INTERVISTA 6 Dicembre Dic 2014 1002 06 dicembre 2014

Gianluca Vacchi: «Vi svelo i segreti di un dandy»

Opinion leader, playboy, creatore di pigiami da sera. Gianluca Vacchi si racconta a L43. E consiglia Renzi: «Bisogna redistribuire la ricchezza».

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Manager è l'ultima parola che userebbe per definirsi.
Gianluca Vacchi, consigliere d'amministrazione di Ima, imprenditore, opinion leader, dandy e playboy, si sente un creativo, un artista.
E ringrazia la genetica per aver distribuito sapientemente il Dna in casa così da consentirgli di fare ciò che ama di più lasciando la gestione della multinazionale di famiglia al cugino.
Il suo stesso aspetto parla per lui. Non ama gli ossimori, ha spiegato a Lettera43.it, ma a un primo sguardo superficiale lui può proprio sembrarne uno vivente. Maestro di stile ed eleganza (si è inventato il pigiama da sera, un cross-over tra vestaglia da notte e abito che lui stesso indossa spesso per uscire) con un corpo scolpito da due ore di sport al giorno e quasi interamente ricoperto di tatuaggi.
I TATUAGGI VANNO SOFFERTI. «A guardarmi così, più che un dirigente d'azienda e imprenditore potrei sembrare un mafioso russo», ha scherzato prima di una lunga digressione sul suo incontro con l'autore di Educazione siberiana Nikolaj Lilin, e sul suo concetto di tatuaggio: «È qualcosa che soffri, non che fai. I miei raccontano volti, nomi e luoghi della mia vita. Persone care che ho perso come mio padre e mia zia, o la Sardegna, il luogo della mia serenità».
Lì, nella sua casa di Porto Cervo, ha ospitato per un mese le star di Hollywood Zac Efron e Michelle Rodriguez, confermando il suo feeling con il jet set, non solo quello italiano.

Gianluca Vacchi, 47 anni, consigliere di amministrazione di Ima.

DOMANDA. La chiamano dandy. Le piace come definizione?
RISPOSTA.
Mi piace nella misura in cui corrisponde al criterio di coerenza.
D. In che senso?
R.
Non basta indossare una giacca frivola per essere dandy. Il dandy è anticonformista e non ortodosso. Ecco, in questo senso sì, la definizione di dandy mi piace.
D. Lapo Elkann è dandy?
R.
Sì, Lapo lo è. È un mio amico, un ragazzo che ha vissuto esperienze difficili che lo hanno penalizzato nella sua carriera. È creativo ed estroverso. Poi deve muoversi in un contesto dove certe cose sono consentite fino a un certo punto. Ed è in questo che si è meritato il titolo di dandy.
D. Oscar Giannino?
R.
Potrebbe esserlo. Ma essere dandy è tanto più difficile quanti più sono i vincoli sociali a cui si è sottoposti. Un giornalista, per definizione, deve essere indipendente. In questo forse lui è avvantaggiato.
D. Lei è attivissimo sui social network. Come è nata questa passione?
R.
Un anno e mezzo fa mi sono reso conto che non ero abbastanza vecchio per disinteressarmi dell'evoluzione del mondo dei giovani e delle sue convenzioni di dialogo. Per questo non potevo fare a meno dei social network. Qualsiasi cosa uno faccia non può prescindere dalla conoscenza delle nuove generazioni.
D. Poi è arrivato il gran successo: 150 mila follower su Instagram e più o meno altrettanti like su Facebook. Qual è il suo segreto?
R.
Avevo più da perdere che da guadagnare. Sono andato sui social con quello che sono, senza maschere, e credo che sia questo che è piaciuto.
D. Basta essere trasparenti?
R.
In un Paese come l'Italia, intriso di cultura borghese che non mi permetto di giudicare, ma da cui dissento, non è così frequente la trasparenza.
D. Tutto qui?
R.
E poi l'educazione vince. Io posto delle cose che potrebbero spingere la gente a tirarmi i pomodori virtuali. Ma i giovani non sono stupidi e hanno capito che io voglio diffondere un certo tipo di approccio alla vita. La mia filosofia, il mio motto, è enjoy.
D. E questo piace.
R.
Dei ragazzi, allo Iulm, mi hanno detto che per loro sono come un secondo padre. Oggi con chi si identificano i giovani? Con imprenditori che indossano la cravatta morale, che costringono i figli a seguire le orme dei padri anche se vorrebbero fare tutt'altro? Un inglese può identificarsi con Richard Branson, un italiano con chi si identifica? Con una vecchia classe politica senza etica?
D. In lei cosa hanno trovato, invece?
R.
Una figura trasversale, che ha avuto un certo successo nel suo lavoro, e che non si vergogna di essere quello che è, di andare in giro con le mani tatuate o in pigiama. Perché vado oltre le apparenze.
D. Piace ai giovani, ma anche alle donne. Anche qui il segreto è la trasparenza?
R.
Mi hanno chiesto di scrivere un vademecum sulla seduzione, e probabilmente lo farò. Ma alla fine il segreto del successo, in ogni campo, è saper ascoltare.
D. Mi vuol dire che per conquistare Aida Yespica e Belen Rodriguez basta saperle ascoltare?
R.
Glielo devo dire sinceramente? Adesso, al di là dei singoli casi, sì. Perché se uno non ascolta non capirà mai di cosa ha bisogno una persona. Partirà con un'idea e non la cambierà mai, nemmeno se dovesse essere sbagliata. Non saprà rispondere alle esigenze dell'altro.
D. Come le sono venuti in mente i pigiami da sera?
R.
Mi piace uscire di casa in pigiama, così ho incrociato il pigiama e l'abito. Poi penso che anche da soli bisogna essere eleganti. Anche all'interno della coppia. L'abbattimento delle barriere dell'intimità è la morte della sensualità.
D. Poi magari capita di dover dormire in via Montenapoleone, come lei ha fatto pubblicando poi un video sui social. Meglio essere eleganti.
R.
Guardi, quella performance l'ho fatta per mandare un messaggio. Quando io dico: 'Qui la gente viene a fare shopping, io ci dormo', denuncio il fatto che a 50 metri dalla via del lusso milanese ci sono i barboni che dormono per strada. C'è sempre un messaggio in quello che faccio, che va al di là del mio divertimento personale.

Sulle dita della mano sinistra di Vacchi si legge la parola «enjoy».

«Credo in Renzi, ha voglia e mezzi per fare bene»

D. Si sente eccentrico?
R. Beh, non sono il primo a uscire in pigiama, lo fa anche Julian Schnabel. E poi eccentrico significa fuori dal centro. Credo che il vero punto della questione sia chi ha stabilito qual è il centro.
D. Lei è un alfiere del made in Italy. Cosa significa per lei questa espressione?
R.
Se made in Italy fosse un brand, sarebbe il terzo al mondo, e tutti ne siamo responsabili.
D. Cosa bisogna fare per difenderlo?
R.
Dobbiamo essere coerenti e continuare a sostenere la qualità che ci si aspetta da un prodotto italiano. La stessa che spinge aziende francesi a delocalizzare in Italia per beneficiare del livello altissimo del nostro artigianato.
D. Ha definito la delocalizzazione un dramma. Perché?
R.
Anche io ho delocalizzato, quando avevo Toywatch. Ma l'ho fatto per soddisfare un'esigenza del consumatore, che voleva un prodotto di lusso a un prezzo contenuto, non per creare un extraprofitto. Il profitto giusto è fondamentale per le imprese, l'extraprofitto è un male.
D. Esiste un lusso accessibile?
R.
No, è una delle più grosse panzane che si siano mai inventati. Io lo chiamo lusso percepito. Non amo gli ossimori, se è lusso non può essere accessibile.
D. Lei è favorevole alla patrimoniale. Come mai?
R.
Perché credo che sia indispensabile un processo di redistribuzione della ricchezza. Un imprenditore lo può fare con la partecipazione agli utili dei dipendenti o devolvendo una parte dei ricavi alla comunità. Ovviamente quell'investimento deve essere defiscalizzato dallo Stato.
D. Articolo 18 sì o no?
R.
Non lo eliminerei perché in Italia non c'è un'etica imprenditoriale che lo permetta. Sarebbe troppo pericoloso. È un totem ideologico, ma lo capisco.
D. Contratto a tutele crescenti?
R.
Va bene, come idea. Ma chi mi garantisce che dopo tre anni senza pagare le tasse l'imprenditore assuma e non licenzi per ricominciare daccapo?
D. Insomma, cosa pensa del Jobs act?
R.
Credo in Renzi, mi piace. Ha voglia e mezzi, almeno anagrafici, per far bene. Sul Jobs act si è fatta una battaglia ideologica senza andare in fondo alle questioni.
D. La crisi è colpa dell'euro?
R.
È una follia pensare che si possa cancellare la moneta unica. Se crollasse, per esempio, la Germania, che ha un Pil che per il 52% dipende dall'export, non venderebbe più, e a me hanno insegnato che se spegni la locomotiva il treno non va più. Certamente il sistema euro ha i suoi difetti.
D. Come si affrontano?
R.
Gli Eurobond hanno un costo elevato per gli Stati. Io penso che si possa creare una camera di compensazione del delta spread tra i diversi Paesi. Costerebbe molto meno e fermerebbe la speculazione.
D. Una persona che ama la libertà come lei, non deve aver gradito l'essere stata ricattata da Fabrizio Corona.
R.
In realtà è stato un episodio irrilevante per me. Ero al mare con la mia ragazza, non ero sposato. Lui mi chiamò per dirmi che aveva le foto, io non lo pagai né lo denunciai. L'unica cosa che mi ha dato fastidio è vedere il mio nome accostato alla vicenda per due anni. Con tanta confusione sui ruoli.
D. Nel 2011 è stato condannato in primo grado a tre anni e otto mesi per la cessione di Lastminute.it alla Parmalat. Poi la condanna è stata annullata in appello per vizio di forma. Ha paura del carcere?
R. No. Vado fiero dell'intuizione che ebbi all'epoca. La storia mi ha dato ragione sulla bontà del concetto. Oggi un viaggio conveniente è un viaggio last minute, ed è l'unica società in bonis di tutto l'emisfero Parmalat. I miei concorrenti inglesi, Lastminute.com, sono stati venduti per 1 miliardo di euro. Ho solo avuto la sfortuna di aver venduto alla controparte sbagliata. Spesso i giudici ricorrono ai vizi di forma perché la sostanza non è sostenibile.

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