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STORIE 19 Novembre Nov 2014 0930 19 novembre 2014

Matthew Miller: «Io, in Nord Corea per farmi arrestare»

Il 25enne americano voleva «conoscere meglio il regime di Pyongyang». Così s'è fatto imprigionare. Ora che è stato liberato si dice pentito.

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Matthew Miller, 25 anni, in una foto pubblicata su Twitter.

Andare in Nord Corea con lo scopo di farsi imprigionare, per conoscere il vero volto del regime guidato da Kim Jong-un: la bizzarra idea è venuta lo scorso aprile a un cittadino americano di 25 anni, Matthew Miller.
Partito con l'obiettivo di finire in manette, Miller ha architettato una serie di espedienti nella speranza di arrivare in cella in tempi brevi.
UN BLOCK NOTES SOSPETTO. Anzitutto, ha danneggiato il proprio visto turistico sull’aereo che lo avrebbe portato a Pyongyang.
«I giorni precedenti il mio ingresso in Nord Corea mi trovavo in Cina e lì ho riempito di indizi sospetti un block notes che avevo con me», ha raccontato alla Bbc. «Ho scritto di essere un hacker e che avevo a che fare con l’esercito americano in Corea del Sud».

IL FERMO IN AEROPORTO. Risultato? Una volta atterrato il ragazzo è stato fermato dalle autorità e ha subito fatto richiesta di asilo, senza essere però preso troppo sul serio dagli ufficiali.
Le autorità hanno deciso di non deportarlo su due piedi ma di farlo alloggiare per qualche tempo, in attesa del processo, in un rispettabile albergo, seppur senza libertà di movimento e con la camera chiusa a chiave.
LA CONDANNA A SEI ANNI. Qui Miller ha passato cinque mesi della propria vita, disegnando fumetti e illustrazioni tutte dedicate alla sua grande passione: Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Fino a settembre 2014 quando sono arrivati la sentenza, sei anni ai lavori forzati, e il trasporto in una vera e propria prigione, descritta da Miller come «una specie di fabbrica».
Fino all’8 novembre, giorno in cui il 25enne è stato liberato (insieme con un altro cittadino Usa, Kenneth Bae) grazie all’intervento delle autorità statunitensi, Miller ha potuto guardare da vicino la parte più nascosta, e più controversa, della Corea del Nord.

PENTITO MA NON TROPPO. «Volevo soltanto trovarmi faccia a faccia con loro per dare una risposta alle mie domande su questo Paese», ha raccontato.
A posteriori, Matthew ha dichiarato di essersi pentito per avere costretto a mobilitarsi la diplomazia degli Stati Uniti, solitamente impegnata nella liberazione di cittadini detenuti tutt'altro che volontariamente, per risolvere la sua bravata: «Mi sento in colpa per il crimine che ho commesso. Sì, era un crimine. Ho sprecato il tempo sia dei coreani, sia degli americani». Ma c'è un 'ma': «È stato sì un errore, ma di successo perché ho potuto vedere e capire di più la Corea del Nord», ha concluso, a termine del viaggio nel suo personalissimo Paese delle Meraviglie.

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