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STORIE 28 Dicembre Dic 2014 0800 28 dicembre 2014

Disabili in sedia a rotelle: l'elogio della lentezza

Nella società 2.0 tutto va veloce. E non c'è spazio per chi resta indietro. L'esperienza di Adriana. Che condanna la fretta. Vera nemica della vita.

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Un disabile in sedia a rotelle.

Alcune settimane fa, mi trovavo a Milano con mia madre e Sebastiano, il mio nipotino di otto anni. Ero arrivata in treno e ci eravamo dati appuntamento in stazione, per poi andare a visitare la mostra di Chagall, in zona Duomo.
Sarebbe stato quindi utile utilizzare la metropolitana: peccato che abbiamo trovato un simpaticissimo ritrovato antidiluviano - un montascale risalente con molta probabilità all'epoca della famiglia Flinstone - che di funzionare proprio non ne voleva sapere, nonostante le indicazioni dell'addetto che ci attendeva comodamente sotto al coperto, mentre noi, bagnati dalla pioggia di novembre, imprecavamo contro le tecnologie 'moderne' e pure contro Murphy e la sua legge.
LUNGA ATTESA IN METRO. Trascorsi almeno 20 minuti siamo finalmente riusciti ad azionare il 'potente' mezzo di trasporto, ma solo allora ci siamo resi conto che, se invece di farne uso, io fossi scesa per le scale camminando, con l'aiuto di mia madre, avremmo impiegato meno tempo di quello che stavamo spendendo. Il che è tutto dire, visto che quando mi muovo, eccetto quando corro 'in sella' a Frida - la mia carrozzina elettrica - non sono certo Flash Gordon!
DI FRETTA IN STAZIONE. Durante il tragitto di ritorno, sempre sulla metro, avevamo i minuti contati per arrivare in stazione: sarebbe bastato un guasto, anche temporaneo, del montascale per farci perdere il treno.
Stavamo allora cercando soluzioni alternative nel caso in cui questa possibilità si fosse avverata, quando Sebastiano ha detto: «Peccato che sia tu e non mia mamma a essere disabile!».
Spiazzata da questa affermazione, gli ho prontamente chiesto di spiegarmi cosa intendesse dire. Mi ha risposto più o meno così: «Perché ci sei tu qui ora e servirebbe a te camminare velocemente per riuscire a salire le scale e arrivare puntuali in stazione!».
NON C'È UN TEMPO 'GIUSTO'. Acuta osservazione, dal suo punto di vista, ma come farlo ragionare sul fatto che dovrebbero essere le infrastrutture a doversi adeguare alle necessità dei cittadini e non il contrario?
A parte ciò, in che modo aiutarlo a capire che, malgrado i tentativi della nostra società di persuaderci del contrario, non esiste un tempo 'giusto' e uno sbagliato?
Ultimamente mi appassiona molto questo tema e se dovessi definirmi in relazione all'argomento, direi che sono 'fuori tempo'. Sì, perché il mondo gira velocissimo e io, invece, sono lenta: mi muovo lentamente (distonie a parte, con un destro o un sinistro colpisco l'obiettivo precisa e fulminea, più efficace delle bombe intelligenti della Nato), parlo e mangio - insomma agisco - con lentezza. Senza fatica.
Trattasi di dote naturale. È una faccenda che spiazza perché al tempo 'lento' non siamo abituati, o meglio, voi non siete abituati.

Viviamo in una società dominata dagli orologi

Disabili al lavoro.

Come sempre, generalizzare è un rischio, però mi sembra un dato evidente che in questa società l'orologio si guardi spesso e volentieri: svolgere le proprie attività e perseguire i propri obiettivi 'in tempo' - o anzitempo - è molto apprezzato, se non addirittura richiesto in molte circostanze.
Mesi fa con mio zio discutevamo sui costrutti di «normalità» e «anormalità», «salute-sanità», «diversità» e «follia» e sul criterio che sancisce la linea di demarcazione tra queste polarità. Mi ha proposto una sua teoria molto interessante: ha posto il tempo, o più esattamente la gestione di esso, come discriminante nella definizione di ciò che sta al di qua e ciò che sta al di là del confine.
LA GESTIONE DEL TEMPO. A suo dire uno degli elementi di distinzione tra chi viene considerato 'normale' e chi no, è appunto la differente gestione del tempo: quello 'nella norma' è veloce e sta al ritmo della produzione e del fare.
Poi ci sono tempi 'a-normali', cioè fuori dalla regola dell'agire incessantemente e ad alta velocità. Qualcuno li fa rientrare nella categoria del «tempo dello stare», anche senza fare niente oppure agendo, ma con calma.
Trovo che una mediazione tra gestioni del tempo differenti sia complessa e spesso difficile da trovare.
CONSEGUENZE SUGLI ALTRI. Prima di tutto è complicato per me: a volte mi sembra di non conoscere pienamente quali siano i miei tempi, ovvero non sono precisa nell'anticipare la durata di una mia attività, quindi commetto degli errori di valutazione che poi mi portano a 'restare indietro' sulla famigerata tabella di marcia del 'tempo altro' (quello non mio).
Le conseguenze di ciò, a volte sono infime o poco rilevanti perché fortunatamente posso gestire a mio piacimento gran parte delle ore che costituiscono la mia giornata (almeno per ora lavoro part-time).
In altre occasioni, però, i miei tempi sono strettamente correlati con quelli degli altri e in questi casi la faccenda può diventare molto complicata.
MEDIARE TRA LE ESIGENZE. Mediare tra gestioni del tempo differenti è un processo che evidentemente non coinvolge solo me, bensì anche chi, a vario titolo, con me si trova a interagire.
Osservo varie reazioni e modalità di gestione di questa differenza: nel contesto casalingo, mi è capitato di vivere con coinquiline con una buona competenza di anticipazione delle conseguenze - anche a livello di tempo personale - che comporta la convivenza con me. Essere consapevoli che, per esempio, per pranzare insieme con me è necessario il doppio del tempo che ci si impiega a mangiare da sole, aiuta nell'individuazione di strategie utili a non 'perdere tempo' o, preferisco dire, a usarlo efficacemente.
ATTENZIONE AGLI IMPREVISTI. Banalmente, si può anticipare l'orario dei pasti se si hanno impegni nelle ore successive o preparare prima le portate, per poi riscaldarle all'occorrenza.
In altre occasioni, invece, ho vissuto con persone che hanno faticato molto a conciliare i loro tempi con i miei, così come a gestire efficacemente gli imprevisti, che, nella quotidianità - sicuramente nella mia - sono all'ordine del giorno.

Il nostro mondo non è pensato per far convivere chi ha tempi diversi

Per i disabili la gestione del tempo avviene in maniera diversa rispetto ai normodotati.

Un altro ambito in cui spesso i miei ritmi risultano critici, è quello professionale: ho lavorato in diversi progetti, alcuni dei quali avevano processi e fasi di sviluppo molto più veloci del tempo che mi serviva per raggiungere gli obiettivi richiesti al mio ruolo (sia per il lavoro individuale sia per quello di squadra).
Non riuscire ad anticipare la differenza di durate può essere un problema perché genera il rischio di non riuscire a individuare le strategie che consentano, nel rispetto delle modalità e dei propri ritmi, di perseguire l'obiettivo.
La percezione che il mondo in cui viviamo non sia pensato per permettere una serena convivenza tra persone che 'si muovono' con tempi diversi, l'avverto abbastanza frequentemente.
INVALIDI AL LAVORO. Quando, molti anni fa, mi sono presentata allo sportello dell'ufficio di collocamento per categorie protette (sì, noi disabili siamo come i panda, ma di estinguerci non ci pensiamo proprio), la psicologa del lavoro addetta alla compilazione della griglia di valutazione delle mie competenze e autonomie personali in riferimento al contesto lavorativo, vedendomi ha strabuzzato gli occhi.
Perché? Non le pareva possibile che una persona con una percentuale di invalidità pari al 100% (il massimo della sfiga, insomma) e che percepisse, oltre alla pensione di invalidità anche l'indennità di accompagnamento, potesse avere l'assurda pretesa di lavorare.
AZIONI TROPPO LENTE. Quando le ho chiesto di spiegarmi in base a cosa - non mi conosceva e non mi aveva posto alcun tipo di domanda volta a indagare le mie risorse e competenze - avesse già deciso che non fossi adeguata per il lavoro, s'è giustificata parlando dell'inadeguatezza dei miei tempi di svolgimento delle mansioni rispetto a quanto richiesto nella maggioranza degli impieghi.
In altre parole, la psicologa ha sancito che, in assoluto, la durata del processo che compio per svolgere qualsiasi azione è indubitabilmente 'fuori mercato'. Il tutto senza avermi mai visto all'opera.
KRONOS VS KAIROS. Tutto ciò fa riflettere come oggi viga la supremazia di Kronos, il tempo cronologicamente inteso, mentre, a mio parere, si tenda a sottovalutare e dimenticarsi di Kairos, il «tempo dell'istante», ovvero quello 'giusto' per ogni persona e relazione.
Mi sembra che si colga solo la dimensione quantitativa dello scorrere del tempo, mentre si tralasci la dimensione qualitativa, ovvero come si decida di impiegare i momenti di cui si dispone.
Trovo che tutto ciò sia correlato con i costrutti di efficacia, ovvero la capacità di raggiungere un obiettivo impiegando le risorse minime, indispensabili, tra cui anche quella temporale.
I PERICOLI DELLA FRETTA. Per esempio, a parità di qualità di risultato, viene solitamente più apprezzato chi lo raggiunge più velocemente. Ma non so se ci interroghiamo abbastanza sulle conseguenze della 'fretta' sulla qualità della vita e delle relazioni. In pratica, sulla salute delle persone.
Chi e cosa ci perdiamo quando stabiliamo che esiste un unico tempo cui bisogna uniformarsi per essere considerati una risorsa per la società? In che modo potrebbero contribuire, nel micro e nel macro, costruzione e gestione del tempo condivise, che contemplino la possibilità di una pluralità di dimensioni temporali e non un costrutto monolitico al perseguimento dell'obiettivo di inclusione sociale? Ma chi l'ha deciso che bisogna sempre correre?
Nel regno animale, esistono leoni e gazzelle, ma anche lumache e tartarughe. Tutti offrono il loro contributo per mantenere l'equilibrio dell'ecosistema. Nessuno si sognerebbe mai di chiedere a una tartaruga di andare a 100 all'ora, ma nemmeno di affermare che la sua lentezza è inadeguata. Se rinasco voglio essere quadrupede e corazzata.

Leggi gli altri episodi raccontati da Adriana: Il nodo delle adozioni; Viaggiare in sedia a rotelle; Gli stereotipi su chi è in carrozzella; Sesso, molestie e brutte esperienze; Le difficoltà quotidiane; Comunicare col teatro e la danza; La diversità a scuola fa crescere; Sesso e falsi miti, Convivenza e cohousing.

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