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REPORTAGE 29 Dicembre Dic 2014 0600 29 dicembre 2014

Basilicata, petrolio: pericoli e vantaggi dell'oro nero

In Val d'Agri c'è il più grande giacimento in terraferma dell'Ue. Che fa gola alle compagnie petrolifere. E offre lavoro. Ma mette in ginocchio il territorio.

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Viggiano è il principale 'fornitore' di petrolio della Val d'Agri.

Il dado è tratto. Almeno così sembra a giudicare dall’impianto della legge 164/2014, meglio conosciuta come Sblocca Italia.
Il nostro Paese è pronto a essere petrolizzato in virtù dell’accentramento della questione energetica e della semplificazione delle procedure autorizzative (con l’istituzione di un titolo concessorio unico, valevole tanto per l’esplorazione quanto per l’estrazione).
RENZI PUNTA SUL PETROLIO. L’ormai celebre articolo 38 dello Sblocca Italia è scritto in maniera limpida, impossibile da fraintendere: «Le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili».
La legge 164 è la naturale prosecuzione della strategia energetica nazionale, varata dal governo di Mario Monti. La cornice è la riforma del Titolo V della Costituzione, sostenuta fortemente dal premier Matteo Renzi per stabilire su nuove basi le competenze di Stato e Regioni.
BASILICATA PETROLIZZATA. Nell’ambito del grande programma di petrolizzazione, la Basilicata riveste un ruolo prioritario.
Con riferimento alla terraferma, le istanze di permesso di ricerca sono 18, i permessi di ricerca già accordati 10, le concessioni di coltivazione 20. Se tutti i progetti dovessero andare in porto, gran parte del territorio lucano si trasformerebbe in un’enorme cattedrale di trivelle: dal Vulture all’Alto Sauro, dal Metapontino alla Val d’Agri.
La Val d’Agri appunto: il più esteso giacimento dell’Europa continentale, il principale hub energetico italiano (nel 2013 su un totale nazionale di 5,4 milioni di tonnellate di greggio quasi 4 milioni sono stati estratti dal sottosuolo di Viggiano, Grumento Nova e degli altri paesini della valle), il laboratorio dove da anni si sperimenta il programma di petrolizzazione.
LE CONTRADDIZIONI DELLA LUCANIA. «Osserva come si snoda questa striscia di terra. Monti, colline e pianure convivono armoniosamente, qui ci sono i paesaggi più belli di tutta la Lucania», riflette mestamente Luca, uno dei pochi giovani rimasti a Spinoso. Ha 30 anni, è disoccupato e fa parte dei ‘sopravvissuti’, di quelli che non sono emigrati e sono rimasti in una delle zone più depresse della Penisola. Nonostante il petrolio.
Sì, perché la Basilicata è un’area colma di contraddizioni: è allo stesso tempo l’eccellenza agroalimentare (come i fagioli di Sarconi) e l’oro nero, la promessa di ricchezza e la realtà di desolazione.

L'oro nero e la paura dei lucani per l'inquinamento

Il Centro oli di Viggiano.

La concessione di coltivazione Val D’Agri, gestita per il 60,77% da Eni e per il 39,23% da Shell Italia, copre un territorio di 660 chilometri quadrati. I pozzi in produzione sono 26, ma - secondo la variazione di programma approvata nel 2012 dal ministero dello Sviluppo economico - potrebbero diventare quasi 50.
L’obiettivo è aumentare la quantità di barili prodotti al giorno dagli attuali 85 mila a 104 mila. Con conseguente intensificazione dell’attività del Centro oli di Viggiano, deputato a una prima lavorazione degli idrocarburi estratti.
IL CASO DEL PERTUSILLO. L’Eni rivendica la sostenibilità ambientale dei propri progetti. Molti degli abitanti dei paesi della Val D’Agri sono, invece, preoccupati per l’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria.
Il riferimento è alla contaminazione delle acque del Lago Pertusillo (contaminazione che ha mosso anche l’interesse dell’Unione europea) e al presunto aumento di patologie tumorali e cardiorespiratorie (qui ogni condizionale è d’obbligo vista la mancanza di dati certi, il ruolo poco incisivo di organismi terzi di controllo e la recente introduzione di un registro tumori ancora non accreditato).
NEL 2013 PIL CALATO DEL 6,1%. Lavoro, sviluppo, inquinamento sono i termini intorno cui si muovono l’economia e la tenuta sociale di una delle regioni più povere d’Italia.
I dati dell’ultimo rapporto Svimez (l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno) parlano chiaro: nel 2013 la Basilicata ha fatto registrare rispetto al 2012 un decremento del 6,1% del Prodotto interno lordo e del 2,6% di occupazione; il tasso di disoccupazione dei giovani (fino a 24 anni) ammonta al 55,1%; i neet - coloro che non studiano né lavorano - fino a 34 anni sono 47 mila.
LA QUESTIONE ROYALTY. Insomma, la narrazione del petrolio come motore di sviluppo non sembra trovare riscontri. Certo, ci sono le royalty. Ma sono tra le più basse al mondo (tra il 7 e il 10%) e sono ripartite in base alla quantità di idrocarburi prodotta.
Così ci sono comuni come Viggiano che prendono a piene mani le briciole cadute dalle tasche dei petrolieri. Ce ne sono altri - immediatamente vicini e comunque interessati dall’attività petrolifera e dal peggioramento delle matrici ambientali - che afferrano poco o nulla.
LA CRISI DELL'AGRICOLTURA. Parte dei soldi del petrolio sono stati utilizzati per incentivare e rafforzare l’attività agricola. Operazione velleitaria, visto che - secondo l’Istat - dal 2000 al 2010 le aziende del settore nella Val d’Agri si sono ridotte di circa il 60% (con punte del 78% come a Sarconi).
«È inutile prendersi in giro. Le trivellazioni sono incompatibili con la vocazione agricola del territorio. I nostri prodotti ormai non li vuole più nessuno». A parlare è Alessandro: ha 27 anni e possiede pochi ettari di terreno a una manciata di chilometri dal Centro oli.

I giovani tra lotta, rassegnazione e fuga

Con lo Sblocca Italia in Val D'Agri i pozzi possono arrivare a 50.

Il dramma occupazionale della Val d’Agri è innanzitutto un problema giovanile. Perché sono loro quelli che pagano il prezzo più alto in termini di qualità della vita. Salute e lavoro, come nel caso dell’Ilva, sono messi uno di fronte all’altro.
I giovani sono stretti nella morsa dell’inattività, pronti a difendere la propria terra, ma allo stesso tempo soggetti al ricatto. Se le compagnie dell’oro nero offrono, gli ideali crollano come un muro di cartone. Lo afferma candidamente Giulio, uno dei tanti ragazzi disoccupati di Marsico Nuovo: «Loro ti ‘accattano’ e ti avvelenano. Lavori o non lavori, muori lo stesso. Chi in questa situazione avrebbe il coraggio di rifiutare una proposta?».
IL PESO DELLA CRISI SUI GIOVANI. Marsico Nuovo, con i suoi 4.260 abitanti, è uno dei paesi più popolosi della Val D’Agri. Qui le opportunità scarseggiano, non esiste una vera alternativa al monopolio del petrolio e i ragazzi sono costretti a trascorrere le loro giornate al bar, unico punto di ritrovo.
Non si tratta di mancanza di volontà. Sono in attesa. Scontano una situazione di crisi generale, che qui si fa sentire in maniera ancor più evidente. In questo contesto a prevalere è un sentimento di rassegnazione, anche in chi è consapevole del peggioramento delle condizioni ambientali della zona. Sono isolati e abbandonati, resi inermi da un mercato del lavoro asfittico, costretti a scegliere tra il ripiegamento e la fuga.
FUGA DALLA VAL D'AGRI. L’emigrazione (soprattutto quella giovanile) è un altro dato che fa traballare l’equazione petrolio-innovazione-ricchezza.
Tra il 2001 e il 2013 Marsico Nuovo ha perso poco meno di 1.000 residenti (da 5.133 a 4.260), Moliterno quasi 500 (da 4.584 a 4.106), Montemurro e Spinoso circa 300 (rispettivamente da 1.567 a 1.283, da 1.769 a 1.515). La Val d’Agri, insomma, sta diventando terra bruciata.
RENATO SCAPPATO AL NORD. Renato è andato via cinque anni fa da Grumento Nova. Ora ha 24 anni e vive nel Nord Italia. La mancanza di prospettive e il disagio lo hanno spinto a cambiare vita: «Sai qual è la verità? I lucani sono un popolo di pecoroni. Alla maggior parte delle persone interessa solo che l’Eni produca lavoro per gente del posto. Non accade e per questo motivo si lamentano».
Poi c'è sempre la salute, che, però, passa «in secondo piano»: «Ma non può e non deve funzionare così», continua, «quando mio zio si è ammalato ho deciso di andare via. Ho deciso di dire basta agli odori nauseabondi, all’impoverimento della mia gente, alla precarietà della salute e del lavoro. Purtroppo non c’è più nulla che possa essere salvato».

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