Breno Struttura Gestita 141205115720
NOTE POSITIVE 8 Dicembre Dic 2014 1540 08 dicembre 2014

Rifugiati, i centri di accoglienza da imitare

Gli immigrati vivono in condizioni dignitose. Seguono corsi di formazione. Fanno volontariato. Da Breno a Todi: dove l'integrazione è riuscita.

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A Breno la struttura gestita dalla Cooperativa K-Pax ospita 45 persone.

Ci sono zone in Italia, leggasi Tor Sapienza, in cui gli abitanti si adoperano, e scendono in piazza, affinché i centri di accoglienza chiudano. I residenti vedono i rifugiati come invasori e reagiscono di conseguenza.
A Roma gli immigrati sono diventati persino un business, come ha rivelato la recente inchiesta Mafia Capitale. Gli ultimi sciagurati su cui lucrare senza remore.
Sono realtà che indignano, che fanno pensare che in Italia non ci sia posto per l'ospitalità.
Ma il nostro Paese è ricco di esempi di integrazione riuscita, dove richiedenti asilo e residenti convivono senza attriti.
ESEMPI DI ECCELLENZA. Uno dei progetti d'eccellenza è a Breno, piccolo paesino della Val Camonica.
La struttura, gestita dalla Cooperativa K-Pax, ospita 45 persone, che durante la permanenza imparano un mestiere e seguono corsi di italiano. A Todi i ragazzi possono addirittura partecipare alla produzione di un vino bianco Doc, il Grechetto, e di un rosso Merlot-Sangiovese. È il Progetto Asylon, nato dalla la collaborazione tra Caritas Umbria e Istituto Agrario con il patrocinio dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e il sostegno di Libera.
«IL SEGRETO? VIVONO IN CONDIZIONI UMANE». «I casi di successo ci sono e sono molti. Tra i progetti gestiti da noi posso citare quello dei 'Girasoli' di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, che ospita una ventina di adolescenti. Oppure Lecce, Rieti, Viterbo, Monterotondo», spiega Valentina Itri, coordinatrice del Numero Verde dell'immigrazione dell'Arci.
«Hanno tutti in comune due cose: le persone non vivono ammassate ma in appartamenti, in piccoli gruppi. E possono accedere a corsi di italiano o di formazione, tenuti spesso da persone in grado di parlare la loro lingua madre».
28 MILA DOMANDE D'ASILO IN SEI MESI. Il problema è proprio quello: cercare di riportare a una dimensione umana il flusso di migranti in continuo aumento.
Secondo Eurostat nel 2012 le domande di asilo sono state circa 17 mila, nel 2013 quasi 28 mila e solo nei primi sei mesi del 2014 ne sono arrivate almeno altrettante. Una condizione che comunque riguarda solo di una minoranza di chi arriva sulle nostre coste: il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar) si occupa solo di chi non può tornare nel proprio Paese perché perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale o opinioni politiche.
LA GERMANIA HA 10 VOLTE I NOSTRI RIFUGIATI. Il numero di rifugiati in Italia, anche se elevato (65 mila nel 2012), è più basso di quello quello della Germania, che ne ha quasi 10 volte tanto, Francia, Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi.
Da noi a complicare la situazione sono la crisi economica e un sistema di accoglienza poco organico, che rischia di andare in tilt a ogni nuovo sbarco.
Per permettere ai richiedenti asilo di vivere in condizioni dignitose, i posto letto garantiti dallo Sprar sono sono stati portati di recente da 3 mila a circa 19 mila e da poco più di un centinato a 3 mila nella sola Roma.

L'importante è evitare la ghettizzazione

Il vino prodotto nell'ambito del Progetto Asylon.

Concentrare più di poche decine di persone in una sola struttura, soprattutto se collocata in una zona periferica già problematica (come è successo a Tor Sapienza), vuol dire, secondo l'Arci, partire col piede sbagliato.
Silvia, operatrice della Cooperativa K-Pax, è d'accordo. «I nostri ospiti abitano in piccoli appartamenti, in modo che non si crei un ghetto, e vivono una vita autonoma. Tutti partecipano al corso di italiano e tutti sono impegnati in qualche attività di formazione o di volontariato. E i risultati si vedono».
I richiedenti asilo, nei mesi di attesa prima che la loro pratica venga esaminata, non possono allontanarsi né accedere a un lavoro retribuito. Una condizione che può portare rapidamente all'esasperazione. A Breno, come alternativa, K-Pax offre corsi di formazione, dalla lavorazione della pelle, alla cura del verde alla posa di laminati e parquet. E c'è anche un laboratorio teatrale interculturale.
«BISOGNA PARLARE ALLA POPOLAZIONE». Problemi con la popolazione locale? «Qualche episodio di intolleranza c'è stato, ma decisamente isolato», continua Silvia. «Ha aiutato anche il grosso lavoro di comunicazione: se spieghi a chi vive sul territorio chi sono i ragazzi che ospitiamo e perché sono arrivati fin qui, l'atteggiamento cambia. Non sono più corpi estranei ma persone».
Solo in pochi, comunque, ottenuto lo status di rifugiato, si fermano nella valle. Per molti l'idea fissa è quella di arrivare in Germania o in Svezia, anche se per legge potrebbero farlo solo dopo cinque anni dal riconoscimento. «Il ragionamento è: meglio una vita da clandestino in Germania che una da rifugiato qui. E ciò dice molto della loro condizione».
A TODI IL PROGETTO SI AUTOFINANZIA. A Todi è il progetto stesso ad autofinanziarsi: i proventi della vendita del vino Asylon, riconosciuto come eccellente dal ministero dell'Agricoltura e dall'Assoenologi, vengono usati per i corsi di formazione dell'anno successivo. «Siamo partiti nel 2011 con una dozzina di ragazzi, a cui abbiamo offerto dei corsi di formazione dedicati all'interno della nostra fattoria educativa e della cantina sperimentale», spiega Gilberto Santucci, responsabile della fattoria didattica dell’Istituto Agrario Ciuffelli. «Da allora offriamo agli ospiti dello Sprar la possibilità di frequentare corsi semestrali di coltivazione, potatura, produzione vinicola alla fine dei quali si ottiene un attestato».
«NON CE L'HANNO CON TE, È LA BUROCRAZIA ITALIANA». Anche qui, in piena campagna umbra, i richiedenti asilo si mescolano senza problemi agli abitanti e agli studenti. L'ostacolo maggiore è la frustrazione dovuta alla lunga attesa prima di ottenere lo status di rifugiato.
«Molti dei miei allievi la prendono sul personale, come se fosse uno sgarbo diretto a loro in quanto stranieri», spiega Santucci. «E ogni volta devo rispondere: 'Stai tranquillo, non ce l'hanno con te, te l'assicuro. È semplicemente la burocrazia italiana'».

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