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STORIA 24 Novembre Nov 2014 1004 24 novembre 2014

Bologna, Ogr e le vittime dell'amianto

Sono già morti in 210. Ma il bilancio è destinato a crescere. L43 ha raccolto le voci degli ex operai dell'Officina grandi riparazioni. Decimati dal mesotelioma.

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Uno degli ultimi è stato Eros Giacomoni. Aveva 65 anni e se n’è andato il 17 luglio 2014. Il mesotelioma se l’è portato via in 16 mesi, senza che la chemioterapia e un intervento durato 17 ore potessero aiutarlo. Se non altro a regalargli qualche mese di vita in più.
Poco prima lo stesso tumore ai polmoni aveva ucciso Valter Nerozzi. Anche lui aveva 65 anni ed è morto il 21 gennaio 2014.
Non si era mai dato per vinto il Nerozzi. Si era informato sulla malattia e ha combattuto fino alla fine. Nonostante, come raccontava ai suoi ex colleghi, facesse ormai «fatica a fare le scale».
UN BILANCIO DESTINATO AD AUMENTARE. Sono solo le ultime due delle 210 vittime d’amianto delle Officine Grandi Riparazioni Fs di Bologna (Ogr).
Una stima purtroppo solo approssimativa che l'Asl non ha mai smentito. E che è destinata a crescere. Non solo perché, secondo i medici, il picco dei decessi si avrà tra il 2018 e il 2025, ma anche perché molti degli ex operai esposti alle fibre d’amianto sono tornati nei loro paesi e quindi una mappatura delle vittime diventa quasi impossibile.

«Con l'amianto? Ci giocavamo a palle di neve»

Una foto d'archivio delle Ogr.

È questa l’Eternit di Bologna. «Una città nella città», racconta a Lettera43.it Salvatore Fais, delegato Cgil della Ogr, «120 mila metri quadrati in via Casarini, nel quartiere Porto. Uno stabilimento anonimo, di cui molti bolognesi ignorano l'esistenza», appena fuori via Lame, a una manciata di chilometri dal centro. Dove oggi, dopo la bonifica, si riparano mezzi leggeri elettrici.
CONTATTO QUOTIDIANO. Tra gli Anni 60 e 80, qui lavoravano fino a 1.080 operai. Coibentavano e scoibentavano le carrozze. Una schiera di tappezzieri, elettricisti, lamierai, falegnami rimetteva in sesto quelle usurate. Venendo quotidianamente a contatto con l'amianto. Un materiale poco costoso, con proprietà ignifughe eccezionali: perfetto per sostituire il sughero come isolante.
Arrivava in sacchi di juta, ricordano all'Ogr, come fosse cotone.
I primi a metterci le mani erano gli operai della Davidson e Rhodes di Genova, a cui veniva subappaltato il grosso del lavoro. Coibentavano le carrozze spruzzando acqua e colla su quella strana lana per attaccarla ai soffitti. «A mani nude, senza mascherine, nell’open space», racconta Claudio B. «Poi entravamo in gioco noi».
«MANGIAVAMO IN MEZZO ALLA POLVERE». «Nei primi Anni 70», spiega ancora l'ex delle Ogr, «mangiavamo nelle carrozze in mezzo a tutta quella polvere. Quando era il compleanno di qualche collega organizzavamo tavolate».
Perché l’amianto frega. «Se avesse pizzicato o puzzato come un solvente», continua Claudio, «ci saremmo protetti. E invece sembrava neve, cotone».
«Con l’amianto ci giocavamo», conferma Matteo Antonio, 72 anni e in pensione dal 2002, «ci facevamo a palle di neve».
Nessuno aveva messo loro al corrente dei rischi e della pericolosità di quel materiale. Fino al luglio 1979 l'uso delle mascherine, quelle per proteggersi dalle polveri comuni, era una scelta individuale.
«SI VIVE CON UNA BOMBA IN CORPO». Claudio oggi ha 62 anni. Ha cominciato a lavorare come tappezziere alle Ogr nel 1974. Nel 1995 gli è stata diagnosticata la presenza di placche pleuriche. «Ho girato da un ospedale all’altro come uno zombie. Poi ho smesso di fare controlli», racconta. «Ogni volta che vedo un medico mi sento male. Perché so che se le placche si muovono è finita».
È come avere una bomba in corpo. E si è costretti a convivere ogni giorno con l’angoscia che il cancro si manifesti.
«Io mi ritengo fortunato», dice Giovannino Albanese, ex falegname Ogr. «Ora ho 72 anni. Ho visto morire colleghi di 50, 55 anni. Cerco solo di non fare sentire alla mia famiglia quello che ho nel cuore. Perché sono consapevole di ciò che può succedere domani mattina. Una volta che si manifesta, il corso del mesotelioma è quello. Non ci sono soluzioni».

«A Genova negli Anni 70 morivano ragazzi di 26 o 27 anni»

Una panoramica delle Officine grandi riparazioni di Bologna.

L’amianto si respirava, si toccava, si pestava. Molti operai portavano a casa gli indumenti contaminati, mettendo involontariamente a rischio le famiglie.
Non solo. «Nei tetti delle carrozze l'amianto era 'libero'. Ricoperto solo da formica con piccoli fori», racconta Claudio. «Solo in un secondo momento lo sostituimmo con quello rivestito. E sotto i sedili si trovava un’altra lastra per evitare che i motori rovinassero le poltrone». Nei treni, si arrabbia Claudio, «pioveva amianto, le polveri sottili cadevano a ogni scossone del vagone per essere poi respirate dai pendolari, dai viaggiatori».
Ma a metà degli Anni 70 qualcosa cominciò a non tornare. Dal 1975 le Ferrovie dello Stato decisero che i rotabili di nuova costruzione non dovessero essere più coibentati con amianto spruzzato, ma con lana di vetro molto più costosa. Prova, secondo i sindacati, che l'azienda era a conoscenza nella pericolosità del minerale.
LE PRIME MORTI DI GENOVA. «Dal giorno alla notte non vedemmo più in officina gli operai di Genova», ricorda Antonio. «Era il 1977 circa. Ci dissero solo che morivano, morivano come conigli. Per tubercolosi, per una brutta polmonite. Ma avevano solo 26, 27 anni». Così i lavoratori dell’Ogr cominciarono a informarsi e chiedere conto all’azienda. «Allora le ferrovie erano madre e padre», spiega Albanese. «I medici erano interni. Ci dicevano solo di non fumare e di non allarmarci».
«PER LORO ERI SOLO UN NUMERO». «Se ne fregavano della nostra salute», alza la voce Claudio. «Sapevano da anni che l'amianto era cancerogeno. Ma una volta che entravi lì per loro eri solo un numero di matricola. Il mio era 802.569».
Albanese si ricorda ancora l’incontro con un funzionario Fs arrivato da Roma. «Ci disse che c’era più amianto in Piazza Maggiore che all’interno dell’officina».
La soglia di rischio ora è fissata a 100 fibre a litro. All’interno dell'Ogr erano 800.
I processi a carico di ex dirigenti e sanitari Ogr in molti casi sono ancora in corso. Nel 2009, per esempio, sono state emesse cinque condanne per omicidio colposo per il decesso di 12 operai.
«CI SIAMO INVENTATI IL LAVORO». «Con i sindacati riuscimmo a ottenere le prime protezioni», continua Fais. «Turni di massimo sei ore e l'isolamento dei binari a rischio e docce di decontaminazione».
Non solo. «Ci rivolgemmo a un artigiano di Imola con cui creammo delle tute speciali con respiratori adeguati. Sembravamo dei palombari», ricorda con un pizzico d'orgoglio Antonio. «Ci siamo inventati il lavoro, noi che avevamo la quinta elementare». L'Enea nel 1994 proprio sui loro risultati ha redatto il protocollo sulla sicurezza.
L'ESTERNALIZZAZIONE AD AVELLINO. La risposta dell'azienda, raccontano gli ex operai, fu una: esternalizzazione. Prima all'Isochimica di Avellino, di Elio Graziano, già noto alle cronache per lo scandalo delle «lenzuola d'oro» (un giro di tangenti sempre con Fs).
«Io sono molisano», dice Albanese. «Nel Meridione avevamo bisogno di lavorare. E così per scaricare le responsabilità le Ferrovie trasferirono giù il lavoro più pericoloso. E i colleghi lo accettavano senza protezioni. Hanno semplicemente scaricato le responsabilità sul privato».
UN QUARTIERE AVVELENATO. Il risultato di quella che Fais definisce senza mezzi termini «scelta delinquenziale» è purtroppo sotto gli occhi di tutti. Ad Avellino sono già morti in 15. Centocinquanta ex operai sono ammalati. E un intero quartiere è stato avvelenato dall'amianto.
«Papà Elio», così veniva chiamato l'imprenditore, è stato condannato per corruzione e omicidio colposo.
Lo stesso discorso vale nel Padovano. Vecchi zuccherifici divennero officine. «Andai di persona a vedere come lavoravano», racconta Antonio. C’era un puzzo di melassa ovunque. Il padrone si vantava di aver comperato il lavoro. Sfruttava operai africani che vivevano in baracche recintate. Lavoravano a petto nudo, per il caldo».

La rabbia per la sentenza Eternit: «Era già tutto deciso»

Salvatore Fais in piazza Maggiore a Bologna.

Ora restano la rabbia e la paura. Non solo quella di scoprire di avere dai sei ai 13 mesi di vita. Ma anche quella di rispondere al telefono e sentirsi dire che un altro amico se n'è andato, spiega Fais che ha raccolto il materiale e la memoria dell'Ogr in un museo dedicato alle vittime.
Una rabbia che non riesce a spegnersi.
DAVANTI ALLA CASSAZIONE. Molti degli ex operai Ogr erano a Roma, nell'aula magna delle Cassazione, per la sentenza Eternit. «Ci avevano detto che sarebbe slittata e così non siamo rimasti fino alla fine», dicono tutti. «L'hanno fatto apposta. Avevano già deciso. E volevano evitare che ci fossero dei disordini in aula».
«Mi sono cadute le braccia», ricorda Matteo. «È calato come un silenzio di tomba, sembrava di essere in chiesa», continua Albanese. «Noi non capivano cosa stesse succedendo. Abbiamo saputo della sentenza mentre eravamo in treno, al ritorno».
Claudio una volta sentito della prescrizione ha spento il televisore. È troppo per lui. «Sapere che a Bologna come a Casale e in tante altre parti d'Italia si sono lasciati morire gli operai fa male, tanto. Dal 1952 si sapeva della pericolosità dell'amianto. E loro non hanno fatto nulla».
«Loro sapevano», conclude con la voce rotta Anna, vedova di Eros Giacomoni. «Lo sapevano e li hanno lasciati morire. È una strage. E per questo devono pagare».
FS: «ATTENZIONE AL TEMA PRIMA DI ALTRI». Ferrovie, contattata da Lettera43.it, smentisce però ogni accusa. «Negli Anni 70 ancora non c'era diffusa consapevolezza a livello normativo», fanno sapere dall'ufficio stampa. «Anzi come Ferrovie abbiamo anticipato i tempi rispetto a molte altre realtà italiane».
Il fatto stesso che venissero fatte visite mediche, secondo Fs, «indica una sensibilità particolare al tema, maturata prima che in tanti altri ambienti industriali». E l'azienda ha già affrontato «una molteplicità di situazioni stragiudiziali, nonostante», fanno presente, «la malattia e la vita non abbiano un prezzo».

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