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STORIA 30 Dicembre Dic 2014 1627 30 dicembre 2014

Migranti, i viaggi della speranza a bordo dei traghetti

Salgono da clandestini. O pagando 3 mila euro al camionista che li fa imbarcare. Per attraversare l'Adriatico e raggiungere l'Italia. La storia di Majid a Lettera43.

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Si muovono di notte. Spesso rimanendo feriti dalla rete di filo spinato che circonda il porto. Patrasso o Igoumenitsa non fa differenza. Saltano sui tir parcheggiati.
A volte con la compiacenza dell'autista che, per ogni immigrato, intasca dai 1.500 ai 3 mila euro. Oppure si attaccano al fondo del camion, cercando disperatamente di uscire dalla Grecia, imbarcarsi su un traghetto e mettere piede dopo 24, 26 ore di mare in Italia.
IL MISTERO DELLA NORMAN ATLANTIC. Afghani, siriani, iracheni, pakistani. Forse anche loro erano a bordo della Norman Atlantic, il traghetto andato a fuoco il 28 dicembre. Forse sono loro, anche loro, i «fantasmi», i possibili clandestini che non figurano nella lista ufficiale dei passeggeri. E la paura è che la stiva della nave sia stata la loro tomba.

L'Odissea dei profughi attraverso la Grecia

È un flusso costante. Le famiglie arrivano in Grecia dopo aver attraversato l'Iran e la Turchia.
Le donne e i bambini si fermano ad Atene. Gli uomini e i ragazzi continuano il viaggio. Per costruirsi una nuova vita in Europa. Via Italia.
I MIGRANTI VIVONO IN BARACCHE. «In Grecia la situazione è difficile per i migranti», spiega a Lettera43.it Jonatha Ricci dell'associazione Papa Giovanni XXIII che a Patrasso è stato molte volte. «I ragazzi vivono in modo precario. In baracche, fabbriche e case dismesse. Finché la polizia non li trova e li rinchiude nei centri. Sempre che prima non restino vittime di un raid di Alba Dorata». E così meglio rischiare la vita appesi a un camion.
L'UNHCR BACCHETTA ATENE. Accade allora che a un passo dall'Italia, nella civilissima Europa, la Grecia sia considerata un Paese «pericoloso» per i richiedenti asilo.
A dirlo non sono i migranti o le Ong ma l'Unchr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La quale ha chiesto a più riprese, riguardo l’applicazione del regolamento Dublino II - che dal 2003 prevede che ogni richiesta di asilo sia esaminata dal primo Stato membro in cui il migrante mette piede - di non delegare alla Grecia le pratiche «basandosi sull’analisi di questioni attinenti salvaguardie procedurali, l’accesso e la qualità della procedura di asilo, e le condizioni di accoglienza. Invitando a non rispedire nel Paese i migranti». Dettando la cosiddetta «clausola di salvaguardia».

Majid, a 15 anni la traversata dell'Adriatico su un tir

Majid oggi 21 anni è nato in Afghanistan.

E ne sa qualcosa anche Majid, 21 anni, afghano, in Italia da sei. Che ha attraversato l'Adriatico su un traghetto, proprio come quello della Norman, nascosto in un tir, per avere la «possibilità di studiare».
La sua famiglia ha lasciato Herat, provincia occidentale del Paese, per sfuggire all'offensiva talebana. Majid aveva solo cinque anni.
Dopo un decennio trascorso in Iran, ha preso il coraggio a due mani. E si è messo in viaggio: destinazione Europa.
«A ISTANBUL 1.500 EURO AGLI SCAFISTI». Prima è arrivato a Istanbul, poi pagando 1.500 euro agli scafisti è stato trasportato in Grecia. «Il prezzo andava dai 1.500 ai 3 mila euro», racconta a Lettera43.it. «A seconda se ti mettevano a disposizione la barca oppure se ti accompagnavano». A Majid il passaggio è riuscito solo alla quarta volta.
Una volta ad Atene gli sono state prese le impronte digitali. Lui minorenne, aveva 15 anni, è andato a vivere presso un afghano che affittava un appartamento. «Il contatto me lo avevano dato in Turchia. In tutto pagavo 10 euro al giorno, tra camera, bagno e cibo», ricorda. «Dormivamo in 10 in una stanza con un unico pensiero: arrivare in Italia».
L'ACCORDO CON GLI AUTISTI O LA CLANDESTINITÀ. Grazie ai soldi che la sua famiglia aveva raccolto, Majid si è potuto permettere un viaggio «sicuro». E cioè non appeso sotto a un camion.
«Con 3 mila euro l'autista del tir ti imbarca. Io ne avevo solo 1.500 e così mi hanno fatto salire a bordo da clandestino». L'operazione, anche in questo caso, è riuscita solo al quinto tentativo. «Una notte mi hanno trovato i poliziotti, mi hanno tirato giù dal camion per i capelli ma per fortuna non mi hanno arrestato. Un'altra, invece, siamo saliti su un camion diretto al porto che però non si è imbarcato sul traghetto».
TRE GIORNI IN 40 CENTIMETRI DI SPAZIO. Alla fine Majid ce l'ha fatta. «Era un articolato di 18 ruote che trasportava tessuti. Tutti i container erano pieni. Ho trovato con altri 10 un po' di posto. Ma dovevamo stare sdraiati in 40 centimetri di altezza».
La polizia ha controllato il carico, ma non li ha visti. «Quando mi sono reso conto di essere sul traghetto ho provato un senso di felicità», dice. «Ce l'avevamo fatta, anche se non sapevo nemmeno dove fossimo diretti».
Il viaggio è durato due giorni e mezzo. Più di 60 ore immobile. Senza parlare se non a bassa voce per paura di essere beccato dall'equipaggio. Senza mangiare, né bere. «E senza andare al bagno», sorride il 21enne. «Ma la paura era tanta che nemmeno mi scappava». In quel buio, Majid pensava solo al momento in cui sarebbe sceso. Sapeva che era stanco di quell'Odissea. Nemmeno credeva di restare in Italia. Voleva solamente poter studiare.
DAL CENTRO PER MINORI AL LICEO. La luce l'ha rivista ad Andria, dopo lo sbarco a Bari. «Siamo scesi quando hanno aperto il camion, in una azienda. Ci hanno fatto andare al bagno e poi hanno chiamato i carabinieri».
Anche in Italia Majid ha affrontato la solita trafila: impronte digitali e poi un centro per minori, assieme ad adolescenti italiani con problemi con la giustizia.
Nonostante tutto ha finito la scuola, liceo classico. «Una famiglia affidataria di Forlì mi ha accompagnato alla fine della scuola», aggiunge. «Volevo fare medicina ma non sono passato ai test di ingresso e così mi sono iscritto a Ingegneria».
«DA SEI ANNI NON VEDO LA MIA FAMIGLIA». Ma nemmeno in Italia la vita di Majid, scappato dall'Afghanistan e poi dall'Iran, è stata una passeggiata. «Da solo non sono riuscito a pagare la terza rata dell'università, non ho l'assicurazione sanitaria. E senza un lavoro rischiavo di essere rispedito in Afghanistan. Così due mesi fa ho presentato la richiesta di asilo».
Alla domanda se rifarebbe tutto questo, sorride amaro. «Un anno fa avrei risposto 'certamente'. Oggi 'sì', solo 'sì'. E poi non riabbraccio la mia famiglia da sei anni...».

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