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INTERVISTA 18 Dicembre Dic 2014 0559 18 dicembre 2014

Mafia e pizzo, la storia di Salvatore Sapienza

L'indifferenza dei carabinieri. Le minacce alla figlia. L'usura. Adesso Salvatore, tabaccaio, ha 140 mila euro di debiti. «Sono garantiti, ma ho dovuto chiudere».

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L’inferno è iniziato nel 2001, quando lo hanno rapinato per sette giorni di fila, ogni mattina, svuotando la sua tabaccheria a Mascalucia, 30 mila abitanti in provincia di Catania.
Così Salvatore Sapienza ha iniziato a pagare il pizzo, per stare tranquillo, e le rapine sono cessate.
Ma le difficoltà economiche lo hanno portato a dover chiedere prestiti, e dal racket è finito nelle mani dell’usura, arrivando a pagare anche 10 mila euro al mese ai suoi strozzini.
Fino a quando, a luglio 2014, ha trovato il coraggio di denunciare tutto.
«VIVIAMO IN QUATTRO CON 800 EURO». Ma i guai per Salvatore non sono finiti: Snai, Sisal, Lottomatica e Itbanca, infatti, gli hanno bloccato tutti i servizi, pur in presenza del parere favorevole del pubblico ministero all'accesso al Fondo per le vittime del racket.
Ed è stato costretto a chiudere la tabaccheria e sopravvivere con la pensione del padre 87enne. «Sono alla fame», ha raccontato a Lettera43.it. «Con nemmeno 800 euro dobbiamo vivere io, mia moglie, mia figlia, mio padre che è anziano e ha bisogno di medicine. Aspetto che qualcuno mi dia una mano per poter ricominciare».

DOMANDA. Come è iniziato tutto?
RISPOSTA. Nel 2001 mi hanno rapinato tutte le mattine per sette giorni di fila. La prima volta hanno portato via tutto: sono entrati in tabaccheria, mi hanno chiuso con loro dentro e in un quarto d’ora hanno svuotato tutti gli scaffali. Alla fine era rimasto solo un pacchetto di sigarette nazionali e uno senza filtro.
D. Ha denunciato il fatto ai carabinieri?
R. Le prime due volte, poi ho smesso.
D. Perché?
R. Il brigadiere, quando chiesi che pattugliassero la zona, mi rispose: «Ma lei deve proprio aprire così presto?».
D. Non ha pensato di chiedere aiuto a qualcun altro?
R. Onestamente uno ha paura. Ma paura vera. In quel periodo a Mascalucia comandavano gli uomini legati ai clan Santapaola ed Ercolano. Vedi i boss che prendono il caffè con i carabinieri, perdi fiducia nelle istituzioni.
D. Cosa è successo allora?
R. Ho cercato la strada più comoda. Dal 2001, quando mi sono messo in regola col racket, niente più rapine. Quelle erano per rovinarmi.
D. Quanto pagava?
R. All’inizio 500 euro al mese, ma poi sono finito sotto usura, perché quelle sette rapine mi avevano piegato: prendevo 10 mila euro di sigarette e il giorno dopo me le rubavano. Non avevo i soldi, ho chiesto prestiti.
D. Quanto?
R. Avevo circa 70 mila euro a usura, alla fine da sette persone diverse. Pagavo 10 mila euro al mese e il debito non rientrava mai. Mi sono pure venduto una casa e comunque non ho risolto la situazione. Loro alla fine volevano prendersi la tabaccheria. Fanno così, promettono che ti estinguono il debito, ti danno una piccola differenza e rilevano le attività commerciali.
D. Come ha trovato la forza di ribellarsi?
R. Mi ha convinto il presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro. Ha capito che qualcosa non andava, a luglio ha preso me e mia moglie e ci ha portati dalla squadra mobile.
D. Lì cosa ha fatto?
R. Ho denunciato tutto. La squadra mobile di Catania è stata superlativa, tutto il contrario dei carabinieri del mio paese. Mi hanno messo i telefoni sotto controllo, mi hanno dato agenti di scorta, abbiamo fissato appuntamenti con questi signori che mi chiedevano di pagare.
D. L’hanno minacciata quando ha smesso di pagare?
R. Mi hanno detto che mi sparavano in testa, me li ritrovavo sotto casa. Tutt’ora qualcuno di loro ferma mia figlia e mio genero dicendo di non starmi vicino perché me la fanno pagare. Il giorno dei morti io uscivo dal cimitero, dove ero andato a pregare per mia madre, uno mi si è avvicinato e mi ha detto sottovoce che me la faranno pagare.
D. E lei?
R. Niente, mi hanno detto di fare finta di niente. La squadra mobile mi è stata vicina in tutto e per tutto, anche psicologicamente, quando ho avuto paura.
D. Nonostante il suo coraggio non è ancora potuto tornare alla sua vita.
R. Sono state fatte verifiche, accertamenti su quello che ho denunciato. Ho avuto sospensive dei vari enti a cui devo soldi. Ma Sisal, Snai e Lottomatica non mi riattivano i servizi finché non pago i miei debiti con loro.
D. A quanto ammontano?
R. Devo 14 mila euro a Sisal, 5 mila euro a Snai, 33 mila a Lottomatica, 68 mila euro a Itbanca, circa 18 mila a Ecomat. Tutte cifre garantite dal Fondo per le vittime del racket, perché c’è il parere favorevole del pubblico ministero.
D. Non basta?
R. No, la Sisal voleva la restituzione del terminale, mi volevano revocare le licenze. La tabaccheria adesso è chiusa.
D. Come sta vivendo?
R. Sono alla fame, vivo con 780 euro di pensione di mio padre che ha 87 anni. Ma lui ha bisogno di medicine, e poi ci sono le spese di casa sua, quelle della mia famiglia. Come possiamo vivere così? Chiedo solo una mano per ricominciare. Pagherò tutto, quando arriveranno i soldi del Fondo, la magistratura ha già detto che arriveranno. Ma ho bisogno di aiuto subito.

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