Premier Matteo Renzi 141229182652
INTERVISTA 29 Dicembre Dic 2014 1809 29 dicembre 2014

Jobs act, Del Conte: «La riforma va completata»

Non si occupa della formazione. Né delle politiche attive. E crea nuovi dualismi. «È il primo passo, ma servono altri interventi». Il giuslavorista Del Conte a L43.

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Il 24 dicembre il Consiglio dei ministri ha varato i primi decreti attuativi del Jobs act, la riforma delle regole che disciplinano il mercato del lavoro, sulla quale l'esecutivo Renzi ha investito buona parte del suo impegno politico nei primi 10 mesi di governo.
Per il premier si tratta di una vera e propria «rivoluzione copernicana», che darà nuovo impulso all'occupazione e soprattutto estenderà tutele e diritti a chi fino a oggi ne era privo.

LA RIFORMA CREA NUOVI DUALISMI. I decreti di Natale introducono i contratti a tutele crescenti, che si applicheranno solo ai nuovi assunti; modificano le modalità di assunzione e licenziamento, ridimensionando notevolmente l'articolo 18; estendono gli ammortizzatori sociali anche a tipologie di lavoratori che prima non ne beneficiavano.
Non si occupano però delle cosiddette politiche attive – formazione, reinserimento dei lavoratori che perdono l'occupazione – e hanno suscitato diverse perplessità tra studiosi e giuslavoristi per il nuovo dualismo che verrà a crearsi tra i vecchi contrattualizzati e i nuovi assunti e tra il settore pubblico e quello privato.
«SIAMO IN UNA FASE DI TRANSIZIONE». «Questa è una fase di transizione ma il nuovo sistema è destinato via via a estendersi», spiega Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all'università Bocconi di Milano e consulente giuridico di Palazzo Chigi.
Del Conte fa parte del team che ha lavorato all'estensione dei decreti del Jobs act e in questa chiacchierata con Lettera43.it chiarisce alcuni degli aspetti controversi della nuova legge e spiega la filosofia che l'ha ispirata. «In questo momento era importante non seminare il panico tra chi aveva già una regolamentazione del proprio rapporto di lavoro».
Quanto all'efficacia della riforma «è chiaro che questo è solo il primo passo di un percorso complessivo che verrà terminato nei prossimi mesi».

Il premier Matteo Renzi. Nel riquadro, Maurizio Del Conte.

DOMANDA. Il governo ha escluso i dipendenti pubblici dall'applicazione delle nuove norme sui licenziamenti. Ha condiviso questa scelta?
RISPOSTA. Di questo aspetto preferisco non parlare, perchè il tutto è rimandato alla legge Madia. Vedremo quali saranno le decisioni.
D. Nei decreti è stato dato ampio spazio alla modifica delle norme sui licenziamenti, ma nessuno alla riforma dei servizi per l'impiego e delle politiche attive. Perchè?
R.
C'è una delega al governo che contiene una serie di punti. Il contratto a tutele crescenti non è separato dal resto, è il primo pezzo di un percorso di riforma che è iniziato il 24 dicembre e verrà compiuto nei prossimi sei mesi. Presto verranno fatti i decreti sugli altri contratti e sulle politiche attive che sono fondamentali, è vero, ma richiedono tempi di lavorazione più lunghi.
D. Non è che, resi più facili i licenziamenti, rimarremo poi con i vecchi carrozzoni della formazione, gli inutili centri per l'impiego?
R.
Quello della formazione è un problema gravissimo che va assolutamente affrontato. Ci sarà una agenzia nazionale che dovrà vigilare e dare indirizzi precisi sul tipo di formazione che si fa. Abbiamo assistito in questi anni al proliferare dei formatori e parallelamente dei disoccupati, quindi qualcosa non ha funzionato. Bisogna fare molta attenzione a questo profilo, perciò ci vuole un po' più di tempo per mettere a punto un sistema che tenga.
D. Perchè allora si è scelto di correre sui licenziamenti e di non aspettare i tempi necessari a una riforma complessiva?
R.
C'è una ragione tecnica molto chiara: nella legge di stabilità, a partire da gennaio 2015, i nuovi contratti saranno sgravati dai contributi previdenziali. Le imprese stanno aspettando di assumere con il nuovo contratto a tutele crescenti. Se noi avessimo rinviato si sarebbe generata una situazione di stallo nelle nuove assunzioni che è tutto tranne quello di cui abbiamo bisogno. Il primo passaggio fondamentale era far partire le nuove assunzioni con i nuovi contratti e con gli sgravi fiscali. Avviare la transizione dai contratti precari verso i contratti a tempo indeterminato. Ma non c'è dubbio che la riforma deve essere completata.
D. I nuovi contratti si applicheranno solo ai nuovi assunti. Nella stessa azienda quindi potranno trovarsi a convivere lavoratori con regimi e tutele diverse: c'è il rischio che questa norma sia incostituzionale?
R.
Intanto se qualcuno volesse sollevare questa questione non ne capirei il motivo. L'unico interesse di un nuovo assunto è velocizzare la transizione dalla propria condizione di precarietà al nuovo regime a tempo indeterminato.
D. Non ci sono dunque problemi secondo lei.
R.
Non mi pare. I diritti non sono stati toccati a nessuno, chi ha già un contratto non si vede modificare le regole del proprio rapporto di lavoro. Tutti gli altri, visto che vengono presumibilmente da un periodo di disoccupazione o da un contratto che era precario, non possono che vedere migliorare la loro situazione.
D. Nuovi assunti contro vecchi contrattualizzati: la riforma che doveva superare l'apartheid, come più volte ha rivendicato Renzi, ne crea uno nuovo, generazionale.
R.
Questa è una fase di transizione ed è ovvio che il sistema è destinato via via a diffondersi. Io ritengo che la logica sia quella di andare verso l'estensione. Però in questo momento era importante non seminare il panico tra chi aveva già una regolamentazione del rapporto di lavoro. Purtroppo sappiamo che in questo Paese se si toccano le situazioni esistenti sembra che si perdano dei diritti fondamentali.
D. Questo non scoraggerà la mobilità dei vecchi lavoratori? Chi ha un contratto con le tutele dell'articolo 18 perchè dovrebbe lasciarlo per uno che non ce le ha?
R.
Questo argomento ha una sua logica ma io vorrei chiedere a chi lo solleva: se trovo un lavoro che mi piace di più, mi paga di più, mi dà più prospettive di crescita non lo accetto perchè così rinuncio all'articolo 18? Sapendo bene poi che l'articolo 18 nella sua vecchia formulazione non mi garantisce il posto a vita. Ho difficoltà a pensare che gli italiani ragionino così. E poi è sempre possibile contrattualizzare una tutela specifica, per esempio l'anzianità convenzionale.
D. Di cosa si tratta?
R.
Se ho già lavorato 10 anni in una azienda e un'altra mi offre condizioni migliori posso sempre dire: «Ok vengo ma mi riconosci i 10 anni già lavorati». Mi porto dietro la tutela cresciuta.
D. Due mensilità per ogni anno lavorato, 24 mesi il tetto massimo per le indennità di licenziamento: non sono un po' troppo esigue?
R.
Le mensilità sono in linea con i numeri che già regolavano i licenziamenti con articolo 18. Normalmente si chiude con una sanzione economica, le reintegrazioni sono pochissime, il lavoratore può optare già oggi per le 15 mensilità.
D. Ma un massimo di 24 mensilità fa sì che 30 anni di lavoro equivalgano, in caso di licenziamento, a 12.
R.
Il tetto delle 24 mensilità era necessario. Con un sistema di incremento automatico, se uno ha lavorato 40 anni avrebbe dovuto prendere 80 mensilità. Numeri che non sono realistici.
D. Non si poteva introdurre un meccanismo di differenziazione tra lavoratori più e meno anziani?
R.
L'alternativa era non mettere alcun tetto e rendere i costi di licenziamento di chi ha anzianità altissime insostenibili per qualsiasi azienda. Stiamo parlando comunque di cifre che sono ampiamente in linea con quelle dei Paesi europei. Nessuno poi parla dell'articolo 6.
D. Le modalità con cui verranno pagati gli indennizzi...
R.
L'indennità viene data esentasse. Il pagamento è immediato, entro 60 giorni, il che previene da qualsiasi rischio di solvibilità del datore di lavoro. Sono soldi puliti, sicuri, non c'è il rischio di andare in Appello, in Cassazione, di doverli restituire. Questo dovrebbe davvero ridurre il contenzioso al minimo.
D. Le nuove norme verranno applicate ai licenziamenti collettivi?
R.
La legge dice di sì. Se poi il parlamento, e quindi il governo in seguito alle osservazioni del parlamento, riterrà di doverlo escludere esplicitamente, sarà una scelta politica.
D. In caso di licenziamenti collettivi, però, il dualismo tra vecchi e nuovi assunti non potrebbe creare problemi nella gestione degli indennizzi da corrispondere?
R.
Premesso che il doppio regime vale per licenziamenti economici sia individuali sia collettivi, si potrebbe fare una cosa ma questo dipende dal governo. Dire no, per i licenziamenti collettivi questo doppio binario non deve esistere. Bisogna fare però una modifica ai decreti, perchè attualmente non si fa distinzione.
D. Rispetto alle ristrutturazioni aziendali: se cessa il rapporto di lavoro con la vecchia società e nasce una newco, i lavoratori verranno assunti con le nuove regole? Con quali costi?
R. Se c'è una nuova assunzione, si applicheranno le nuove regole a tutele crescenti e i costi saranno dunque quelli relativi ai nuovi contratti. Per i trasferimenti d'azienda invece (fusioni tra due aziende, incorporazione di una società, eccetera, ndr) i rapporti di lavoro non si interrompono e varranno i vecchi contratti. Anche in presenza della cassa integrazione, perchè presuppone la continuità dei rapporti di lavoro.

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