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REPORTAGE 19 Novembre Nov 2014 0600 19 novembre 2014

Milano, viaggio nelle case occupate abusivamente

Samah è incinta, ma è stata cacciata dall'Aler. Melina sta in 50 metri con altri 4. Giusi e Carmela terrorizzate se qualcuno bussa. Storie da irregolari a Milano.

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La palazzina si affaccia su via Molise. Cinque, sei scale in una ampia corte ben tenuta. Si sale alle mansarde, con l'ascensore. Giusto due rampe e si arriva.
Un edificio popolare come tanti a Milano. Se non fosse per quelle porte sbarrate con lastre di metallo, o addirittura murate.
SONO CINQUE IN 50 METRI QUADRI. L'appartamento è una mansarda luminosa. Cinquanta metri quadri. Arredamento essenziale, qualche infiltrazione di umidità alle pareti, foto sulle mensole e due gatti.
Ci vivono in cinque: Melina, una cinquantina d'anni, il marito, il suocero e due dei tre figli, di 18 e 16 anni.
Lei ha perso il lavoro da poco. L'unico stipendio lo porta a casa il marito: 500 euro mensili. Più l'assegno del nonno. In tutto non arrivano ai mille euro.
Aveva chiesto l'aiuto degli assistenti sociali, ma niente. «'Siete abusive', ci hanno risposto».
GIUSI PRENDE 1.200 EURO AL MESE. La primogenita Giusi, 25 anni, bionda, occhi verdi e un microscopico piercing sul mento, otto mesi fa si è trasferita con il compagno in un bilocale, sempre nel quartiere. Ha trovato da poco un lavoro a termine e si fa bastare i 1.200 euro al mese. «Ma è un lavoro bellissimo e sono felicissima», assicura con entusiasmo.
Storie come tante. Tranne per un particolare: Giusi, Melina e le loro famiglie sono tutte abusive.

Nel 2013 a Milano circa 3.375 case occupate

La mansarda dell'Aler occupata da Melina.

Il fenomeno delle case occupate è in costante crescita, anche a Milano. Solo nel capoluogo lombardo, nei primi due mesi del 2014 si sono registrate 166 occupazioni e 123 sgomberi.
Alla fine del 2012 gli appartamenti occupati erano 2.963, di cui 1.789 di Aler e 1.174 del Comune. Un anno dopo erano 3.375, circa un 20% in più.
«ABBIAMO SFONDATO UNA MATTINA». Melina e Giusi hanno occupato un anno fa le «mansarde del Politecnico».
«Avevamo le valigie. Ci avevano detto che la casa era libera e siamo entrate». La porta «era mezza scassata, si vede che qualcuno aveva provato a sfondare prima di noi», ricordano a Lettera43.it. «C'era sporco dappertutto», aggiungono, «l'appartamento era chiuso da anni. Abbiamo pulito e ci siamo sistemati».
Conoscono il quartiere. E per loro non è stato difficile sapere quali case erano abbandonate. «Basta dare un'occhiata in giro, chiedere a qualcuno», spiega Giusi.
La famiglia di Melina viene da Palermo. E dopo essere stata ospite da amici in una casa popolare ha iniziato a occupare. Giocandosi così la possibilità di entrare nelle graduatorie dell'Aler. Se si occupa, infatti, si perde il diritto all'assegnazione.
BOLLETTE PAGATE REGOLARMENTE. In via Molise, in quella che considerano la loro casa, pagano regolarmente le bollette.
Hanno la residenza. Arriva loro la posta. A differenza di altri inquilini abusivi, però, non versano una cifra simbolica all'Aler. «Ci hanno detto che è inutile», dice Carmela, sorella di Melina, anche lei abusiva, mentre fuma una sigaretta sul divano.
Hanno provato a cacciarle quelli dell'Aler, a giugno 2014. «Stavano sgomberando la nostra dirimpettaia e ci hanno detto: 'Quest'altra volta tocca a voi'». Da allora ogni volta che lasciano l'appartamento la mattina per fare la spesa o andare a lavorare hanno paura di tornare e trovare le loro cose appoggiate sul pianerottolo o nel cortile. E la porta murata.
«SIAMO CONDANNATE ALL'ABUSIVISMO». Un'ansia con cui non hanno imparato a convivere. Ogni notte, ogni giorno è sempre la stessa storia. «Siamo condannate all'abusivismo. Non possiamo chiedere un alloggio popolare né permetterci un canone normale».
A volte, ammette Giusi con gli occhi gonfi, «vorrei che arrivassero, che ci cacciassero e che finisse tutto, perché così non si vive». E poi? «E poi ricominceremmo da un'altra parte, sfonderemmo un altro appartamento. Non c'è soluzione».
Il sogno di Giusi è avere un contratto di lavoro regolare, per prendersi una casa in affitto con il suo compagno e ricostruirsi una vita.
«O PERDO LA CASA O MAGARI IL LAVORO». Invece, per ora, col tempo determinato e di questi tempi è costretta a vivere nell'angoscia. «Con i disordini di questi giorni», aggiunge, «ho dovuto prendere quattro giorni di malattia per non lasciare la casa. Magari perdo anche il lavoro».
L'altra possibilità è rientrare in una sanatoria. Pagare un affitto concordato non sarebbe un problema. Ma per il momento la legge non lo prevede.
L'ATTESA PER LA TANTO AGOGNATA DEROGA. Carmela, tra un tiro e un altro, racconta la sua storia. Ha un bambino portatore di handicap e per questo spera nella deroga, la tanto agognata legge 15.
Lavora solo lei. Il suo uomo ha perso il lavoro. In tutto, compreso l'assegno di invalidità del piccolo, arrivano a 600, 700 euro. «Copriamo giusto le spese», ammette.
Poi si scalda quando commenta la manifestazione della mattina dei centri sociali: «Ci dissociamo, la loro battaglia non è la nostra», alza la voce.
«OGNI VOLTA CHE BUSSANO ABBIAMO PAURA». Vuole solo tranquillità. Poter crescere suo figlio senza l'ansia di dover trovare una casa da un giorno all'altro.
Le tre donne ammutoliscono quando sentono qualcuno alla porta. È solo un attimo: sono i due figli di Melina. «Ogni volta che bussano alla porta è così. Abbiamo paura».

Vestiti e borse sul pianerottolo: lo sgombero in diretta

Samah dopo lo sgombero.

Tempo di un'ultima sigaretta e Giusi scende. Dal quarto piano si sente un vociare. Sono donne velate, ragazze. Una è seduta su un gradino. Si tiene con una mano la testa e con l'altra il ventre. Piange. L'hanno appena sgomberata.
Si chiama Samah, ha 33 anni, è al terzo mese di gravidanza ed è in via Molise da nemmeno un mese. Lei e suo marito hanno raggiunto altri egiziani che abitano al secondo piano dello stesso stabile. Hossan e le sue quattro sorelle.
LASTRA DAVANTI ALLA PORTA. Samah indica con il dito l'entrata di quello che era il suo appartamento.
Una lastra di acciaio copre la porta, la muratura è ancora fresca.
All'esterno, sul pianerottolo sono ammassate le sue cose. Alcuni vestiti e borse sono stipati in un carrello del supermercato. Samah non parla bene l'italiano. E stanotte non sa dove dormire.
Le fa da traduttore Hossan. L'uomo non arriva ai 30 anni e vive in 50 metri quadri con le sue quattro sorelle. Hanno sistemato l'appartamento alla meglio. Un vetro della finestra è rotto ed è stato aggiustato con del nylon e dello scotch. Alla parete è attaccato un disegno realizzato coi pennarelli e una scritta: «Tanti auguri Hossan».
Quando i funzionari dell'Aler sono arrivati era sola in casa, li ha fatti entrare e ha dato loro le chiavi. Poi ha aspettato il marito accovacciata sulle scale.
«NON AVETE OCCUPATO CON PREAVVISO». Quando arriva la portinaia i toni si scaldano. Una delle donne egiziane chiede se l'indomani ci saranno altri sgomberi.
La donna, milanese, risponde che non lo sa. «Non è che avvisano, non possono. E anche voi, quando avete occupato l'appartamento mica avete dato un preavviso».
E poi: «Non si mettono al mondo i bambini in queste condizioni», sbotta. «Bisogna avere stabilità. Una casa, un lavoro».
«Ma accade, può accadere», interviene Giusi. E una sua amica, anche lei abusiva, si arrabbia quasi con Samah: «Perché hai dato loro le chiavi? Perché Samah?». E se la prende un po' anche con se stessa: «Non dovevamo andare a Corvetto, da quelli dei centri sociali. Dovevamo restare qua, a controllare la casa».

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