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TESTIMONIANZA 28 Novembre Nov 2014 1519 28 novembre 2014

Afghanistan: Nader Alemi, psichiatra dei talebani

Presero la sua città. Ma lui ne curò a migliaia, incluso il vice del mullah Omar. «Erano depressi. Alcuni volevano suicidarsi, ma la religione glielo vietava».

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Lo psichiatra afghano Nader Alemi.

Fine Anni 90. L'Afghanistan nelle mani dei talebani. Molti di loro alle prese con disturbi psicologici causati dalla guerra.
A curarli, nonostante non ne condividesse l'ideologia, fu uno psichiatra afghano. Il suo nome era Nader Alemi.
Figura popolare in Afghanistan, Nader viveva - e vive ancora - a Mazar e Sharif, nel Nord del Paese. Le forze talebane occuparono la città nell'agosto 1998 prendendo il controllo di gran parte del territorio circostante.
Ma mentre avanzavano sul campo di battaglia, la mente presentava il conto di anni di combattimenti.
PSICHIATRA DEL VICE DI OMAR. Nader era l'unico psichiatra nella zona a parlare pashto, la lingua dei talebani. «Ricordo i primi che vennero da me», racconta oggi alla Bbc. «La maggior parte di loro non era mai stata da un medico prima».
Un giorno il governatore provinciale Akthar Osmani, secondo in comando dopo il mullah Omar, lo convocò. «Sentiva le voci e stava delirando, le sue guardie del corpo mi dissero che potevano sentirlo farneticare durante la notte», racconta Nader. Akhtar arrivò anche a non riconoscere più i membri del suo stesso staff.
«Quell'uomo era stato in prima linea per Dio sa quanto tempo, e Dio solo sa quante persone ha visto uccidere di fronte a lui. Tutte quelle esplosioni, tutte quelle urla».
«HO CURATO MIGLIAIA DI TALEBANI». Nader avrebbe voluto vedere Akhtar regolarmente, per fornirgli un supporto a lungo termine, ma il mullah partiva in missione ogni tre mesi. Nel 2006 fu ucciso in un attacco aereo.
Dopo di lui, Nader curò tanti alti funzionari talebani. «Uno mi chiese di vederlo nel suo quartier generale, soffriva di depressione e dolore cronico. In tutto non ricordo quanti vennero da me, comunque nell'ordine delle migliaia. Li ho curati per quasi tre anni, prima che Mazar venisse riconquistata nel novembre del 2001».

Mazar e Sharif è la quarta città afghana per grandezza.

Nader Alemi: «Soffrivano l'incertezza, alcuni volevano morire»

Alla base dei disturbi dei talebani, ha raccontato lo psichiatra, c'era «l'incertezza. Non avevano alcun controllo su ciò che stava accadendo loro. Erano depressi perché non sapevano mai cosa sarebbe successo da un momento all'altro. La maggior parte di loro non vedeva le loro famiglie da mesi».
Nader ha raccontato che molti dei soldati che ha curato desideravano morire. «[Volevano] suicidarsi, ma non potevano a causa dei valori dell'Islam. Uno mi disse: 'Ogni volta che vado al fronte, vorrei che qualcuno mi sparasse e mi uccidesse. Odio questo tipo di vita'».
SUPPORTO ANCHE A MOGLI E FIGLIE. Il fatto che di fronte a sé avesse dei talebani non ha mai creato particolari problemi a Nader: «Li trattavo come esseri umani, proprio come avrei trattato gli altri miei pazienti, anche se sapevo cosa stavano facendo alla nostra società. A volte piangevano e io li confortavo».
A complicare il suo lavoro c'era il fatto che i soldati venivano spesso mandati in missione e non potevano intraprendere un trattamento regolare e costante.
Quando non riceveva i talebani, spesso Nader offriva supporto alle loro mogli e alle loro figlie. «Anche loro soffrivano di depressione, perché non potevano vedere i loro mariti o padri per lungo tempo e non sapevano che cosa il futuro riservava loro».
LA POLIZIA RELIGIOSA NON INTERFERÌ MAI. La polizia religiosa, Amr Bil Ma'ruf, non interferì mai con la sua attività. Un giorno, ricorda, quando gli agenti chiamarono a raccolta i cittadini nella moschea per la preghiera, lui era impegnato a visitare un paziente.
«Uno dei miei collaboratori gridò dal palazzo: 'Il medico è occupato con dei pazienti'». E il Amr Bil Ma'ruf lo lasciò continuare.
A distanza di 15 anni, Nader continua a curare gli afghani traumatizzati dal conflitto. Le code nel suo ospedale privato di Mazar e Sharif si estendono lungo i corridoi, uomini e donne in gruppi separati. I pazienti lamentano depressione, sbalzi d'umore, incubi. A tormentarli, ancora l'incertezza.

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