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INCHIESTA 27 Dicembre Dic 2014 0900 27 dicembre 2014

Doppiaggio: come funziona il lavoro in Italia

Si guadagnano in media 5 mila euro al mese. I big superano i 100 mila all'anno. Ma sfondare nel settore non è facile. Da noi solo il 6% lavora con continuità.

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In Italia esistono un migliaio di doppiatori e un centinaio di società che lavorano nel settore.

In tempi bui per il lavoro, con la disoccupazione arrivata al record storico del 13,2%, c'è ancora un mondo dorato che ancora è in grado di resistere - a suo modo - alla recessione.
E poco importa se al fatturato del doppiaggio sfuggono al Fisco milioni di euro ogni anno: la richiesta di attori-doppiatori è, infatti, lungi dal declino.
IL DOPPIAGGIO RESISTE ALLA CRISI. Nonostante i mille problemi che attanagliano il settore (leggi la prima parte dell'inchiesta di Lettera43.it), il mondo del doppiaggio ha una grande mole di lavoro da svolgere. Tanto che risulta impossibile censire tutte le aziende impegnate nel settore.
Secondo i sindacati di categoria, la stima è di una cinquantina di imprese con sede principalmente a Roma e Milano (ma ce ne sono anche a Torino, Verona, Bologna e Firenze).
LO ZOCCOLO DURO DELLE AZIENDE FAMILIARI. Il grosso è rappresentato da «aziende di tipo familiare», come le definisce con Lettera43.it Umberto Carretti del Sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil, che sono «difficili da censire».
Tuttavia la stessa sigla sindacale ha precisato che l'obiettivo da realizzare è un albo con le società «che hanno ottenuto la certificazione aziendale». Quando, però, è difficile da dire.
UN MIGLIAIO DI ADDETTI IN ITALIA. Se questo è lo scenario delle aziende, figuriamoci avere una stima dei doppiatori. Secondo più esperti del settore si parla di un migliaio di addetti.
L'Associazione nazionale degli attori e doppiatori (Anad) conta circa 300 soci a Roma, ma è ipotizzabile che siano almeno il doppio i liberi professionisti della Capitale o coloro che sono associati nelle cooperative, da sommare agli altri - in numero di gran lunga inferiore - sparsi per il Nord Italia.

La paga media è di 5 mila euro lordi al mese

In media un doppiatore guadagna 5 mila euro lordi, ma i big arrivano a cifre ben più alte.

Dietro la galassia di imprese del settore, ovviamente, c'è il ritorno economico. Perché, inutile nasconderlo, il doppiaggio paga.
«Un doppiatore medio», spiega Alessio Pelicella, direttore della scuola Professione doppiaggio con sede a Roma e Milano, «guadagna dai 2 ai 6 mila euro lordi mensili». E un «brusiante» - termine tecnico per indicare i ruoli minori - può arrivare «fino a 5 mila euro» al mese.
Tuttavia, avere un quadro preciso nel settore sulle cifre destinate agli operatori non è affatto semplice.
GETTONE PRESENZA A PARTIRE DA 72 EURO. Il Contratto collettivo nazionale di lavoro del doppiaggio, il cui rinnovo è attualmente in discussione, si limita a «fissare i compensi minimi che servono a tutelare soprattutto chi fa le 'parti di fondo' (in gergo s'intende tutti i ruoli non principali di un prodotto da doppiare, ndr)», come chiarisce Roberto Stocchi, presidente dell'Anad.
La retribuzione prevista si compone di un gettone di presenza che va dai 72,71 euro per turno (è composto da tre ore) degli attori-doppiatori fino ai 167,94 dei direttori, cui aggiungere un «surplus» a riga a seconda della tipologia del prodotto da doppiare (film, trailer, sit-com, cartoni animati o soap opera). Insomma, la paga è buona e più si lavora più si guadagna.
PER I BIG ANCHE 100 MILA EURO IN UN ANNO. Discorso a parte, però, quello sui big, ovvero quegli attori-doppiatori già affermati che possono permettersi di contrattare direttamente la loro prestazione. In questo caso le cifre sono ben più alte: «Si parla di migliaia di euro anche per un solo film», precisa Stocchi. Per doppiare una parte secondaria di una pellicola di un blockbuster - opera che si prevede possa incassare oltre 10 milioni di euro - può percepire anche 5 mila euro.
Ecco perché mostri sacri del settore come Luca Ward (voce di di Pierce Brosnan, Russel Crowe e Samuel L. Jackson) o Giancarlo Giannini (Al Pacino e Jack Nicholson) giusto per citare i più famosi, possono arrivare anche oltre i 100 mila euro lordi annui con pochi film.
«MOLTI NON RISPETTANO IL CONTRATTO NAZIONALE». Il problema, però, è che se i big continuano a ottenere ottimi contratti, altri si vedono costretti a lavorare ben al di sotto dei minimi stabiliti.
Secondo il vicepresidente dell'Associazione italiana dialoghisti adattatori cinematografici (Aidac) Mario Paolinelli, infatti, la grande mole di lavoro e la volontà del committente di tagliare i costi costringe molti ad «abbassare le proprie pretese disattendendo le soglie del Contratto nazionale»: «Si sceglie chi ha meno pretese», è la sua tesi.
Sono lontani i tempi in cui un adattamento per un blockbuster era pagato anche 7 mila euro lordi. E il futuro non promette bene, visto che i minimi del contratto della categoria è probabile siano rivisti al ribasso.

I giovani fanno la fila per entrare nelle scuole del settore

Un corso di doppiaggio dura in media 2-3 anni e costa circa 5-6 mila euro all'anno.

Per ora, tuttavia, c'è ancora la possibilità di lauti guadagni: non è allora difficile immaginare come fuori dalle scuole di doppiaggio ci sia la fila di gente pronta a sgomitare per conquistare un ruolo, anche marginale.
In Italia di istituti per diventare doppiatori ce ne sono un'infinità, anche perché, alle normali scuole si affiancano i «corsetti truffa», come li definisce Pelicella, che durano appena un paio di mesi e che promettono di formare all'arte del doppiaggio. Salvo poi rivelarsi delle perdite di tempo. E di soldi.
SERVONO TRE ANNI DI STUDIO. Un vero corso, infatti, dura in media due o tre anni e prevede esami intermedi: chi non è ritenuto idoneo è invitato a seguire corsi di perfezionamento, come quello di dizione - «È la base del doppiaggio», prosegue il direttore di Professione doppiaggio - o quello di recitazione.
Attori-doppiatori, però, non ci si improvvisa: l'età media di chi si approccia a questo mondo è tra i 22 e i 23 anni e solitamente si tratta di giovani che hanno già frequentato scuole ad hoc.
UN MONDO MERITOCRATICO. La selezione è «intensa», ma il doppiaggio è un mondo realmente meritocratico.
«Al cinema e in televisione posso recitare anche attori meno bravi, ma dotati del physique du role. Nel doppiaggio, invece, non basta essere belli, serve una tecnica impeccabile, perché il microfono svela anche i più piccoli difetti», dice Pelicella.
Ecco perché, come spiega a Lettera43.it Carlo Valli, storica voce di Robin Williams, «bisogna essere attori e non basta avere una bella voce».
«LA RACCOMANDAZIONE? UNA LEGGENDA». Da sfatare quindi il mito dei cosiddetti «figli di». D'altra parte il rapporto Eurostat Methods used for seeking work datato 2011 ha svelato che in Italia il 76,9% degli italiani per trovare un lavoro ricorre a un parente o un conoscente.
«Nel doppiaggio si tratta di una vera leggenda», precisa il direttore di Professione doppiaggio, «perché è normale che quando serve doppiare un bambino di cinque anni, età in cui solitamente non si è capaci di leggere, è più facile rivolgersi ai figli di doppiatori, abituati a vivere in un certo ambiente e quindi più idonei a lavorare» alla fine del processo formativo.
SOLO IL 6% RIESCE A LAVORARE. Per tutti gli altri, invece, c'è la scuola, anche se non è proprio per tutte le tasche: «In media costa sui 5-6 mila euro l'anno» e «solo il 10% di chi inizia i corsi arriva fino in fondo, mentre il 6% ha la certezza di poter lavorare».
Ogni 12 mesi sono al massimo una ventina le nuove leve del mondo del doppiaggio che vanno a ingrossare le fila di un mondo che, seppure in crisi, ha ancora molto da rosicchiare.

Il direttore sceglie le voci dopo i provini di selezione

Il doppiatore Carlo Valli, voce storica di Robin Williams.

Se entrare nel settore è difficile, lo è ancora di più riuscire a costruirsi una carriera, sempre che non ci si voglia accontentare di fare i «brusianti».
A decidere chi far lavorare è sempre il direttore del doppiaggio che «sceglie le voci in base ai provini fatti su richiesta del committente», spiega Valli.
Se per i prodotti televisivi la catena decisione è rapida, così non avviene per i film. Le major, per esempio, vogliono dire sempre la loro sui doppiatori, tanto che «valutano i provini e decidono se approvare le scelte del direttore per quella pellicola».
POCO TEMPO PER PREPARARSI. Tuttavia, se oggi non c'è più troppo tempo da dedicare all'adattamento dei dialoghi, la stessa cosa accade per il doppiaggio.
Un tempo, ricorda la voce di Williams, «chi vinceva i provini poteva vedersi il film per conoscere meglio la storia e il personaggio da doppiare». Così è stato per lui quando gli venne affidato il doppiaggio di Good morning Vietnam alla fine degli Anni 80, che coincise con il primo incontro con l'attore americano: «Rimasi impressionato, perché era un film dove Williams ne faceva di tutti i colori ed ero preoccupato che fossi proprio io a doverlo doppiare», dice Valli.
SERVONO DOTI DI ATTORE. Ora, però, le cose sono molto diverse: «Non si studia la propria parte, è il direttore che racconta com'è la pellicola, illustra il personaggio e cosa sta succedendo sulle scene». Quindi, come dice l'attore, al doppiatore non rimane altro che «seguire l'attore del film» affidandosi anche all'istinto.
Ecco perché non basta avere una bella voce, ma servono altre doti per «trasmettere le stesse emozioni di chi, sullo schermo, lo fa in un'altra lingua». E per avere successo serve «essere abbastanza duttili aderendo al personaggio e a quello che fa»: «Leggiamo un copione e non studiamo a memoria la parte».
IL RISCHIO DI IDENTIFICAZIONE. Non è però difficile riuscire a 'sopravvivere' all'attore con cui si viene identificati quando questo muore. Ne sa qualcosa proprio Valli, visto il suicidio di Williams avvenuto l'11 agosto.
«Si va avanti, perché è il nostro lavoro», spiega il doppiatore precisando che alla fine è più un problema per il pubblico abituato a identificare un attore con una voce. «Non siamo legati solo a un personaggio perché ne doppiamo un'infinità», continua Valli.
Anche perché non è solo una fortuna essere associati a un singolo attore: «C'è chi non mi offre le parti proprio per questo motivo». Di contro c'è anche chi lo ingaggia per il suo potere di far rivivere Williams, la cui voce in realtà era ben diversa da quella di Valli. Come sempre, show must go on.

Twitter @Dario_Colombo

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