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REPORTAGE 30 Dicembre Dic 2014 0523 30 dicembre 2014

Tor Sapienza, il degrado resta

Magazzini adibiti a case. Amianto vicino ai palazzi. Gli abitanti: «Hanno dato una ripulita, ma presto tornerà tutto come prima». E su Buzzi: «Nessun legame».

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Il centro per rifugiati 'Un sorriso'. © S. Rizzuti

Viale Giorgio Morandi non è Tor Sapienza.
È un quartiere a sé. Quasi un piccolo paese di 2.500 abitanti. Come spiegano gli stessi residenti: «Ci identificano come Tor Sapienza, ma noi siamo una sorta di Tor Sapienza 2».
E non è solo il centro di accoglienza per rifugiati da cui sono nate le proteste.
PRESIDIO DEI CARABINIERI FINO A GENNAIO. Davanti alla cooperativa “Un sorriso”, lì dove è scoppiata la rivolta, non c’è nessuno. Solo una camionetta dei carabinieri, che rimarrà a presidiare il centro fino a fine gennaio. Nessuno sta lì davanti a protestare come un mese fa.
Il viale è quasi deserto, trovare qualcuno in giro a metà mattinata non è facile. Solo poche persone ad aspettare l’autobus e qualche gruppo di operai che si occupa della potatura degli alberi. Tutto nella norma, si direbbe.
L'INCONTRO MARINO-RESIDENTI. Eppure la potatura degli alberi qui non è affatto nella norma: «Questo è un lavoro ordinario che per 30 anni non è stato fatto e che ora diventa un lavoro straordinario», lamenta un tecnico del Comune.
Era il 18 novembre quando il sindaco di Roma, Ignazio Marino, si incontrava con i residenti, ai quali prometteva di agire al più presto per far uscire dal degrado il quartiere popolare costruito sull’anello di viale Morandi. Oggi, a distanza di un mese, qualche piccolo cambiamento c’è: stanno potando gli alberi, la spazzatura viene raccolta quotidianamente, stanno sostituendo le luci dei lampioni per strada, hanno ripulito gran parte del parco adiacente al viale. Una serie di novità per gli abitanti della zona, che iniziano a vedere qualche segnale di cambiamento.
«PRIMI SEGNALI DI DECORO». Sandra Zammataro, rappresentante del comitato di viale Morandi da poco nato, spiega come alcune operazioni fossero indispensabili da tempo: «Gli alberi davanti le case crescono senza controllo da anni. Molte persone si sono trovate topi e altri animali nelle abitazioni e sono state costrette a fare una derattizzazione privata, pagata dai condomini. Si iniziano a vedere i primi segnali di decoro», sottolinea.
E si prova a contrastare la prostituzione: «Nel parco c’è un ‘quadrato di alberi’ sotto al quale era stato posto uno strato di cartoni che veniva utilizzato dai trans con i loro clienti», spiega Sandra indicando il giardino di fianco alle abitazioni, «ora hanno portato via tutto e falciato l’erba, non potranno più nascondersi là».

Le abitazioni di viale Morandi. © S. Rizzuti

Gli abitanti di viale Morandi: «Segnali positivi? Sono solo palliativi»

Nessuno o quasi, però, è veramente ottimista.
«Certo, ora la situazione è tranquilla, ma è una calma che ci mette paura», dice Alessia, una giovane madre del quartiere. «Anche se qualche segnale l’hanno dato, secondo me è soltanto paglia al fuoco. Marino è stato costretto a far qualcosa perché altrimenti ci avrebbe rimesso la faccia».
«SIAMO STANCI E DELUSI». Dello stesso parere è anche un uomo che porta a passeggio il suo cane nel parco appena sistemato: «Hanno dato una ripulita e cambiato i fari dei lampioni, ma per il resto non si è fatto nulla, rimane un quartiere degradato».
Ancora più negativo è il parere di Alfredo Bifante, fondatore dell’agenzia di quartiere Tor Sapienza (che raccoglie 21 associazioni della zona): «Di veramente positivo finora non c’è stato niente. Sempre che non si vogliano definire positivi i palliativi per dare il contentino che ritengo ipocriti», spiega. «Nel quartiere c’è delusione e stanchezza, allontanamento dalla politica e dalle istituzioni. Non bastano le operazioni di carattere emergenziale e formale. Buttare via le baracche abusive non basta, fra tre mesi torneranno qua, come è sempre successo».
IL DEGRADO È EVIDENTE. Il degrado, in effetti, è ancora ben visibile. In tutto il viale ci sono solamente un bar-tabaccheria, un alimentari e una farmacia. Un solo medico di base lavora in zona. Eppure non è sempre stato così: «Negli Anni 80 nei piani bassi dei palazzi c’era un centro commerciale, che ormai è scomparso da più di 10 anni», ricordano gli abitanti del quartiere. Ora, invece, i magazzini sotterranei sono occupati da persone che vivono nel totale degrado.
Le cose da mettere a posto sono tante. Qualcosa è stata fatta durante l’estate, prima delle proteste: un piccolo parco giochi, una stradina di ghiaia nel parco e poco altro. Ma, per esempio, «le fioriere dei palazzi sono tutte in amianto e nessuno le hai mai rimosse», spiega Sandra.
«IL CENTRO NON SI È MAI APERTO AL QUARTIERE». Gli scontri di novembre sono nati davanti alla cooperativa che ospita i rifugiati (quattordici secondo il Campidoglio, contro i 45 presenti al momento dello scoppio della rivolta). Non per una questione di intolleranza etnica, tengono a precisare gli abitanti del quartiere. Secondo loro il problema deriva dalla gestione del centro.
Prima era affidato alla Caritas, da pochi anni se ne occupa “Un sorriso”. «Il centro non si è mai aperto al quartiere. Certo, gli ospiti sono liberi di uscire quando vogliono, a parte alcuni che stanno nel piano per i detenuti, ma non basta», continua Sandra.

Una 'abitazione' in un magazzino sotterraneo. © S. Rizzuti

Razzismo? No, le proteste «sono frutto della rabbia e del degrado»

A poca distanza da viale Morandi c’è poi il campo rom di via Salviati.
Chiamato in causa durante i giorni della rivolta dai cittadini che hanno più volte lamentato i roghi quotidiani che avvenivano al suo interno.
«Prima c’erano un paio di incendi al giorno, ora siamo passati a non più di un paio a settimana», sostengono i rappresentanti del comitato, «ma non possiamo mai mollare la presa, dobbiamo controllare sempre che lì ci siano i carabinieri o la polizia a presidiare ed evitare nuovi roghi».
«NESSUN PROBLEMA COI RIFUGIATI». «In viale Morandi non c’è alcun tipo di razzismo», dicono in coro i residenti. Lorena, proprietaria dell’unico bar della zona, vede tutti i giorni i ragazzi ospitati dal centro: «Vengono sempre qua a fare colazione. Alcuni ormai li conosco da anni. Sono ragazzi normali che vanno a scuola come tutti gli altri. Sono educati e carini, non hanno mai creato problemi».
L’integrazione possibile è anche quella che si vede al di fuori dell’alimentari. Lì c’è un ambulante che da cinque anni frequenta il quartiere. Sorride e parla con tutti gli abitanti, li conosce personalmente e ci chiacchiera spesso. Aiuta una signora a portare le buste della spesa e lei, nel momento in cui si accorge di aver dimenticato di comprare lo zucchero, affida a lui i suoi soldi e gli chiede di entrare a prenderlo al posto suo. Lui è chiaro: «Qua sono ben accolto. In cinque anni sono sempre stato trattato bene, non ho mai avuto problemi».
«NIENTE A CHE VEDERE CON BUZZI». Seppure il quartiere possa sembrare spaccato sulle azioni politiche finora messe in atto, su una cosa sono tutti d’accordo: «Buzzi e la mafia di Roma non hanno nulla a che vedere con le proteste di Tor Sapienza».
Lorena ne è convinta: «Io non vivo qui, ma ci sto tutti i giorni e so benissimo che nessuna di queste persone ha nulla a che vedere con Buzzi», dice.
«Le proteste di novembre sono solo frutto della rabbia e del degrado», conclude Sandra. «Il caso del centro è stato solo la classica scintilla che ha fatto esplodere tutto, ma la gente protesta perché non ci sono soldi per noi e la situazione di degrado resta».

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