Iolanda Tavolari 141227165259
STORIE 27 Dicembre Dic 2014 1651 27 dicembre 2014

Amianto, altra vittima alle Ogr

Iolanda lavorava alla mensa delle Officine grandi riparazioni. Un mesotelioma l'ha portata via a Natale. Le fibre continuano a uccidere.

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La Spoon River delle Officine grandi riparazioni di Bologna non conosce calendario né feste comandate. Le vittime dell'amianto aumentano, si sommano. Non c'è tregua. Nemmeno a Natale.
Alle 11 del 25 dicembre il mesotelioma si è portato via Iolanda Tavolari. Tutti la conoscevano come Iole, la Iolanda.
20 ANNI AL BAR DELLE OGR. Aveva 73 anni, 20 dei quali passati al bar e alla mensa delle Ogr: dal 1961 al 1980. Poi, racconta la figlia Liliana a Lettera43.it, aveva aperto un bar per conto suo. Una nuova vita. La pensione. Fino a quella diagnosi che non lascia scampo, nel 2011: mesotelioma, una forma incurabile di tumore ai polmoni.
Iole era dipendente del Dopolavoro ferroviario, costola delle Fs. Ogni mattina, dalle 9 alle 9 e 30, nel locale dove lavorava con la sorella - «una specie di seminterrato», ricorda Salvatore Fais, ex operaio e delegato Cgil, «dal soffitto bassissimo» - si ritrovavano fino a 1.100 persone. Per un caffè, un cornetto. Nessuno immaginava che con le tute da lavoro, gli operai portassero all'interno del bar e della mensa le polveri d'amianto con le quali convivevano quotidianamente, senza protezione. Il locale si trovava proprio davanti alle officine, al reparto tappezzeria.
IN MENSA CON QUELLE TUTE BIANCHE. «Pacche sulle spalle, abbracci, chiacchiere», spiega Liliana con la voce rotta dal pianto. «Ci ho lavorato anche io al bar del Dlf. Ma ai miei tempi di tute bianche non se ne vedevano». Invece la Iole le vedeva, eccome. Dopo il servizio, puliva la stanza respirando le fibre invisibili che giorno dopo giorno si accumulavano. «Spazzava con la scopa, volava qualsiasi cosa», aggiunge la figlia. «È così che si è contaminata, che si è ammalata».
«Mamma sapeva a cosa andava incontro», prosegue Liliana, «anche se non me lo faceva capire. Io ho sempre cercato di darle speranza e forza. Nascondendole che, in fondo, la partita era già chiusa». Al mesotelioma, infatti, non c'è scampo.
Iole, dal canto suo, ostentava ottimismo. E fingeva di crederle. Fingeva perché di operai ne aveva visti morire tanti. Sempre per lo stesso male. «'Stai scherzando, li conosco tutti quelli che non ci sono più', mi ripeteva», aggiunge Liliana. «Non so chi prendeva in giro chi. Se io lei o lei me».

I lavoratori fantasma di serie B

Iolanda Tavolari.

Con la diagnosi, è cominciata la via crucis di Iole. Dopo 14 cicli di chemio, da marzo 2014 era costretta a letto. «Non respirando bene, aveva perso completamente l'uso delle gambe», ricorda Liliana che parlando della mamma fatica ancora a usare il passato. «L'ho tenuta a casa finché ho potuto, con una donna ad accudirla. Sotto morfina».
A un certo punto, per un paio di mesi, sembrava perfino che la malattia si fosse fermata. «Anche i medici erano increduli», racconta la figlia. «Speravo solo di poterle regalare un po' di serenità, almeno a Natale. E invece l'abbiamo dovuta ricoverare in un hospice. E la mattina del 25 se n'è andata...».
LA FAMIGLIA DELLE OFFICINE. Iole non era una delle Ferrovie. Eppure con gli operai si era creato negli anni un rapporto stretto. Erano come una grande famiglia in quella città nella città, 120 mila metri quadri in via Casarini, nel quartiere Porto. A una manciata di chilometri dal centro.
E anche nei mesi della malattia, nessuno di quella famiglia l'ha lasciata sola. «Ci sono stati vicini, anche alle udienze». Liliana infatti è in causa contro il Dopolavoro ferroviario e Fs. La prima sentenza è fissata per il 20 gennaio. «Non ho molta speranza», ammette. «Ho tanta rabbia, tantissima. Soprattutto dopo il caso Eternit....». Comunque vada, però, giura che non si fermerà. «Lo devo a mia madre. E a tutti quelli che sono morti alle Ogr», assicura con la voce che si fa tutto d'un tratto ferma. «La giustizia è fatta da uomini. E io spero di incontrare uomini giusti».
IL DESTINO DEI NON FERROVIERI. Iole non era dipendente delle Ferrovie. Già. Era come se fosse una di loro, vero. Ma per la legge non è proprio così. «Solo ai ferrovieri si riconosce l'esposizione all'amianto», spiega commosso Fais che Iole la conosceva bene. «Gli altri dipendenti delle ditte che lavoravano con Ferrovie, pur essendo venuti a contatto con lo stesso amianto, sono trattati alla stregua di fantasmi».
Anche Iole era un'invisibile. «Hanno messo in dubbio che si fosse ammalata lì, davanti alle Ogr», dice il delegato Cgil. «La cosa tremenda è che ci sono lavoratori di serie A e di serie B».
«UNA STRAGE INFINITA». Ma le lacrime sono le stesse, conclude Fais. Che continua la sua battaglia per fare riconoscere le Ogr, con i suoi 210 morti accertati, come sito di interesse nazionale. «È una strage infinita, di cui non si conoscerà mai il bilancio definitivo». Tra gli ex operai che sono tornati nei loro paesi e i decessi non ricollegati direttamente all'amianto, è difficile fare delle stime credibili. «In più il terreno non è stato completamente bonificato», attacca Fais. «Impossibile. L'amianto è nella terra, nei sottotetti. È ovunque». E poi lancia una stoccata al governo colpevole, secondo lui, di aver dimenticato la questione della sicurezza sul lavoro. «Nel Jobs Act non ce n'è traccia. Ma le persone continuano a morire. Doveva essere una priorità».
Del resto l'Italia, fino a prova contraria, è una Repubblica fondata sul lavoro. Su quanto questo sia sicuro è un altro paio di maniche.

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