Amianto Bologna 141124123658
STORIE 10 Dicembre Dic 2014 1752 10 dicembre 2014

Amianto Bologna, la risposta di Fs

Nessun rischio per i passeggeri. Misure di sicurezza all'avanguardia. Il punto di vista dell'azienda.

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Una panoramica delle Officine grandi riparazioni di Bologna.

Duecentodieci morti accertati. Ma il bilancio è destinato a salire.
Sono i numeri di una delle «stragi» dell'amianto che si sono consumate a Bologna: quella delle Officine grandi riparazioni di Bologna, di cui si è occupata Lettera43.it (leggi l'articolo sulla Casaralta).
Di proprietà Fs, l'azienda - «una città nella città», ricordano gli ex operai - era specializzata in recupero e sistemazione delle carrozze dei treni. Compresa la decoibentazione. Centoventimila metri quadrati in via Casarini, nel quartiere Porto, giusto pochi chilometri dai viali della circonvallazione interna, l'anello che circonda il centro storico.
AMIANTO QUOTIDIANO. Alle Ogr l'amianto, di cui erano rivestiti i mezzi, era un compagno di lavoro.
Arrivava in sacchi di juta «come fosse cotone» hanno spiegato gli ex dipendenti. Che nella polvere mangiavano, oppure ci dormivano sopra.
Il grosso del lavoro era subbapaltato alla Davidson e Rhodes di Genova i cui operai spruzzavano acqua e colla su quella lana. «A mani nude, senza mascherine, nell’open space», ha raccontato Claudio B, ex tappezziere che oggi convive con le placche pleuriche. «Poi entravamo in gioco noi».
Sono dure le critiche che gli ex lavoratori rivolgono a Fs. A partire dai ritardi con cui sono state messe a punto le protezioni. O dal rischio corso, sempre secondo gli ex dipendenti, dagli stessi pendolari.
AREA BONIFICATA. Accuse rispedite al mittente. «Non si sono mai verificate dispersioni di fibre di amianto dentro carrozze e rotabili ferroviari in servizio», mette in chiaro Ferrovie interpellata da Lettera43.it. «Quindi rischi specifici per pendolari e viaggiatori non ci sono stati». Così come non ci sono rischi per chi abita nella zona: «Le Ogr sono state oggetto di ripetuti e accurati interventi di bonifica e di un costante monitoraggio ambientale. Difficile quantificare il costo complessivo. Gli interventi sono stati efficaci, perché tutti i vari campionamenti ambientali effettuati nel tempo, per la determinazione di fibre di amianto disperse nell’aria, hanno dato risultati assolutamente negativi».

1. «Nessun rischio per i passeggeri»

Ma perché l'amianto con cui erano coibentate le carrozze non rappresentava un pericolo per i pendolari? «In primo luogo», risponde Fs, «perché l’amianto non era “libero” ma inglobato in un impasto in matrice vinilica e in secondo luogo perché era comunque confinato e isolato con adeguate pannellature. Prova ne è che tutte le analisi ambientali svolte a partire dagli Anni 80, sia su carrozze coibentate sia decoibentate, hanno dato esito negativo. Analisi svolte da enti terzi qualificati, laboratori pubblici e privati e strutture universitarie, che hanno visto nel tempo il coinvolgimento dell’Enea e delle Organizzazioni sindacali».
Oltre 5 mila analisi svolte su 1.500 rotabili di ogni tipologia «non hanno mai rilevato una dispersione aerea di fibre con valori pari o superiori a quelli riscontrati in ambienti esterni (strade e piazze cittadine) o in carrozze mai coibentate con amianto».

Lavoratori delle Officine grandi riparazioni Ogr nei primi Anni 80.

2. «Misure di sicurezza attuate 15 anni prima della legge»

Tra le accuse rivolte a Ferrovie, anche il ritardo con cui vennero introdotte misure di sicurezza efficaci. Le mascherine, fine al 1979, «erano facoltative», racconta un ex operaio.
«Se ne fregavano della nostra salute», ha ribadito un ex collega. «Sapevano da anni che l'amianto era cancerogeno. Ma una volta che entravi lì per loro eri solo un numero di matricola». E, ancora: «Ci dissero che c’era più amianto in Piazza Maggiore che all’interno dell’officina». La soglia di rischio ora è fissata a 100 fibre a litro. All’interno dell'Ogr erano 800.
Anche in questo caso Ferrovie smentisce. «Non è vero che le maschere protettive fossero facoltative. Erano obbligatorie fin dagli Anni 50 , e quando le lavorazioni comportavano produzione o presenza di polveri fini e ultrafini, amianto incluso, erano dotate di particolari filtri».
«FS HA PRECORSO I TEMPI». Anzi. «Per quanto riguarda l’amianto, Fs ha precorso i tempi», scrive l'azienda. «L’Organizzazione mondiale della Sanità ha dato evidenza del fenomeno in ambito cancerogenetico solo intorno alla metà degli Anni 70 determinando nel 1985, con la conferenza internazionale di Montreal, che anche bassi limiti di concentrazione non proteggono dal rischio di tumori. La prima direttiva europea sulla protezione dei lavoratori arriva nel 1983 e solo nel 1992, la legislazione italiana ha vietato la commercializzazione dell’amianto. Tre anni più tardi, nel 1995, un Decreto ministeriale fissò norme e metodi per la lavorazione dei rotabili con presenza di amianto. E, ancora, la prima versione del D. Lgs 81/2008 fissava la soglia limite per l’adozione di dispositivi di protezione individuale in 100 fibre per litro».
LE SALE PROTETTE. Stando alla ricostruzione di Ferrovie, dunque, l'azienda ha «anticipato il legislatore, attivando una serie di procedure per contenere il rischio amianto ben 15 anni prima dell’apposita legge ed emanando già a fine Anni 70 le prime disposizioni sulle sale protette all’interno delle officine. Nel 1981 ne fu completata una, proprio a Bologna».
Fs smentisce anche le pressioni da parte dei sindacati. «Tutte le decisioni sono state assunte dall’azienda in autonomia».

3. Cinque condanne in primo grado e assoluzioni

Molti operai hanno fatto causa a Fs. «Ci sono stati e ci sono ancora alcuni contenziosi civili pendenti, in relazione ai quali l’impegno di Fs è volto a definire in via bonaria le rivendicazioni avanzate», spiegano da Ferrovie.
Nel 2009 sono state emesse cinque condanne per omicidio colposo per il decesso di 12 operai. Che però «rappresentano parte di una sentenza di primo grado, e quindi non definitiva, emessa nel 2009 dal Tribunale di Bologna, nell’ambito della quale il giudice aveva però anche assolto, per insussistenza del fatto, altri due imputati. Ora tale procedimento pende innanzi la Corte di Appello di Bologna. Tra l’altro, successivi alla citata condanna non definitiva sono stati emessi anche provvedimenti di archiviazione e di assoluzione. Nel 2012 il Tribunale di Bologna ha assolto tutti gli imputati dal reato di omicidio colposo per il decesso di ex dipendenti delle Ogr «perché il fatto non sussiste».

4. «Esternalizzazione ad aziende certificate»

Le Officine grandi riparazioni nel quartiere Porto di Bologna.

Altro punto delicato è l'esternalizzazione della coibentazione ad aziende terze come l'Isochimica di Avellino, finita poi per avvelenare l'intera città con almeno 15 ex operai morti, o altri poli nel Padovano.
Secondo gli ex dipendenti Ogr un modo per così «scaricare le responsabilità sul privato», dove c'erano meno controlli e meno consapevolezza del rischio.
«Si trattava di un’attività che richiedeva risorse espressamente dedicate», fa sapere Fs, «che avremmo dovuto distogliere dall’attività manutentiva ordinaria, con cicli produttivi e un’organizzazione approntata ad hoc. Niente di strano, quindi, che si sia scelto di esternalizzare questo lavoro. L’Isochimica di Avellino si aggiudicò l’appalto essendo in possesso dei necessari requisiti e della certificazione Asl per la decoibentazione».

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