutoliani minacciando e incutendo paura.
Uguale a se stessa è invece rimasta Immacolata Iacone, che sposò Cutolo in carcere da giovanissima e da lui, grazie all’inseminazione artificiale, ha avuto una bambina che si chiama Denise. L’ex boss, quando si sposarono, l’avvertì paterno: «Pensaci bene, perché tu sarai sempre la mia vedova».
Lei disse sì, comunque.
E da vedova si è rassegnata a vivere.

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