INCHIESTA 6 Novembre Nov 2014 0610 06 novembre 2014

Mafia, perizie psichiatriche sotto accusa

Minacciati o corrotti, diagnosticano disturbi ai boss detenuti. Che escono di prigione. E tornano a gestire i loro affari. Così gli psichiatri aiutano le cosche.

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«Dottore, mi serve un suicidio». A Giuseppe Pelle, capo della omonima cosca di San Luca, nella Locride, non basta la «sindrome ansiosa in soggetto affetto da depressione maggiore» che gli era stata già diagnosticata. Giuseppe Pelle vuole che il dottor Francesco Moro scriva che ha tentato il suicidio.
Pelle è, secondo i giudici, «uno dei personaggi di maggior spessore dell’intera organizzazione unitaria denominata ‘ndrangheta». E chiede al medico una di quelle «patologie astratte che uno non sa mai dire se sta fingendo o non sta fingendo perché non è dimostrabile», come spiega al pm il pentito Samuele Lovato, ex killer dei Forastefano, il clan degli zingari che opera in provincia di Cosenza.
LA MALATTIA MENTALE PER SFUGGIRE ALLA GIUSTIZIA. «Chi lo può dire se uno è guarito o meno? Tu puoi stare una vita a essere depresso: e il perito a cui paghi dai 3 ai 5 mila euro di parcella non può certo andarti contro. Allora si fa in modo che la persona vada a finire in una di queste cliniche. Ma tu devi uscire dalla clinica quantomeno con i domiciliari per poter mantenere il controllo del territorio, rendo l’idea?».
Quello descritto da Lovato non è un caso isolato. Sempre più spesso i boss usano malattie mentali confezionate ad arte come strumento per sfuggire alla giustizia. Con la complicità di alcuni luminari della scienza della psiche.

Antonio Pelle: ricoverato a Locri e svanito nel nulla

Antonio Pelle, capo della cosca di San Luca.

I Pelle in Calabria sono potenti. Si tratta di uno dei clan coinvolti nella strage del 2007 a Duisburg, in Germania. Il capo è il boss Antonio, 52 anni, detto “la mamma”. Nel 2011, nel corso del processo per associazione mafiosa, gli venne diagnosticata «una grave forma di anoressia».
Aveva perso 50 chili e non diceva una parola, dovevano portarlo in aula in barella. Ricoverato per un malore all’ospedale di Locri, svanì nel nulla. C’erano voluti quattro anni di indagini per catturarlo.
Anoressie strane, perché in Italia questa malattia ha un’incidenza stimata attorno allo 0,5% e nove volte su 10 si tratta di adolescenti, in prevalenza donne, con un’età d’esordio attorno ai 15-17 anni.
ANORESSIA? NO, DEPERIMENTO AUTOINDOTTO. Spiega l’anomalia Corrado De Rosa, lo psichiatra che in due libri chiave (I medici della Camorra e Mafie da legare) ha denunciato come e perché i boss utilizzino la follia per ottenere benefici di giustizia: «Succede spesso di incontrare boss a cui è stata diagnosticata l’anoressia. Da quando ho iniziato ad approfondire il tema, ho potuto individuare almeno 30 casi di affiliati di grosso peso criminale che hanno strumentalizzato questa diagnosi».
Di solito si tratta di casi di deperimento organico autoindotto, a volte con l’aiuto di farmaci: perdono peso per uscire di galera, o per essere spostati in clinica, perché raggiunto un certo calo ponderale la legge obbliga il trasferimento.
LA 'NDRANGHETA MINACCIA, LA CAMORRA CORROMPE. «Sui mafiosi che sfruttano le perizie psichiatriche per uscire dal carcere si potrebbero scrivere interi tomi»: a parlare è Giuseppe Borrelli, magistrato da poco di nuovo in forze alla Direzione distrettuale antimafia (Dda) napoletana, dopo essersi occupato del fenomeno della simulazione della follia anche per la Dda di Catanzaro, dove ha condotto importanti indagini sulla collusioni tra ndranghetisti e camici bianchi.
E aggiunge: «Se in terra di ‘ndrangheta la collusione con i medici sembra aperta, e la minaccia di morte prevale sull’aspetto corruttivo, in Campania è più “liquida”, sfumata, e prevale la profferta corruttiva».

Giuseppe Gallo: dal «ritiro autistico» agli affari coi colombiani

Il boss della camorra Giuseppe Gallo.

Paradigmatico è il caso del camorrista Giuseppe Gallo, detto “Peppe ‘o pazz”, capo di una delle maggiori piazze di spaccio di droga del Mediterraneo. Le “carte ‘e pazz” di Gallo, le perizie psichiatriche, sono state la sua porta girevole per uscire di galera e rimanere sempre operativo.
Affiancando i 10 anni di carriera criminale a quelli di “carriera di pazzo” emerge in modo chiaro come funziona il sistema delle perizie.
DDA SULLE TRACCE DEL DOTTOR FERRARO. Per esempio, se il giorno dell’arresto il boss è, stando ai medici, “prigioniero” di un «ritiro autistico» è curioso che poco dopo, intercettato, tratti di persona con i cartelli del narcotraffico colombiano.
E che in 10 anni nessun medico si accorga di nulla.
È proprio seguendo Adolfo Ferraro, medico di fiducia di Gallo, che la Dda napoletana ha arrestato il boss.
PER I PM IL MEDICO INFORMÒ IL BOSS DELLE INDAGINI. Grave l’accusa allo psichiatra: stando a quanto si legge nell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari Aldo Esposito, che Lettera43.it ha potuto visionare, Ferraro avrebbe favorito la latitanza di Gallo informandolo delle indagini in corso a suo carico.
E se la vicenda giudiziaria è aperta, le conversazioni tra il medico e Annalisa De Martino (compagna di Beppe Gallo e tramite fra medico e clan), secondo gli investigatori fanno luce su una deontologia stravolta alla radice: «Dottore, come invalidiamo questa perizia?», «Dottore, lo conoscete a questo?», «Dottore, a mio cugino lo fate ricoverare da voi, in Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario, ndr)?».

Francesco Bruno: Russo e Provenzano tra i suoi 'pazienti'

Il criminologo Francesco Bruno.

Il caso di Francesco Bruno, criminologo noto al grande pubblico per le frequenti apparizioni in tivù (soprattutto a Porta a Porta), è invece paradigmatico di un conflitto d’interessi che, secondo i magistrati, mette a repentaglio i processi.
Bruno è uno studioso che ha firmato la voce “criminalità organizzata” sul Trattato di psicopatologia forense, ed è anche consulente per il Consiglio europeo e per il ministero dell’Interno su questioni di mafia.
LA PERIZIA FAVOREVOLE A SCHIAVONE. Eppure, nello studio del 2000, Stati di procurata incompatibilità con il regime carcerario, della sezione della Direzione nazionale antimafia (Dna) che si occupa di camorra, si legge che la perizia favorevole a Francesco Schiavone, il 'capo assoluto dei Casalesi', «è redatta (non si può fare a meno di notarlo) da uno degli specialisti indicati dal collaboratore Ammaturo nelle sue dichiarazioni del 5 giugno 2000 riportate in epigrafe». Lo specialista in questione è proprio Bruno.
IL CRIMINOLOGO HA VISITATO ANCHE GIUGLIANO E BASILE. Nel corso dei quasi 15 anni trascorsi da quelle prime “osservazioni” della Dna sono stati molti i mafiosi di primo piano visitati dal criminologo: Ettore Russo (affiliato del clan Cesarano), Beppe Gallo (boss del clan Gallo-Limelli-Vangone), Antonio Giugliano (boss del clan Giugliano), Luigi Basile (uomo chiave nel processo Spartacus a carico di Schiavone e di altri affiliati dei Casalesi) e Bernardo Provenzano, un caso di idoneità al carcere su cui si è discusso di recente.

FRANCO ROBERTI from RANIERI SALVADORINI on Vimeo.

Il procuratore Roberti: «Il conflitto d'interessi è inevitabile»

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti.

Sorge spontanea la domanda: è possibile che lo status di scienziato protegga da qualsiasi tipo di influenza, anche inconsapevole, quando da medico di fiducia del boss di turno si assume l’incarico di pubblico ufficiale?
Secondo Franco Roberti, oggi procuratore nazionale antimafia e nel 2000 promotore del primo (e unico) studio sulla simulazione della follia da parte della camorra, il conflitto d’interessi è inevitabile (lo afferma in un video inedito del 2012 dove spiega il funzionamento del sistema delle perizie, ndr).
Secondo Roberti «la commistione di ruoli tra la funzione pubblica e l’incarico privato incide sul processo in modo molto negativo, perché la valutazione sarà necessariamente più favorevole alla parte committente. Per questo andrebbe prevista una specifica incompatibilità di legge tra funzione pubblica e incarico privato».
LA PROPOSTA INASCOLTATA DI UN CENTRO PER LE PERIZIE. In questo modo, prosegue Roberti, «chi vorrà mettere il proprio sapere scientifico al servizio della criminalità sarà liberissimo di farlo. Garantirà il diritto di difesa, facendo una scelta trasparente. Ma non potrà fare perizie per le procure. E viceversa: i pubblici ufficiali avranno vincoli molto rigidi. A questo pensavamo quando proponemmo un centro nazionale per perizie». Ma le istituzioni fecero orecchie da mercante.
De Rosa spiega invece come funziona il “gioco diagnostico”: «Accade spesso che si giochi in modo sottile con segni e sintomi: nelle consulenze di parte e nei certificati un ‘tono dell’umore deflesso’ diventa una ‘depressione franca’, così come idee specifiche di non farcela ad andare avanti diventano ‘ideazioni suicidarie strutturate’».
E così via, finché da una sommatoria di sfumature e “slittamenti” diagnostici non si configura una “vera” patologia.
DE ROSA: «SITUAZIONI AL LIMITE PER I MEDICI». Le mafie si sono evolute, la psichiatria si è evoluta e così le tecniche di simulazione. Oggi il sistema più pericoloso e sofisticato sembra quello del deperimento organico, avverte De Rosa: quello che apre la strada alla diagnosi di “anoressia”.
Autoindotto o autentico, il deperimento organico è comunque un problema per il medico: «Si tratta di situazioni limite in cui è possibile mettere a rischio cuore e altri organi vitali, in quei casi nessun perito si sognerebbe di dire che i boss siano compatibili con il carcere». Perché perdere 30 chili in pochi mesi è tanto efficace quanto pericoloso: «La situazione può sfuggirgli di mano e a volte ‘tornare indietro’ è difficile».

I detenuti comuni pagano il prezzo delle strumentalizzazioni

Lo psichiatra Corrado De Rosa.

Il feroce paradosso è che il prezzo concreto di questa “doppia strumentalizzazione” (della follia e delle condizioni disastrose delle carceri) lo pagano i detenuti “comuni”, non potendosi certo permettere le capacità di persuasione di medici e avvocati di primo piano. Risultato: il diritto alla salute, garantito dalla legge e dalla Costituzione, si “attiva” per i boss, mentre per gli oltre 60 mila ospiti delle patrie galere si traduce spesso in un ulteriore giro di vite sulle misure alternative.
Secondo Mariagrazia Santucci, criminologa, invece, il fatto che la maggioranza delle perizie siano inattendibili comprometterebbe la situazione tout court: «Con il rischio di vedere una simulazione anche laddove non c’è, sbagliando per il verso opposto».
LE MANCANZE DEI GIUDICI. Un punto già sollevato da De Rosa: «Il perito si interfaccia con i medici che curano le persone che lui visita per conto dei giudici, ma di fatto svolge un compito di controllo, l'unica strada è quella di attenersi alla buona pratica medica e alla deontologia professionale».
Ma basta? Non sembra. «Un professionista che si offra di venire qui da noi in qualità di consulente», dicono alla Dda di Napoli, «per spiegarci certi aspetti tecnici in un procedimento, noi lo possiamo pagare non più di 8 euro all’ora, meno di una collaborazione domestica. Non è un sistema su cui possiamo fare affidamento».
E il giudice? «Accade che il giudice si appiattisca sul giudizio del perito», dice Roberti. È lui il peritus peritorum, il perito dei periti. Anche se spesso sembra dimenticarsene.
«SERVONO PERITI NON INTIMIDIBILI E NON CORRUTTIBILI». E qui le cose si complicano: se i medici hanno la via di fuga dell’errore diagnostico, viceversa l’eccessivo specialismo delle perizie, la titubanza dei periti che dicono e non dicono, il loro atteggiamento corporativo quando non omertoso, tutte difficoltà reali, possono essere utilizzate da alcuni giudici in modo speculare, per giustificare la mancata contestazione di perizie solamente descrittive in procedimenti delicati.
Il risultato è uno scaricabarile, anche se tra le due figure quella di maggior peso e responsabilità è senza dubbio il magistrato. «Per questo», spiega Roberti, «è necessario immunizzare la funzione sanitaria, ineliminabile dai grandi processi di mafia: abbiamo bisogno di periti non intimidibili e non corruttibili».
Ma la segnalazione della Dna, di come il gotha della mafia campana avesse usufruito del “sistema”, risale a quasi 15 anni fa. E così, la “follia” mafiosa altro non sembra che il riflesso della latitanza della politica.

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