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SCENARIO 31 Ottobre Ott 2014 0610 31 ottobre 2014

Iraq, il giallo dei pozzi segreti

Oltre 90 giacimenti blindati dall'invasione del 2003. Soprattutto nel Sud del Paese. Dove l'Isis non è una minaccia per le compagnie.

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Non armi di distruzioni di massa. Ma tanto, tantissimo petrolio snobbato, per qualche remoto motivo, dai jihadisti dell'Isis.
OBAMA: IN IRAQ INTERESSI ENORMI». «In Iraq abbiamo interessi enormi», si è lasciato sfuggire Barack Obama nelle concitate e tormentate settimane prima dei raid. E chi ha messo piede nel Paese dopo la Seconda guerra del Golfo, d'altra parte, sa che dall'invasione anglo-americana diverse aree risultano recintate e blindate, off limits anche per la popolazione locale.
Che controllo ha il governo su questi terreni? Quali accordi sono stati stipulati con i premier fantoccio dopo la caduta del regime? Già nella sera del 20 marzo 2003, poche ore dopo l'attacco a terra, le forze britanniche e i marine si erano impossessati dei maggiori giacimenti petroliferi della provincia meridionale di Bassora.
OLTRE 90 POZZI SEGRETI. Ma altre decine di pozzi e riserve da esplorare, che non figurano sulle mappe ufficiali, sarebbero stati delimitati e resi inaccessibili. Recentemente, nella Baghdad dilaniata dai maxi-attentati e minacciata dal Califfato islamico, si è tenuta una grande conferenza internazionale di geologia. I pozzi sigillati, inaccessibili alla popolazione irachena ma a futuro uso e consumo degli occidentali, sarebbero una novantina: 92 per l'esattezza, secondo le informazioni in possesso di Lettera43.it.
Anziché rincorrere le presunte, sbandierate armi di distruzione di massa, in quasi 10 anni d'occupazione i soldati stranieri hanno piazzato bandierine per le compagnie energetiche, in primo luogo statunitensi e britanniche: i due Paesi che, all'Onu, lanciarono la minaccia dell'arsenale chimico iracheno.
RECORD DI CONTRATTI. Dopodiché, non solo la Coalizione dei volenterosi non ha mai trovato (né cercato?) le armi di distruzione di massa. Non ha neanche smantellato il vecchio armamentario chimico che Saddam Hussein usò nella guerra contro l'Iran e per reprimere i curdi.
I depositi di gas mostarda, sarin e altri agenti (assaltati nel 2014 dall'Isis) erano arcinoti agli occidentali, eppure non sono stati distrutti con una campagna internazionale come quella siriana. In compenso, dopo l'invasione, in Iraq sono stati firmati i maggiori contratti ventennali che l'industria del petrolio ricordi.

La caccia inglese ai grandi pozzi iracheni

Con i pozzi accaparrati in Iraq e quelli sicuri, a disposizione nella generosa Arabia Saudita, Stati Uniti e Gran Bretagna possono stare al sicuro per altri 100 anni.
All'inizio del 2003, prima dell'attacco, l'allora premier inglese Tony Blair si affannò a smentire «qualsiasi assurda teoria cospirazionista sul petrolio». «Non c'è nessuna relazione tra Saddam e il greggio, la questione non è il petrolio, sono le armi...», tenne a precisare.
I PIANI DI LONDRA. Ma appena sei mesi prima, nell'ottobre e nel novembre del 2012, i vertici della British Petroleum (Bp) e la baronessa Elizabeth Symons, lobbista laburista e ministro del Commercio, discutevano della spartizione di «enormi riserve di gas e petrolio in Iraq, in seguito all'impegno militare di Blair per i piani americani per rovesciare il regime».
GLI ATTI DESECRETATI. Il vero retroscena della guerra in Iraq è emerso solo nel 2011, dalle decine di testimonianze e dagli oltre 1.000 atti rilasciati, in cinque anni d'inchiesta, al giornalista Greg Muttitt che aveva fatto appello al Freedom of Information act sia in Gran Bretagna sia negli Usa.
I documenti desecretati dimostrano che Symons aveva dato parola di muovere pressioni all'Amministrazione di George W. Bush, «riferendo loro entro Natale», anche per agevolare Shell e l'allora British Gas (Bg), in «modo che le compagnie inglesi non potessero perdere terreno dopo il sostegno cospicuo dato agli Usa nella crisi».
LA CACCIA AL PETROLIO. Pubblicamente, il governo britannico negò «qualsiasi interesse energetico in Iraq», come anche la compagnia Bp. Ma, dietro le quinte, sempre nell'autunno il colosso petrolifero intavolava altre discussioni con il ministero degli Esteri, premurandosi di «assumersi grandi rischi», per non farsi sottrarre, dai russi e dai francesi, le «seconde riserve più grandi al mondo». In totale alla fine del 2002 ci furono «almeno cinque incontri tra funzionari pubblici, ministri e compagnie».
Una volta chiusa, nel 2005, la sua lunga parentesi al governo, la baronessa Symons, già presidente della Camera di Commercio arabo-inglese e intima dei reali sauditi, prestò poi consulenza per una banca d'affari, guarda caso attiva nella ricostruzione irachena.

Guerra in Iraq per il petrolio programmata nel 2001 da Bush

Quanto agli States, già nel 2005, un'inchiesta della Bbc svelò il piano nascosto della Casa Bianca sul petrolio iracheno.
In realtà, la guerra del 2003 giustificata dalla minaccia delle armi di distruzione di massa risultava programmata dalle «prime settimane» della presidenza di Bush junior, nel 2001, «mesi prima dell'11 settembre».
In California, poi a Washington e anche in Medio Oriente, l'advisor dell'industria petrolifera Falah Aljibury, di origine irachena, ha raccontato che si tennero in sua presenza una serie di incontri segreti, per «pianificare un colpo di Stato forzato a Baghdad». L'uomo d'affari avrebbe anche intervistato «potenziali successori di Saddam, per conto di Bush».
Dopo l'attacco e la presa di Baghdad a Londra ci sarebbe poi stato un colloquio tra funzionari del dipartimento di Stato Usa, advisor dei colossi energetici e vecchie volpi della Cia.
UN PETROLIO CONTROLLABILE. I piani iniziali puntavano a smembrare il cartello petrolifero dell'Opec, «aumentando gli attacchi agli impianti e alle condutture», nell'intento di «privatizzare il comparto iracheno». Ma i timori di una corsa all'oro nero e al gas da parte di terroristi e signori della guerra - come accadde con gli oligarchi nella Russia post-sovietica - a scapito degli stranieri, spinsero gli americani a lasciare pozzi e pipeline in mano a un'unica compagnia di Stato. A sua volta controllata da un ministro del Petrolio e da un premier assoggettati alle potenze estere.
Con i suoi 143 miliardi di barili accertati, l'Iraq possiede attualmente le quinte riserve al mondo. Almeno altri 100 miliardi di barili, secondo le stime, sarebbero nascosti in giacimenti non ancora identificati. Ma, chissà perché, dati praticamente per certi.
CINESI E INGLESI MAXI-INVESTITORI. «Petrolio facilmente estraibile e dai pozzi generosssimi», ha dichiarato anche l'ex amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni. Dalla guerra del 2003, persino la Cina si è fatta massicciamente largo nell'Eldorado iracheno, con grossi investimenti. La Gran Bretagna ha accresciuto e accrescerà ancora il suo ascendente nel Paese, con il neo premier Haider al Abadi, di casa a Londra.
Gli Stati Uniti, invece, con il boom dello shale gas (gli idrocarburi da scisti) casalingo, appaiono sempre più defilati nelle aste pubbliche per il petrolio a Baghdad.
Ma ci sono i misteriosi terreni presidiati, soprattutto nel Sud, dove i jihadisti non hanno intenzione di mettere piede. Stranamente l'Isis è una minaccia per il mondo, ma non per i grandi e appetibilissimi pozzi iracheni.

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