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ANNIVERSARIO 20 Novembre Nov 2014 0616 20 novembre 2014

Ucraina, la rivoluzione arancione 10 anni dopo

Il Paese è spaccato in due. Ostaggio dei giochi di potere tra Russia e Occidente. Un decennio dopo la rivoluzione, Kiev è tornata al punto di partenza.

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Era il 21 novembre del 2004, in Ucraina si teneva il ballottaggio delle elezioni presidenziali tra Victor Yanukovich e Victor Yushchenko.
Vinse il primo, con il trucco, e la rivoluzione arancione portò nel giro di poche settimane alla ripetizione del voto che vide la scontata vittoria del secondo.
Come la storia proseguì è noto, con il naufragio in pochi mesi della strana coppia formata dal nuovo capo di Stato e dal primo ministro Yulia Tymoshenko.
Il disastro fu tale che Yanukovich tornò al potere nel 2010 senza bisogno di aiuti esterni.
ASCESA E DERIVA DEL CLAN YANUKOVICH. Negli ultimi quattro anni a Kiev si è assistito prima all’ascesa del clan presidenziale e poi alla sua rapida deriva, spazzato da Maidan. Ora il Paese è in guerra, con se stesso e con la Russia, alla Bankova c’è Petro Poroshenko, un oligarca che 10 anni fa era stato al fianco dei rivoluzionari, e il futuro è appeso a un filo.
L’Ucraina è sempre nella terra di mezzo, tra Mosca e Bruxelles, la geografia non si cambia con nuovi governi. Già nel 2004 la rivoluzione arancione non era stata solo un affare interno: da una parte la Russia e dall’altra l’Unione europea, come al solito in ordine sparso, insieme con gli Stati Uniti avevano duellato per mantenere o accrescere la propria influenza sull’ex repubblica sovietica.
Il gioco è andato avanti per due lustri, senza che nessuno dei contendenti mollasse la corda e i risultati sono sotto ora gli occhi di tutti.
LA RUSSIA NON È PIÙ QUELLA DEL 2004. Vista dal Cremlino la partita per l’Ucraina è molto più importante e simbolica rispetto a chi sta dall’altra parte del tavolo. E questa è la ragione per cui Vladimir Putin anche oggi non si lascia convincere facilmente a lasciare quieto il Donbass.
Quello del 2004 è stato solo il primo tempo: la Russia allora era ancora in una fase di assestamento, sia interno che esterno. Da una parte Putin aveva appena iniziato il suo secondo mandato, la risalita economica dopo gli anni critici di Boris Eltsin e il default del 1998 era cominciata, ma non consolidata, la verticale del potere in fase di finalizzazione.
Dall’altra parte la rivoluzione in Georgia del 2003 aveva anticipato quello che sarebbe successo a Kiev poco dopo, il Caucaso nel consueto stato di anarchia e in Asia centrale ognuno faceva i fatti suoi (in Kirghizistan la rivoluzione dei tulipani sarebbe arrivata nel 2005).

L'avanzata della Nato indispettisce il Cremlino

Nel marzo 2004 sette Paesi est-europei (Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia) erano entrati nella Nato. Da Mosca l’avanzata dell’Alleanza atlantica non poteva non suscitare scetticismo: nel 2009 arrivarono Croazia e Albania e gli ingressi di Georgia e Ucraina furono bloccati in extremis da Germania e Francia.
Putin, con la guerra nel 2008 che portò all’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud aveva in fondo tracciato la linea rossa oltre la quale l’Occidente non si sarebbe dovuto spingere. Ma a Bruxelles e Washington i segnali di Mosca, anche quelli più chiari, non sono tenuti in considerazione.
UN CAMBIO DI GOVERNO NECESSARIO. E se per un verso i programmi di partnership Nato sono stati intensificati, per l’altro quello di partenariato orientale dell’Unione europea che ha coinvolto a partire dal 2009 sei ex repubbliche sovietiche (Ucraina, Georgia, Bielorussia, Moldavia Azerbaigian e Armenia) è entrato per forza di cose in rotta di collisione con i piani russi.
L’Ucraina, dopo l’arrivo alla Bankova di Yanukovich nel 2010 e lo scivolamento verso Mosca nel 2013, è diventata il teatro di una nuova rivoluzione in cui il cambio di governo non è stato altro che l’obiettivo per riportare verso i binari occidentali il Paese. Visti i precedenti, nessuno poteva pensare che al Cremlino stessero a guardare. Putin si è messo così a restituire tutto con gli interessi, partendo dalla Crimea e passando per il Donbass. E non è ancora finita.
MOSCA NON PUÒ FARE A MENO DELL'UE. La Russia colpita dalle sanzioni si è rinchiusa in se stessa, lasciando aperto solo il lato orientale dove da Pechino nessuno fa lo schizzinoso. Parte del business energetico russo sarà deviato nei prossimi decenni su altre direttrici, ma i legami con l’Europa non potranno saltare, dato che la dipendenza è in qualche modo simmetrica.
Il secondo tempo della partita ucraina non è terminato, dato che sarà anche ciò che succederà a Kiev a determinare i prossimi sviluppi nel contesto internazionale. L’Occidente sembra interessarsi poco dei giochi di potere interni ucraini, esattamente come successo dopo la rivoluzione arancione. Anche se alcuni fattori in Ucraina sono cambiati, il prodotto finale difficilmente cambierà e a qualcuno dovrà raccogliere i cocci di un Paese a pezzi.

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