Casaralta 141125182512
STORIE 27 Novembre Nov 2014 1400 27 novembre 2014

Casaralta di Bologna, fabbrica dell'amianto

Senza protezioni. Inalando ogni giorno polveri. Le voci degli ex operai della Bolognina. Sopravvissuti alla «strage» della città.

  • ...

L'interno dello stabilimento Casaralta demolito nel 2010.

All'ingresso dello stabilimento di via Stalingrado, a Bologna, campeggiava un cartello: «Fabbrica chiusa per strage».
Una verità solo parziale. Perché le officine Casaralta, uno dei simboli industriali del quartiere Navile di Bologna, sono state chiuse a causa della crisi. Dismesse. Dopo battaglie e anche occupazioni da parte degli operai. Tra gli Anni 70 e gli 80 ci lavoravano in almeno 500.
Ma comunque una verità. Perché alle Casaralta si moriva. E sempre per lo stesso motivo: l'amianto. Secondo le stime Asl, dal 1989 si sono registrati 186 casi di malattie amianto correlate: 56 casi di mesotelioma, 114 carcinomi polmonari, due di carcinoma alla laringe, tre asbestosi e 11 casi di placche pleuriche. «E sono numeri parziali», spiega Villiam Alberghini, medico del lavoro.
PULVISCOLO BIANCASTRO. L'azienda si occupava - esattamente come le Officine grandi riparazioni - della coibentazione, ristrutturazione e verniciatura delle carrozze ferroviarie.
E gli operai lavoravano nell'amianto. Non solo lo raschiavano dalle carrozze, ma lo impastavano. E d'amianto era rivestito il capannone.
«Quando c'erano gli acquazzoni e i temporali», ricorda Nando Cicchelli, in Casaralta dal settembre 1977 al 1988, a Lettera43.it, «si riempivano le buche sotto i rotabili dove stavamo per sistemare le carrozze. Una volta evaporata l'acqua, rimaneva uno strato di pulviscolo biancastro».
«NOI NON SAPEVAMO NULLA». E si lavorava senza alcuna protezione. «L'azienda non ne parlava. Noi non sapevamo nulla», insiste.
Solo intorno al 1990 emerse il problema amianto. «Gli amici morivano di mesotelioma», dice Cicchelli prendendo un grande respiro e ricondando tutti i tumori. «Io ho assistito fino all'ultimo Gianfranco. Piangeva come un bambino e tremava per il dolore. Mi chiedeva di aiutarlo».
«LE FIBRE SI PORTAVANO A CASA». In tutto (ma le stime sono riviste al ribasso) si parla di una sessantina di morti. C'è chi dice un centinaio. Tra cui mogli e figli dei dipendenti delle officine.
Perché quel materiale lo si portava a casa, «sulle tute», spiega l'ex capo reparto verniciatura Fosco Servadei.
Ma non solo. «Era un materiale eccezionale. Molti se ne portavano a casa un po' per qualche lavoretto. E c'era chi ne prendeva una lastra per appoggiarci il ferro da stiro».
Servadei è entrato in Casaralta nel 1968 a 37 anni ed è andato in pensione nell'88, con uno sconto di cinque anni perché lavoratore esposto all'amianto.
MALATTIA POLMONARE CRONICA. Ha contratto l'asbestosi, malattia polmonare cronica. Lo ha saputo solo nel 2001. «Vedendo che molti miei ex colleghi morivano di cancro alla pleura o ai polmoni», ricorda, «andai da un medico a cui raccontai il mio lavoro. Dalle lastre emerse la malattia».
Oggi, arrivato a 81 anni, si dice abbastanza sereno. Ma il rancore e la rabbia restano. «Se penso a quello che ho rischiato... Ho avuto una bomba in corpo senza saperlo».

Rinviati a giudizio tre ex membri del Cda della Casaralta

Tre ex membri del cda della Casaralta sono stati rinviati a processio il 24 novembre.

Alle officine si seguiva strettamente il protocollo delle Ferrovie dello Stato.
«Le carrozze dovevano essere realizzate come volevano loro, quelli delle Fs», spiega Servadei, «altrimenti erano problemi seri per i nostri responsabili». Ogni passo era seguito da supervisori. «Anche alcuni di loro sono morti», dice l'ex capo reparto.
Erano stati fatti lavori per ridurre l'inquinamento acustico. Ma l'amianto no: era l'ultimo dei problemi.
OTTO ORE SENZA PROTEZIONE. Si lavorava otto ore al giorno senza protezione, ripetono tutti gli ex lavoratori ricordando la sentenza di rinvio a giudizio (emessa il 24 novembre) per omicidio e lesioni colpose nei confronti dei lavoratori di tre ex membri del consiglio di amministrazione.
Non è il primo procedimento che riguarda la Casaralta. Per la morte di 20 operai era già stato condannato in primo grado l’ex direttore generale Carlo Farina perché Giorgio Regazzoni, il numero uno, nel frattempo era deceduto. Farina per ragioni di salute non poté partecipare al processo d'Appello.
«LE MASCHERINE? DA FIGHETTI». Con l'amianto «ci giocavamo. Ci mangiavamo. Molti di noi schiacciavano il pisolino dopo pranzo sui sacchi di juta pieni di quei fiocchi», ricorda Bruno Betti, ex capo reparto carpentieri.
Le mascherine venivano utilizzate, sì. Ma quelle per le polveri comuni. «E chi le chiedeva», spiega Stefano Scaramazza, ex operaio e delegato Fiom, «passava addirittura per fighetto».
«LO SI RASCHIAVA A MANO». Betti, nel presentarsi, precisa la data esatta di assunzione, con un pizzico di orgoglio: «21 gennaio 1951».
Era poco più di un bambino: aveva 14 anni e due mesi. «Sono entrato garzone e sono uscito capo reparto. Ho fatto carriera», sorride.
È rimasto al lavoro fino alla fine del 1988. «Dove spruzzavano l'amianto ci lavoravamo tutti. Veniva raschiato a mano», racconta. Ma non vuole attaccare i responsabili dell'azienda. «Anche loro stavano là dentro. Se avessero saputo qualcosa senza dircelo, sarebbero stati due volte delinquenti».
VISITE SPECIALISTICHE DAL 1977. Eppure la pericolosità dell'amianto era nota. A livello mondiale i primi studi sono datati 1936. Ma c'è chi li fa risalire addirittura ai primi del 900. Nella seconda metà degli Anni 60, poi, le ricerche scientifiche si moltiplicarono.
Alla Casaralta di questo «non si sapeva nulla». Ma le voci correvano in fretta. I morti per «polmonite» o «per il fumo» tra i lavoratori cominciavano a sommarsi. Le visite specialistiche in accordo con l'Enpi (l'attuale Inail) cominciarono nel 1977.
Vero è che già nel 1956, il dpr 303 stabiliva il rischio dell'esposizione a polveri. «Era generico, questo sì», spiega Alberghini, «ma stabiliva l'eliminazione o la riduzione al minimo del rischio. Il problema è che non è stato applicato».
Le cose in officina cambiarono leggermente dopo gli Anni 80. «Non si spruzzava più l'amianto, ma arrivavano le carrozze da sistemare. E lì di amianto ce n'era. E tanto», continua Betti. In certi reparti, aggiunge Servadei, «c'era così tanta polvere che pareva ci fosse la nebbia, non si vedeva a un metro».
Betti oggi convive con le placche pleuriche. «Mi hanno dato 3 mila euro», sorride amaro. In questi anni ha visto morire tanti amici e colleghi. E le loro mogli.

Il diritto alla salute si è scontrato col diritto al lavoro

Le offine Casaralta a Bologna.

Casaralta non è solo una delle Eternit di Bologna. Essendo privata, spiega il legale di parte civile, i controlli non erano svolti a dovere.
I dipendenti lavoravano avvolti dall'amianto. Ma è anche una 'Ilva'. Il diritto alla salute si è infatti scontrato con il diritto al lavoro.
«Si tratta di una strage», dice senza mezzi termini Alberghini. «Nella città di Bologna abbiamo registrato 643 casi di malattie amianto correlate: 186 alle Casaralta e 403 alle Ogr». Questo significa che il 91% dei casi è concentrato nelle due aziende che riparavano rotabili delle Fs. «Il rischio vero era lì». Nel territorio di competenza della Asl del capoluogo emiliano (la provincia meno Imola), i casi diventano 749. «L'86% dei quali concentrati in città», fa notare il medico del lavoro.
I PROBLEMI ERANO ECONOMICI. I veri problemi, spiega chi ha seguito il dossier Casaralta, erano economici. Lo scandalo amianto alla fine è stato cavalcato dall'azienda per chiudere il polo di Bologna. Un pretesto per gestire la crisi e vendere 70 mila metri quadrati appetibili dal punto di vista immobiliare.
Gli stabilimenti sono stati dismessi e abbandonati. Dopo un lungo periodo di crisi, nel 2010, le officine messe in demolizione. Previo sgombero degli immigrati che nel frattempo vi si erano accampati.
RILEVAZIONI MAI PIÙ FATTE. Altro capitolo, invece, riguarda la bonifica durata due anni. Ma come confermano dall'Arpa a Lettera43.it, «le rilevazioni successive non sono state fatte per la presenza di amianto», perché «le superfici erano pavimentate». Secondo alcuni, tra cui Cicchelli, però quell'area «è ancora avvelenata».

Correlati

Potresti esserti perso