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REPORTAGE 8 Dicembre Dic 2014 0800 08 dicembre 2014

Libano, l'Isis e la minaccia della guerra

Incursioni di terroristi. Scontri tra i jihadisti e l'esercito. E traffici illeciti. Dalla Siria i miliziani minacciano il Paese. Già nel caos per lo stallo politico interno.

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da Beirut

Soldati libanese lungo il confine con la Siria.

Il Libano è sempre più coinvolto nella crisi con l'Isis che sta sconvolgendo il Medio Oriente.
L'ultima prova è stato l'arresto, da parte delle forze di sicurezza libanesi, di una delle mogli e uno dei figli del califfo Abu Bakr al-Baghdadi: i due sono stati catturati vicino ad Arsal, lungo il confine che divide il Paese dei Cedri dalla Siria. Non si sa molto di quanto è avvenuto, a parte che si è trattato di un’operazione congiunta dell’intelligence di vari Paesi e che la donna e il bambino viaggiavano con passaporti falsi.
PROFUGHI AD ARSAL. Arsal non è un luogo qualunque per il Libano: ormai è diventato l’epicentro della tensione crescente nel Paese. Un posto di confine, di approdo di migliaia di profughi, di infiltrazione di terroristi e di traffici illeciti di ogni tipo.
La città è un’enclave sunnita di 30 mila abitanti in una regione a maggioranza sciita, vicinissima al confine e che negli ultimi anni ha dovuto accogliere un numero di rifugiati stimato in circa 35 mila.
SCONTRI AL CONFINE. Oggi è praticamente isolata dal resto del Paese e il suo territorio è teatro di scontri armati ormai quotidiani.
Dalla Siria ci sono continue incursioni dei miliziani del Fronte al Nusra, il gruppo affiliato ad al Qaeda: a fronteggiarli ci sono l'esercito del Libano e i militanti di Hezbollah, impegnati a difendere il territorio.
Arsal si è, di fatto, trasformata in una trappola per gli abitanti e per i rifugiati. Non può essere raggiunta senza autorizzazioni militari, i residenti libanesi possono uscire dall’area dopo severi controlli e ai profughi siriani è impedito di muoversi.
27 OSTAGGI DEI JIHADISTI. «Purtroppo in quella zona non possiamo agire liberamente», dice a Lettera43.it una fonte militare anonima, «se vogliamo salvaguardare i prigionieri nelle mani del Fronte al Nusra».
Il riferimento è ai 27 libanesi, tra militari e poliziotti, tenuti in ostaggio dagli integralisti. E la continua minaccia di procedere alla loro decapitazione frena l’azione dell’esercito libanese.

  • La città di Arsal si trova sul confine tra Libano e Siria.

Manifestazioni in Libano per la liberazione dei prigionieri

Scontri a Beirut per le manifestazioni per liberare gli ostaggi in mano ai miliziani siriani.

La questione degli ostaggi, che dura da alcuni mesi, sta iniziando a pesare anche sulla vita politica del Paese. Due mesi fa la diffusione del video che mostrava l’esecuzione di un ostaggio, il soldato Mohammaed Maarouf Hammieh catturato proprio ad Arsal, ha portato alla nascita di un movimento per la liberazione dei prigionieri guidato dai familiari.
Le manifestazioni sono sempre più frequenti, e dal Nord del Libano si sono trasferite a Beirut.
Recentemente un sit-in a sostegno dei rapiti nel cuore della capitale è stato sgomberato dalle forze dell'ordine a colpi d’idrante. Il risultato è stato uno scontro politico molto acceso culminato nella richiesta delle dimissioni del ministro degli Interni.
TERRORISTI INFILTRATI. Se i parenti degli ostaggi sono preoccupati per la sorte dei loro cari, per le forze di sicurezza il pericolo maggiore è rappresentato dall’infiltrazione dei terroristi.
Secondo l’intelligence libanese, da mesi attraverso quel confine sono arrivate molte cellule dormienti dell’Isis e del Fronte al Nusra. E la cronaca quotidiana ad Arsal conferma questi timori.
FUGA DALLA CITTÀ. «Siamo spaventati e io sto cercando il modo per andare via», confessa Massoud, che vive nei pressi di una base militare nella zona.
Indicando la facciata della sua casa con una dozzina di fori provocati dall'artiglieria pesante aggiunge: «Questo è il ricordo della battaglia tra l’esercito e i terroristi siriani. Ho visto i miliziani, qualcuno in tuta nera e altri in mimetica, lanciare razzi contro i soldati».
Il giorno prima, invece, una bomba aveva ucciso due militari libanesi durante un giro di pattuglia a bordo di un blindato.
BASE PER RIPOSARSI. «All’inizio erano solo persone in fuga dalla guerra», spiega Ranadi Hassan, giornalista libanese, «poi hanno iniziato ad arrivare anche molti dei cosiddetti ribelli».
Infatti, un tempo «approfittando della frontiera facile da attraversare», arrivavano «ad Arsal per riposare, per farsi curare o per incontrare la famiglia al sicuro oltre confine»: «Trascorrevano qualche giorno qui e poi tornavano a combattere in Siria», argomenta il reporter.
REGOLE PIÙ SEVERE. Ma la situazione negli ultimi due anni è cambiata. Le forze governative siriane lentamente hanno ripreso il controllo di molte aree strategiche lungo il confine e costretto i miliziani a ritirarsi sulle montagne verso il Libano.
«Nessuno sa con precisione quanti siano», continua Hassan, «ma sono molti i terroristi entrati in Libano insieme con i profughi da quella frontiera e si teme che si stiano spandendo per tutto il Paese. I rischi sono facili da immaginare».
Probabilmente, le nuove e severe regole volute dal governo libanese per controllare il flusso dei rifugiati sono anche il tentativo di arginare queste infiltrazioni.

Per i libanesi gli oppositori di al Assad sono un pericolo alla sicurezza

Arsal ha accolto circa 35 mila profughi dalla Siria.

La composizione religiosa della popolazione di Arsal ha di certo favorito, almeno in passato, l'arrivo dei combattenti.
Gli abitanti, in maggioranza sunniti, erano schierati a favore dell'opposizione siriana al presidente Bashar al Assad e per lungo tempo hanno accolto i profughi. Ma non sembra essere più così.
Il punto di rottura è arrivato ad agosto, quando una battaglia di cinque giorni tra l’esercito e militanti dell'Isis e del Fronte al Nusra ha provocato la morte di 17 uomini della sicurezza, e causato gravi danni alla città.
Da allora, molti abitanti associano tutti i rifugiati siriani ai problemi portati nella città dai miliziani.
CRISI POLITICA DA MAGGIO. Come se non bastasse tutto questo, il Libano è nel ben mezzo di una crisi istituzionale profonda.
Da maggio è vacante la poltrona del presidente della Repubblica e, almeno a breve, non s’intravede un accordo per l’elezione.
Inoltre, a fine 2014 avrebbe dovuto concludersi il mandato del parlamento, già prolungato di 18 mesi nel giugno 2013. Invece, le elezioni, tra molti malumori, sono state rinviate di un altro anno e mezzo.
SPETTRO DI UNA GUERRA. In queste condizioni d’instabilità politica e di tensioni, il Libano rischia di essere coinvolto in una guerra.
Lo afferma anche l’esercito, che qualche tempo fa con una nota ha invitato i cittadini a essere consapevoli dell’esistenza di piani per trascinare la nazione nel conflitto in corso oltre confine. Beirut, prosegue la nota, è pronta a reagire in armi di fronte a qualsiasi azione armata.
APPELLO ALLE NAZIONI UNITE. Per ora, però, il prezzo più alto è pagato dai veri profughi. Quelli che hanno perso tutto e che non possono muoversi.
«Arsal è come una prigione e noi siamo intrappolati», ha detto Ragda, una rifugiata che vive in una tendopoli raggiunta telefonicamente da Lettera43.it, «non abbiamo gasolio per scaldarci e tra poco oltre al freddo arriverà la neve. La sola acqua che abbiamo è quella delle pozzanghere dopo le grandi piogge dei giorni scorsi».
Normale, allora che la donna si chieda cosa possa dare da mangiare ai figli e che invochi gli aiuti. «Dove sono le Nazioni unite?», è la sua domanda. Intanto il futuro del Libano è sempre più a rischio.

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