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DENUNCIA 2 Novembre Nov 2014 0900 02 novembre 2014

Cina, Black Jail: le prigioni illegali

Centri di detenzione. Dove sono consumati abusi e violenze. Senza processo. E in cui scompaiono cittadini da rieducare. Ma Pechino finge di non vedere.

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da Pechino

Una black Jail cinese.

L'Ong China Human Rights Defenders (Chrd) descrive le Black Jail (in cinese hei jianyu) attraverso interviste e report sul campo di attivisti locali. Sono centri di detenzione illegale dove, in nome della preservazione di una «società armoniosa», vengono rinchiusi i cittadini che lamentano torti subiti dalle autorità locali e minacciano di denunciarle a Pechino.
Quelli che, in onore di un'antica pratica imperiale, in Cina si chiamano petizionisti o questuanti.
DETENZIONE SENZA PROCESSO. Per essere rinchiuso nelle Black Jail non servono processi, né accuse formali. Sono spazi gestiti da guardie prezzolate (chengguan), di cui il governo centrale ha sempre negato l'esistenza. Il report di Chrd si basa su oltre 1.000 casi raccolti negli ultimi cinque anni. E denuncia che il loro numero è visibilmente cresciuto dopo che, nel 2013, sono stati ufficialmente chiusi i laojiao, centri di rieducazione destinati a petizionisti, prostitute, tossicodipendenti e molti altri tacciati di comportamenti antisociali. Il lavoro di alcuni attivisti ne documenta 96 in una sola città di medie dimensioni, Wuxi (1,5 milioni di abitanti).
BOTTE CON IMPUNITÀ. Il report di Chrd, intitolato significativamente Ti ammazziamo di botte con impunità sceglie di raccontare la realtà delle Black Jail raccontata dagli ex detenuti, l'80% dei quali è donna. Ma soprattutto denuncia la totale impunità di chi gestisce questi centri illegali di detenzione.
Le Black Jail non sono vere e proprie prigioni, il loro scopo primario è quello di far sparire persone scomode. Per questo qualsiasi posto dotato di quattro mura e difficile da individuare può servire allo scopo. Gli attivisti ne hanno documentato l'esistenza nelle scuole di Partito, negli scantinati delle scuole medie, in basi militari e palestre. Ma soprattutto in alberghi, magazzini e residenze abbandonate.

Tra gennaio 2012 e settembre 2014, 1.800 casi documentati

Le Black Jail si trovano ovunque, dalle scuole di Partito agli alberghi.

Nonostante il governo continui a negarne l'esistenza, le Black Jail hanno continuato a proliferare in tutto il Paese. Essendo di fatto un regime illegale e quindi non controllato, gli abusi che si perpetuano all'interno di esse sono moltissimi e difficilmente verificabili.
VIOLENZE FISICHE E ABUSI SESSUALI. Le testimonianze raccolte da Chrd sono terrificanti. Abusi rimasti nella maggior parte dei casi impuniti. Molte donne che hanno subito violenze fisiche e psicologiche e addirittura abusi sessuali si sono poi rivolte alla giustizia senza ricevere ascolto, anzi spesso peggiorando la loro situazione.
Anche per prevenire polemiche nel 2011 le autorità centrali hanno provato a farne chiudere alcune. Alla fine del 2011, per esempio, a Pechino è partita una grossa campagna. Ma i risultati non sono stati quelli sperati, se ancora nel 2013 la giornalista di Al Jazeera Melissa Chan riusciva a entrare in uno di questi centri documentando le violenze che vi si consumavano. E da quel momento nessun giornalista di Al Jazeera ha mai ottenuto il visto per operare in Cina.
DETENZIONI E MOMENTI CALDI. In ogni caso nel resto del Paese migliaia di cittadini continuano a essere detenuti illegalmente senza nessuna incriminazione formale. Un numero che sale con l'approssimarsi di eventi politicamente importanti o di anniversari particolarmente sensibili.
LE CLASSI DI RIEDUCAZIONE. Negli ultimi anni poi, alle Black Jail si è aggiunta la pratica delle «classi di educazione legale», una forma di detenzione in cui gli individui vengono rinchiusi per giorni e costretti a studiare leggi e regolamenti dello Stato.
Nella seconda metà del 2013, i dati raccolti dall'Ong che sono per forza di cose incompleti, rivelano che 1.044 cittadini cinesi sono stati forzatamente rinchiusi in queste classi. Per le Black Jail si parla invece di 1.800 casi documentati tra gennaio 2012 e settembre 2014.
Secondo l'analisi di Chrd, l'impennata di questi metodi può essere con sicurezza ricondotta alla chiusura dei campi di rieducazione.

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