Regina Christopher Catrambone 141119110548
INIZIATIVA 19 Novembre Nov 2014 1213 19 novembre 2014

Moas, la prima fondazione privata salva-migranti

Hanno investito 4 milioni. Formato un equipaggio. E salvato 3 mila naufraghi. Lettera43.it a Malta incontra Regina e Christopher, coppia fondatrice del Moas.

  • ...

da Malta

Un'operazione di salvataggio del Moas. Nel riquadro, la fondatrice Regina Catrambone.

Regina e Christopher sono marito e moglie. Lei è siciliana, lui americano.
Definiti dalla Bbc «the millionaires who rescue people at sea», hanno messo in piedi a Malta la prima fondazione privata specializzata nel salvataggio dei migranti nel Mar Mediterraneo.
Si chiama Migrant Offshore Aid Station (Moas) e in tre mesi di attività ha tratto in salvo circa 3 mila persone.
REGINA: «L'IDEA? NEL 2013 IN SICILIA». L'idea, a Regina e Christopher, è venuta nell'ottobre del 2013: la coppia si trovava in vacanza in Sicilia, lei scorse un giubbotto beige galleggiare in mare, al largo della spiaggia dei Conigli, paradiso lampedusano per turisti.
«Mi rivolsi al capitano della nave per avere spiegazioni e lui disse “appartiene a qualcuno che non ce l'ha fatta”», ha raccontato Regina Catrambone a Lettera43.it. «Fu quello il momento preciso in cui decidemmo di investire le nostre risorse nel salvataggio di migranti in mare».
L'EQUIPAGGIO DEL MOAS CONTA 18 PERSONE. Christopher individuò in Virginia una nave d'esplorazione, la Phoenix, la fece modificare per realizzare quella che sarebbe diventata la piattaforma di salvataggio e, con una piccola squadra, attraversò l'Oceano Atlantico per raggiungere il porto di Marsa, a Malta.
Con l'ingresso in organico di Martin Xuareb nelle veci di direttore della fondazione, Marco Cauchi in quelle del capitano, e ancora medici, paramedici, film-maker e altri membri dell'equipaggio per un totale di 18 persone, nacque la squadra del Moas.

La prima missione: 300 persone tratte in salvo ad agosto

Dopo aver dotato la nave di droni ad alta tecnologia «che possono volare solo in acque di competenza maltese», spiega Martin, il Moas effettuò la prima spedizione di recupero il 25 agosto 2014.
In quell'occasione recuperò prima 300 persone sotto la guida della Capitaneria di Porto di Roma (tra loro 227 tra siriani e palestinesi, di cui 130 uomini, 40 donne e 57 bambini) e intercettò un gommone con a bordo 96 migranti provenienti dalla zona sub-sahariana. «Siamo come
un'ambulanza: soccorriamo le persone in difficoltà in fretta e diamo loro le prime cure», spiega Regina.
«SEGUIAMO GLI ORDINI DELLA GUARDIA COSTIERA». Una volta portati in salvo, seguiamo gli ordini del Guardia Costiera», aggiunge Martin. «Sono loro a compiere tutte le operazioni legali tra cui la schedatura. A volte abbiamo trasferito le persone soccorse sulle navi della Marina militare italiana, altre le abbiamo accompagnate in porto in Sicilia, ad esempio Porto Empedocle».
«Noi cerchiamo di pensare dal loro punto di vista», continua il direttore. «Sono persone spaventate che necessitano solo di un pasto caldo, di andare in bagno, di cure mediche».
Inoltre, spiegano, c'è sempre un occhio di riguardo verso i minori, nel cui caso vengono indicati alle autorità competenti gli eventuali accompagnatori extra-familiari.
TRASFERIMENTO ASSISTITO SULLE NAVI ITALIANE. Nelle tre spedizioni, durate da agosto a ottobre 2014 (periodi scelti in base alle statistiche di attraversamento del Mediterraneo), il Moas ha soccorso circa 3 mila migranti.
La metà è stata accolta sulla Phoenix dove ha ricevuto assistenza e cure e successivamente disimbarcata in porto sotto la guida dei centri competenti; della parte restante la squadra di Regina e Christopher ha assistito il trasferimento su navi italiane.

I costi: investimento totale di 4 milioni di euro

Il Moas costa ai Catrambone circa 400 mila euro al mese. «Tutti di tasca nostra», precisa Regina. «Abbiamo ricevuto qualche piccola donazione ma al momento è in banca. Finora abbiamo impiegato risorse nostre». In gran parte proventi dell'attività di famiglia, proprietaria di Tangiers, un contractor che opera nel campo delle assicurazioni. «Siamo fortunati: in questi anni abbiamo messo da parte risorse significative. Ma invece di comprarci una nave da crociera per farci le vacanze, ne abbiamo messa a una a disposizione del prossimo».
Il costo mensile si riferisce solamente alle spedizioni, «compreso l'affitto dei droni», specifica Martin. A questo vanno aggiunte le spese per la nave «che è di proprietà della famiglia, non del Moas», puntualizza ancora il direttore. L'investimento totale va dai 3 ai 4 milioni di euro.
LA NAVE È REGISTRATA IN BELIZE. Qualcuno s'è chiesto perché, se la fondazione è maltese, la Phoenix è registrata in Belize.
«L'unica ragione», spiega Regina, «è che non c'era il tempo materiale di fare tutta la documentazione per registrarla a Malta. Noi volevamo partire il prima possibile. Ma se dovessimo continuare la porteremo sotto bandiera maltese. E poi la bandiera del Belize ci rappresenta: un uomo bianco insieme a un uomo nero. Più significativo di così».
«SERVONO FONDI, DA SOLI NON CE LA FACCIAMO». Regina dice “se dovessimo continuare” perché al momento non sono previste altre spedizioni ed è terminato il periodo fissato da lei e dal marito per questo esperimento.
«Ora ci siamo messi dalla parte dello spettatore. Vediamo cosa accade. Da parte nostra volevamo dare uno spunto ma per continuare abbiamo bisogno di nuove risorse. Da soli non ce la possiamo più fare».
Per questo la fondazione ha pensato a una campagna di crowdfunding per raccogliere nuovi finanziamenti e ripartire con le missioni.

Le alternative: senza Mare Nostrum resta solo Triton

«Sappiamo benissimo», riprende Regina, «che la nostra iniziativa non servirà a risolvere il problema delle morti in mare legate all'immigrazione, che va risolto a terra impedendo a queste persone di imbarcarsi. Ma finché la gente prenderà la via del mare per raggiungere l'Europa allora ci sarà bisogno anche del Moas».
Sebbene sia solo una goccia nel mare, la famiglia italo-americana vorrebbe servire da spunto per altre iniziative del genere.
Nel 2014 130 mila migranti hanno attraversato il Mediterraneo e oltre 2.500 sono morti. Ma la politica europea ancora non è ancora riuscita a trovare una soluzione: ora che la missione italiana Mare Nostrum è terminata, non ci sono soluzioni alternative imminenti. Rimane solo Triton, sotto l'egida di Frontex, che però è una missione di controllo delle frontiere marittime, non di soccorso.
MOAS OBBLIGATO A SOCCORRERE, I PESCHERECCI NO. «Moas e Mare Nostrum non erano soluzioni a lungo termine ma arginavano il problema in un momento di emergenza. Noi eravamo, come le altre navi, obbligate ad assistere» spiega ancora Martin.
Che apre una parentesi a proposito dei problemi riscontrati dai pescherecci in mare costretti a soccorrere le imbarcazioni di migranti in pericolo: «Per i pescatori non è mai stato formulato un compenso per il salvataggio: tanti di loro hanno salvato persone dall'annegamento e poi hanno visto la loro barca sequestrata per giorni e giorni, così da perdere il pescato e con ciò le loro possibilità di guadagno».
Non stupisce quindi che ci siano imbarcazioni che fanno finta di nulla e scappano quando si ritrovano davanti una barca in difficoltà.
«NESSUNO MERITA DI MORIRE IN MARE». Ma a chi dice che salvare la gente in mare non farà altro che alimentare i tentativi clandestini di raggiungere l'Europa, Regina risponde: «Noi abbiamo messo in pratica un esperimento, non ci siamo fermati alle parole».
I migranti in mare, conclude, «c'erano già prima di noi, da parecchi anni. Noi saremmo contenti se non ci fosse bisogno del Moas ma al momento non ci sono alternative. E continuiamo a pensare che nessuno merita di morire in mare».

Articoli Correlati

Potresti esserti perso