REPORTAGE 18 Novembre Nov 2014 0800 18 novembre 2014

Basilicata, la vita dei migranti impiegati nei campi

Lavorano come animali per 15 euro al giorno. E dormono in casolari abbandonati. Alla mercé dei caporali. L43 tra i braccianti della Lucania (foto).

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da Venosa

Le città invisibili sono dappertutto, negli interstizi dove prosperano sfruttamento e indifferenza.
Non sono immaginarie. Sono reali, ma sottratte alla vista. Sono l’inferno dell’umanità, la spina che incrina la superficie piatta della buona convivenza civile. Boreano sta lì a dimostrarlo (guarda le foto).
Al confine tra Puglia e Basilicata, punto d’intersezione tra il Vulture e l’Alto Bradano, è una contrada del Comune di Venosa, nata con la riforma agraria degli Anni 50.
BOREANO, DALLA RIFORMA AGRARIA ALL'ABBANDONO. Oggi è un luogo abbandonato a se stesso: una chiesetta, casette fatiscenti e, a circa un chilometro di distanza, una lunga striscia di terra sterrata e malandata, popolata di casolari adibiti a rifugio per centinaia di persone. Burkinabè, ivoriani, ghanesi, nigeriani.
Sono loro i disperati, gli ultimi che fuggono dalle guerre e dalla miseria con la speranza di un futuro migliore. Qui dormono su materassi di fortuna, si arrangiano mangiando quel poco che riescono a procacciarsi, trascorrono la giornata tra lunghi periodi di alienazione e brevi momenti di convivialità.
1.500 MIGRANTI AL LAVORO NEI CAMPI. È fine ottobre, la raccolta del pomodoro è ormai terminata. A cavallo tra gli ultimi giorni di agosto e la prima metà di settembre, nella zona tra Lavello, Venosa, Palazzo San Gervasio, Spinazzola, Montemilone, lavorano circa 1.500 migranti.
Ora ci sono solo piccoli gruppi. Gli altri proseguono nel grand tour dello sfruttamento: a Nardò si va per le angurie, nella provincia di Foggia e di Potenza per i pomodori, a Rosarno per le arance, a Cassibile per le patate.
LA STAGIONE È FINITA, ALCUNI DEVONO ANCORA ESSERE PAGATI. I pochi diseredati rimasti a Boreano devono ancora essere pagati; alcuni di loro – una minoranza – attendono la maturazione delle olive. Alessandro, un ragazzo proveniente dalla Costa d’Avorio, è uno di questi. È in Italia da nove anni, ha «faticato» come muratore nelle province di Napoli, Caserta, Benevento.
Quando non c’è lavoro, si sposta nelle campagne della Puglia e della Lucania. I suoi occhi sono vuoti, il suo sorriso è una maschera che cela sofferenza e frustrazione. Ancora non sa cosa farà nei prossimi mesi: «Forse vado a Rosarno oppure torno a Quarto a cercare qualcosa. Vedremo».

Squadre da 20 braccianti: ognuna riempie cinque camion al giorno

Tra agosto e settembre lavorano a Boreano circa 1.500 migranti.

Da una parte, i migranti sono i soggetti deboli per eccellenza, costretti a subire il ricatto del permesso di soggiorno (quando non lavorano in nero); dall’altra, la catena dello sfruttamento ha bisogno della debolezza per prosperare. Da questo punto di vista, il caso del settore agroalimentare è esemplare. Più passaggi ci sono all’interno della filiera, maggiore ingiustizia si riproduce.
Al vertice della piramide ci sono le grandi catene di distribuzione, che impongono regole e prezzi. Gli imprenditori agricoli, per competere all’interno di un mercato così deregolamentato, scaricano i costi sulla forza lavoro. E poi ci sono i nuovi lenoni: intermediari, caporali, capisquadra.
OGNI CAMION CONTIENE 300 KG DI POMODORI. La zona del Vulture-Alto Bradano è uno dei tanti laboratori sparsi in Italia in cui la produzione dei frutti della terra è sperimentata attraverso l’abuso della manodopera.
I campi sono perlopiù di piccole e medie dimensioni (tra i 10 e i 15 ettari). Ogni squadra, composta da circa 20 braccianti, ognuno pagato tra i 15 e i 30 euro, raccoglie in media un ettaro al giorno di pomodori. Pari a circa quattro-cinque camion. Ogni camion può contenere fino a 90 cassoni da 300 chilogrammi.
UNA CASSA VALE 5 EURO, IL 50% VA AI CAPORALI. Secondo le stime di Gervasio Ungolo, responsabile dell’Osservatorio migranti Basilicata (Omb), «per la raccolta di 600 ettari, ossia la superficie dei soli terreni coltivati nel Comune di Palazzo San Gervasio, ci vogliono tra i 600 e i 700 mila euro».
La metà di questa somma va a finire nelle mani dei cosiddetti caporali. Che, per ogni cassa pagata tra i 3,50 e i 5 euro, intascano una cifra che va da un minimo di 1,50 fino a un massimo di 2,50 euro. E poi ci sono i servizi. Su ognuno di essi (trasporto, pasti, ricariche telefoniche) è trattenuta una percentuale.
INTERMEDIARI TRA DOMANDA E OFFERTA. Il caporale è un intermediario, una persona che conosce il territorio e ha contatti con gli agricoltori. È la cerniera indispensabile tra domanda e offerta, un’agenzia di lavoro interinale in carne e ossa. È il simbolo di un sistema che si perpetua sulle spalle dei migranti.
Eppure, avverte Gervasio, «non c’è una contrapposizione netta tra bracciante e capo». A volte, all’interno delle stesse comunità di africani, ci sono persone che assumono il ruolo di capisquadra. Ci sono persone che fanno da autisti per i propri connazionali e colgono «l’opportunità» di accaparrarsi qualche briciola in più.
LA STORIA DI NATAL, GHANESE IN BASILICATA DA 20 ANNI. Nella guerra tra poveri i confini tra sfruttatori e sfruttati sfumano, a tutto vantaggio di chi lucra sulle miserie degli altri. Natal, così si fa chiamare, viene dal Ghana e vive in Basilicata da 20 anni.
Lavora nei campi e, allo stesso tempo, procura l’acqua per gli umiliati di Boreano. «Quelli come Natal sono caporali?», si chiede Gervasio. «So solo che sono abbrutiti dall’ambiente in cui vivono, perché l’altra parte del mondo gli è negata».

Il campo di Venosa: gestito dalla Croce rossa, sta per chiudere

I migranti sono costretti a vivere in condizioni di miseria nei casolari di Boreano.

Le città invisibili non possono essere illuminate. «Luci a Boreano», progetto della Regione Basilicata finalizzato ad «accogliere» i migranti nel campo-tendopoli di Venosa, è una contraddizione in termini, una soluzione emergenziale che lascia irrisolti i problemi strutturali.
Il campo di Venosa è un luogo di emarginazione, diverso ma complementare al ghetto di Boreano. Gestito dalla Croce rossa, è inaccessibile ai non addetti.
«Si tratta di un centro di detenzione leggero e umanitario. Leggero perché è una tendopoli, umanitario perché è diretto dalla Cri», afferma Gervasio.
MIGRANTI COSTRETTI A TORNARE A BOREANO. Attivo da settembre, dovrebbe chiudere a fine ottobre. Con il risultato che chi ha intenzione di rimanere in zona sarà costretto a tornare a Boreano e trovare riparo nei casolari.
Gli stessi casolari che dovevano essere sgomberati secondo un’ordinanza comunale. Isaac è uno degli «abitanti» di Boreano. Avrà 35 anni ed è originario del Burkina Faso. Scuote la testa e ride amaro quando pensa alla gimcana tentata dalla task force regionale e dalle istituzioni locali: «Siamo stati tutta l’estate sotto la minaccia dello sgombero. Hanno detto che i casolari sono pericolanti. Ora chiudono il centro di Venosa e invitano i braccianti a tornare qui».
MANCA UNA POLITICA ABITATIVA INCLUSIVA. I migranti sono una presenza costante nell’area del Vulture-Alto Bradano da 30 anni a questa parte. Sono 30 anni che la raccolta del pomodoro si basa sul loro impiego.
La chiamano ancora emergenza; e ancora lo straniero è trattato come un corpo estraneo, mero ingranaggio della macchina produttiva, costretto a scegliere tra la detenzione nei campi d’accoglienza e l’isolamento in contrada Boreano. Di fatto non c’è spazio per una politica abitativa inclusiva, capace d’integrare i braccianti agricoli e di trattarli come esseri umani.
IL CIE COME SOLUZIONE. E poi c’è il Cie. La «Guantanamo d’Italia» chiude nel 2011 sull’onda dello scandalo provocato dall’inchiesta della giornalista di Repubblica Raffaella Cosentino. A breve, probabilmente nel 2015, dovrebbe riaprire grazie allo stanziamento di oltre 3 milioni di euro da parte del governo Monti.
Risorgerà a Palazzo San Gervasio, laddove la richiesta di manodopera debole e non sindacalizzata è massiccia, laddove ogni eccedenza può essere assorbita ed è ben vista per un’ulteriore compressione del mercato bracciantile.

Isaac: «Soffriamo tanto, non si può andare avanti così»

Uno dei tanti casolari di Boreano.

In qualunque modo la si guardi, ne esce un quadro desolante. Corpi e vite vengono gestiti, delimitati in spazi ben determinati, resi funzionali alla logica del potere.
La separatezza vissuta dai migranti è materiale e «spirituale». Materiale, perché sono confinati in ghetti, separati dal resto della società. Spirituale, perché alienazione e malcontento sono frutti che maturano con una certa velocità in queste condizioni. Basta osservare i loro occhi e i loro gesti; gli alloggi di fortuna in cui sono stipati a decine, nei periodi di massima intensità; le scarse condizioni igieniche a cui si abituano.
Isaac lo dice chiaramente: «Non si può andare avanti così. Noi soffriamo davvero tanto. Dobbiamo organizzarci e lottare».
TRA LOTTA E RASSEGNAZIONE. Un’altra Rosarno è alle porte? Difficile dirlo, anche perché non sembra che i semi del furore (per dirla alla Steinbeck) possano diventare «grappoli pronti per la vendemmia».
Ci sono divisioni tra i vari gruppi e le varie squadre; la rassegnazione è un sentimento prevalente rispetto alla formazione di una coscienza collettiva; la rabbia, quando affiora, è incanalata dagli stessi caporali, che si fanno forti della loro posizione mediana per accreditarsi presso le autorità.
MICHELE: «I MIGRANTI? NON POSSIAMO FARCI MOLTO». In questa situazione una piena integrazione sembra impossibile. Intolleranza e sentimenti xenofobi sono assenti all’interno delle comunità del Vulture e dell’Alto Bradano. Non c’è tuttavia una solidarietà attiva. Michele, garzone di un bar di Palazzo San Gervasio, la vede così: «I nostri amici di colore non danno fastidio. Immaginiamo quali siano le loro condizioni di vita, ma non possiamo farci molto». Certo, c’è una forma di assistenzialismo abbastanza avanzata, che fa capo alla Caritas e si serve di numerosi volontari. Collette per i vestiti e per il cibo sono organizzate periodicamente e trovano spesso l’appoggio dei cittadini. È un aiuto prezioso, non in grado però di smuovere il sistema dello sfruttamento.
SPORTELLI E SCUOLE, L'ATTIVISMO DELLE ASSOCIAZIONI. Ci sono poi associazioni, come l’Omb, che cercano di muoversi su un piano più radicale. Lo sportello legale, la scuola d’italiano, la fornitura di biciclette, le unità di strada (attualmente sospese) per combattere la prostituzione sono strumenti tesi a incidere maggiormente sulla struttura del caporalato. Gervasio spiega la missione dell’Osservatorio in poche parole: «I diritti, quando vengono a mancare, vengono a mancare per tutti. In un mercato al ribasso aiutare i migranti equivale a combattere per il bene collettivo».
Anche Gervasio è però consapevole che poco si può fare sul piano materiale. Assistenzialismo e sensibilizzazione sono probabilmente due facce della stessa medaglia. Armi spuntate, che rischiano di trasformare gli sforzi di singole persone di buona volontà in una fatica di Sisifo. In attesa della vendemmia degli ultimi della terra.

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