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SPIRITO ASPRO 1 Novembre Nov 2014 0800 01 novembre 2014

Brittany Maynard e i dubbi sull'eutanasia

La 29enne ha posticipato l'eutanasia. Il suo «non ancora» ci interroga.

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Brittany Maynard.

«Tuttavia non si tolse la vita con troppa fretta, ma si recise le vene, le riannodò a suo piacimento e le riaprì di nuovo e conversava con gli amici, ma non di argomenti seri… Andò a tavola, si concesse il sonno perché la sua morte, sebbene impostagli, fosse simile a una morte naturale».
Brittany Maynard non è la prima a pilotare il proprio suicidio non come un rettilineo ininterrotto verso il nulla, ma come un viaggio con soste e deviazioni imprevedibili perché «per ora mi diverto e rido», ha detto la ragazza alla Cnn, annunciando di aver deciso che oggi non staccherà la spina, ma domani chissà.
IL PRECEDENTE DI PETRONIO. Brittany ha un precedente illustre, e non in un morboso narciso dei social media, ma in Petronio, l'arbitro dell'eleganza neroniana. A costringerlo a darsi la morte non era stato un tumore al cervello, come nel caso della 29enne californiana, ma un imperatore folle e dispotico che agli oppositori di rango come Petronio o Seneca offriva il fai-da-te come alternativa pulita, dignitosa e stoicamente «figa» al supplizio o al sicario.
BOOMERANG PER IL POTERE. Dando ai suoi avversari politici uno strumento potentissimo contro di lui, perché la morte autogestita, anche 2000 anni fa, poteva diventare spettacolo, atto di sfida al potere e strumento di propaganda.
Seneca si taglia le vene di fronte alla moglie e ai servi e va fino in fondo, pienamente calato nel ruolo del saggio libero e intrepido; il gaudente Petronio, racconta Tacito, gioca con la propria morte, la rimanda, ci scherza su e nel frattempo scrive un pamphlet sulle zozzerie della corte neroniana.
Brittany, appresa la condanna a morte dai suoi medici, si è trasferita da San Francisco a Portland, Oregon, dove l'eutanasia è consentita, e ha chiesto la «dolce morte» per il primo novembre, annunciandola su YouTube; ma poi si è presa il tempo per assaporare meglio le dolcezze della vita - l'amore del marito e dei suoi genitori, i viaggi, i maestosi paesaggi americani, la musica - e all'ultimo momento non ha saputo decidere quale delle due era più dolce.
MORTE EDULCORATA. Forse la ragazza ha cominciato a sospettare che l'eutanasia non fosse veramente così dolce, ma solo morte edulcorata artificialmente, come le bibite light. Gli zuccheri della vita, che siano bianchi o bruni, sono sani ed energetici, senza fastidiosi retrogusti. E finché Brittany è nelle condizioni di gustarli, finché il despota folle e assassino che sta usurpando pian piano le cellule sane dei suoi organi le consentirà di vedere la bellezza del creato e sentirne i suoni e i profumi, non li sostituirà con una boccata di dolcificante mortale.
PADRONI DI NOI STESSI. Quando, un mese fa, ha annunciato di voler morire («Morirò quando decido io, è quel che mi resta») Brittany Maynard era stoica come Seneca, il filosofo secondo cui poter controllare la propria morte è la sicura chiave della libertà. Non siamo obbligati ad accettare nulla che violi la nostra dignità di uomini (malattia, dolore fisico e morale, oppressione, schiavitù), se possiamo andarcene dalla vita quando vogliamo e deciderne addirittura il giorno e l'ora. Da condannati a morte alla mercè del capriccioso potere del caso diventiamo inviolabili padroni di noi stessi. Ma, a distanza di qualche settimana, la ragazza col tumore al cervello è diventata epicurea come Petronio: la morte non le fa paura, perché quando c'è lei non ci siamo noi, e quando ci siamo noi lei non c'è.
SENSAZIONALISMO E CONDIVISIONE. A dispetto del sapore esibizionistico che alla vicenda hanno dato i social e la Rete, di cui Brittany, come tutti i giovani di questo mondo, è utente, il suo caso ripropone temi e dubbi antichi quanto l'uomo. I nasi si arricciano e le sopracciglia si aggrottano non tanto per la condivisione pubblica di situazioni e decisioni squisitamente private, quanto perché essa ci suggerisce domande e dubbi dai quali cerchiamo coscienziosamente di svicolare: noi cosa faremmo al suo posto? Fino a quando la vita vale la pena di essere vissuta? E basta l'opzione eutanasia o suicidio assistito a scongiurare tutte le nostre paure rispetto alla morte, al dolore, e al dolore della morte?
In Oregon quasi la metà dei pazienti che richiedono la dolce morte poi fa marcia indietro, come Brittany, o perché i sanitari emettono una prognosi più fausta o perché manca il coraggio (o la vigliaccheria, a seconda dei punti di vista) per fare il passo estremo. Brittany lo ha solo rimandato, e speriamo con tutte le nostre forze che questo non sia il suo ultimo «non ancora».
Perché quel «non ancora», come il rintocco della campana, suona anche per noi.

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