Lavoro Mamme 141114131659
FOCUS 28 Dicembre Dic 2014 0641 28 dicembre 2014

Sindrome di Munchhausen, come funziona

Avvelenano i figli. O ne aggravano le malattie. Usandole per ottenere attenzioni. La sindrome di Munchhausen interessa sempre più madri. Colpa anche del web.

  • ...

Roos Boum, ai tempi, aveva quasi cinque anni.
«Sto nel letto dei miei e sono bagnata come un cencio. Ho tanto male», ricorda adesso. «Sento la vicina di casa che litiga con mamma. E voci concitate: ambulanza... ospedale... dottore. Mia madre piange e dice che non l’ha fatto apposta».
Poi arriva il medico: «Mi fa un’iniezione. Le voci si attutiscono. Quando mi risveglio mio padre è lì. Guardo sotto le coperte e lo sgabello poggiapiedi della vicina sta sopra la mia pancia fasciata per tenere il copriletto sollevato. Sono caduta sulla stufa, dice mia madre, e mi sono bruciata». Un ustione di secondo grado.
«MIA MADRE MENTÌ, TEMEVA CAPISSERO». «Bisbiglio a mio padre che non sono caduta, che mamma mi ci ha spinto lei contro», continua. «Ma lui ripete che è stato un incidente. Mamma non lo farebbe mai. Io so che non è così, e lo sa anche mia madre che non volle chiamare un’ambulanza e non volle mandarmi in ospedale, e mentì dicendo che non era riuscita a mettersi in contatto con il centralino. Forse temeva capissero. E la storia della stufa divenne un nostro segreto che non potevo rivelare a nessuno».
UN'INFANZIA VISSUTA IN ISOLAMENTO. Roos Boum, olandese, oggi racconta la sua esperienza nel libro autobiografico La sindrome di Munchhausen per procura. Malerba: Storia di un’infanzia lacerata, in uscita da Franco Angeli. Lo ha scritto, confessa, per trovare risposte alle mille domande che aveva sulla sua infanzia, un’infanzia vissuta in un isolamento patologico.
Con continue assenze da scuola per malattie di cui sua madre era certa lei soffrisse. Confinata nella sua stanza per precauzione.
DA UN OSPEDALE ALL'ALTRO. «Sempre più spesso mi toccava andare dal dottore. E da un ospedale all’altro», racconta. «Camici bianchi, corridoi bianchi, esami del sangue che ripetevo. Perché se il verdetto del medico era che non avevo niente, e gli esami erano negativi, mia madre non si arrendeva e mi portava da un altro». E la trafila ricominciava.
«Dovevo essere malata. Spesso mi ripeteva che avevo una malattia incurabile e sarei morta presto», ricorda Roos. «'Morire', mi spiegò, 'significa che non ci sei più, che ti chiudono in una bara e ti sotterrano'. L’idea era che io dovessi a tutti i costi soffrire di qualche cosa. Ne sapeva più dei medici che consultava e quando era con loro in qualche ambiente ospedaliero il viso le si illuminava. Aveva finalmente su di lei tutta l’attenzione che cercava. E la cercava attraverso me».

La malattia del figlio come strumento per ottenere attenzione

La sindrome di Munchhausen per procura è una malattia psichiatrica rara, ed è una variante di quella che affligge persone smaniose di mettersi in mostra, come il celebre barone protagonista di inverosimili avventure, persone che pur di ottenere l’attenzione si attribuiscono mali immaginari.
È una forma subdola di abuso psichico e fisico sui minori, in cui il “mezzo” per ottenere l’attenzione sono i figli e le loro malattie non sempre immaginarie sono spesso esagerate nella loro gravità, talora addirittura indotte, come ferite, bruciature o somministrazione di sostanze nocive. Nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale, il Dsmv, compare come «disturbo fittizio imposto ad altri». Nel precedente manuale come categoria diagnostica non esisteva.
CASI RECENTI IN GB E ITALIA. Recenti fatti di cronaca hanno portato alla ribalta questa sindrome. L’ottobre scorso, a Worchester, una cittadina inglese, è iniziato il processo contro una madre accusata di aver messo in pericolo la salute della figlia adolescente somministrandole una cura ormonale, basata su una disfunzione alla tiroide inesistente.
A Torino, due mesi prima, un’infermiera è stata arrestata con l’accusa di aver iniettato insulina al figlio di quattro anni, con l’unico scopo - secondo l’accusa - di indebolire il figlio e renderlo costantemente ammalato.
LA RETE ALIMENTA IL DISTURBO. A giugno negli Usa, una giovane madre, Lacey Spears, è stata messa sotto processo con l’imputazione di avere ucciso il figlio di cinque anni: il piccolo Garnett era morto a gennaio dopo una strana malattia e si sospetta che lei lo abbia avvelenato con dosi tossiche di sodio.
Spears, che ha raccontato la malattia del figlio su Twitter, Facebook e un blog, ha trovato nella Rete l’attenzione ossessiva che cercava. Secondo alcuni psichiatri, come Marc Feldman, della American Psychiatric Association, e autore del libro Playing Sick? Untangling the Web of Munchhausen Syndrome, la Rete potrebbe contribuire ad alimentare questo disturbo: per cercare attenzione o compatimento basta postare la foto del proprio bimbo “malato”, non occorre portarlo da un’ospedale all’altro, come faceva la madre di Roos.
RICONOSCERE LA SINDROME NON È FACILE. Riconoscere la sindrome attraverso quello che appare come un eccesso di cure da parte della madre non è facile. «Esiste un cortocircuito di sentimenti che rende difficile al bambino capire ciò che gli accade al punto da rendersi inconsapevolmente complice del carnefice, la madre, ed essere acquiescente alle sue mosse», scrive Stefano Tasca, pediatra e neonatologo a Roma, nella prefazione. «Rendersi conto di aver subìto questa forma di abuso è devastante sia da punto di vista personale (anni e anni di vita persi e momenti di felicità rubati) sia dal punto di vista affettivo (la scoperta che la propria madre è capace di far del male e agire per il male)».

Lo psichiatra D'Elia: «Alla base ci sono narcisismo e psicosi»

Roos cede sempre alla madre, anche quando è sul punto di esplodere di rabbia non lo fa, teme di urtarla, è terrorizzata dalle sue ritorsioni. «Nella compulsiva ricerca della soddisfazione dell’amore negatole», scrive Antonello D’Elia, psichiatra nella postfazione.
Che cosa anima la madre-strega di Roos e perché lo fa? Forse vuole infliggere alla figlia ciò che lei stessa non aveva ricevuto? «Le madri con la sindrome di Munchhausen per procura rivelano un funzionamento psichico dissociato: di narcisismo psicologico e di psicosi», prosegue D’Elia.
LA SCOPERTA IN UN DOCUMENTARIO. Roos deve arrivare fino a 40 anni prima di scoprire casualmente, attraverso un documentario, di esserne stata vittima. «Non volevo crederci. Quale madre avrebbe potuto inventarsi sintomi che non esistevano? Quale madre che vuole bene al suo bambino lo lascerebbe sottoporsi a visite dolorose, imbarazzanti, sgradevoli, come quella a 12 anni dal ginecologo in cui decise (e il dottore eseguì) che lui mi rompesse l’imene per vedere bene dentro? Quale madre può mentire al figlio dicendogli che non sarebbe vissuto a lungo, segnandolo per tutta la vita con menzogne orrende?».
IL LIBRO COME PERCORSO TERAPEUTICO. Scrivere il libro è stato per Roos un modo per elaborare le sue esperienze, un percorso terapeutico, ma anche un modo per infondere coraggio ai suoi compagni di sventura. «Perché nessuno di coloro che si riconosce nella mia storia si rimproveri e si dica: perché non me ne sono accorto? Perché non ho reagito?».
Dopo aver scoperto «di non essere mai stata malata», Roos ha scritto ai genitori una lettera in cui chiede spiegazioni delle macchinazioni della madre e dei silenzi del padre, debole e superficiale, che mai si era accorto dell’inganno e «non mi ha protetto dagli abusi di lei e non ha colto la sofferenza mia e di sua moglie».
«HO PAURA DI DIVENTARE MADRE». Attraverso la diagnosi Roos si è riappropriata del suo passato. Vive ora in Francia con il marito e lontana dai suoi che non hanno mai risposto alla sua lettera e con i quali non ha più avuto contatti. «Non ho voluto figli perché sarei dovuta morire giovane: ero senza futuro. E poi per timore di non essere una brava madre. Di diventare come lei. Rivederla? La mia più grande paura è ricadere nelle sue trappole manipolatorie. So che potrebbe accadere e lo evito».
Rispetto a tante altre figlie di queste madri Roos si considera in fondo “fortunata”. Non è finita su una sedia a rotelle, come è accaduto a una giovane donna che ha tutte le ossa rotte per via delle grandi dosi di fluoro che le sono state somministrate da bambina.

Correlati

Potresti esserti perso