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REPORTAGE 2 Gennaio Gen 2015 0800 02 gennaio 2015

Ospedale del Mare, un fantasma sul Lido di Venezia

Il complesso fu abbandonato nel 2006. Ospitava padiglioni per la cura delle malattie acute. Viaggio di L43 nella struttura diventata rifugio di sbandati. Per il rilancio servono 300 milioni. Video.

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L'ospedale del Mare a Venezia, abbandonato dal 2006.

C'è ancora una lettera lasciata sullo scaffale.
È la storia di una figlia che cerca di consolare il padre e stargli vicino in un momento difficile, forse durante la sua malattia.
Ora appartiene a quel luogo deserto, ai corridoi abbandonati e distrutti dal tempo. È lo scenario all'interno dell'ex ospedale del Mare del Lido di Venezia, un complesso fantasma abbandonato nel 2006 (guarda il video).
CURA DI MALATTIE ACUTE. Prima ospitava padiglioni per la cura delle malattie acute. Situato su una sottile isola che si allunga per circa 11 chilometri tra la laguna di Venezia e il mare Adriatrico, delimitata dai porti di San Nicolò e Malamocco, vive oggi nella rabbia degli abitati. Che ricordano come era un tempo.
«Negli Anni 70 sono arrivata al Lido di Venezia per fare il corso di infermiera. Ero giovane, avevo 20 anni e venivo da Treviso. L'ospedale era come la mia famiglia, lo è stato per 30 anni», racconta a Lettera43.it Giulia Romano, strumentista di sala operatoria.
IN PASSATO PURE TUBERCOLOSI. «Ci conoscevamo tutti. Si trovava in una posizione perfetta e invidiabile, vicino al mare. In passato si curavano i bambini dalla tubercolosi, poi negli Anni 50 le malattie acute. Lavorare lì è stata una delle esperienze più belle della mia vita».
Inaugurato ufficialmente nel 1933, la sua storia ha inizio 63 anni prima. Nel 1870 fu costruito l’Ospizio Marino sulla spiaggia in zona Quattro Fontane.
Era la prima struttura in legno per ospitare e curare con terapie marine 200 bambini malati di tubercolosi.
Con il tempo diventò una cittadella della salute, delle arti e dei mestieri. C'era anche un osservatorio Bioclimatico dove venivano studiati i parametri meteorologici dal 1940 al 2003.
Nel 1955 vennero registrati 10 mila ricoveri, 1.400 posti letto e 450 mila visitatori.
Nel 1969 ci lavoravano in 1.500.
DAGLI ANNI 80 ECCO I TAGLI. Negli Anni 80 la situazione iniziò a peggiorare. Si tagliava sugli ambulatori e sui servizi. Spuntarono numerose e piccole realtà ospedaliere, come il 'Giustiniani'.
«Senza investimenti, l'Ospedale del Mare iniziò a risentire del tempo. I padiglioni non erano all'avanguardia, mancavano gli ascensori dove era necessario, le apparecchiature mediche non erano sofisticate. La manutenzione era stata dimenticata. Fu messa in atto una strategia per farlo chiudere. Nel 2006 l'abbandono», spiega Romano.
La storia è ancora controversa. Gli spazi dovevano essere destinati a strutture residenziali, poi termali. Eppure nulla è stato fatto.

Il rilancio? Un investimento di 300 milioni

L'ospedale del Mare di Venezia è ormai diventato rifugio per barboni, immigrati e sbandati.

Oggi le sorti non appaiono ancora chiare. Hines - il nuovo gestore del fondo Real Venice I che possiede gli alberghi Excelsior e Des Bains - dovrebbe presentare il piano complessivo di rilancio delle strutture del Lido in accordo con i nuovi proprietari della Cassa depositi e prestiti che lo hanno acquistato dal Comune nel 2013 per 50 milioni di euro.
Si tratterebbe di un investimento di 300 milioni per dare vita a un'area della salute e del benessere.
MACCHINE DA 70 MILA EURO. Lungo i corridoi del secondo edificio ci sono ancora le insegne che ospitavano i differenti reparti, una macchina per la dialisi da 70 mila euro lasciata all'incuria, poltrone e lettini ospedalieri pieni di polvere e sporcizia.
In una stanza c'è una piccola sedia verde dove i rami degli alberi sono entrati dalle finestre.
A fare da sfondo un tappeto di siringhe e corpi di uccelli morti. Poco distante dai padiglioni abbandonati ci sono alcune strutture che sono state occupate.
RIFUGIO PER BARBONI E IMMIGRATI. I vestiti sono stesi per essere asciugati su un lungo filo mentre qualcuno sta preparando un barbecue.
Secondo Romano non ci sono dubbi: l'ospedale è diventato un rifugio per barboni e immigrati, spesso anche sbandati.
Ma c'è anche chi invece a pochi passi dalla distruzione tenta di portare qualcosa di artistico in quel luogo desolato.
Si tratta dei ragazzi che hanno impedito che il teatro Marinoni venisse distrutto da atti di vandalismo.

Un incubatore di pratiche sociali

Il degrado dentro l'ospedale del Mare a Venezia.

Andrea Curtoni ha 31 anni ed è di Piacenza. Si è trasferito da due anni a Venezia dopo aver terminato un master in Urbanistica, ed è uno dei ragazzi che lotta per tenere in vita la struttura da tre anni.
«Prima era un ospedale per il benessere dei degenti, ora è solo una porzione di città (33 padiglioni) lasciata nell'abbandono dal degrado speculativo. È un incubatore per pratiche sociali di riappropriazione e progettualità condivise», racconta Curtoni.
«MINIERA DI MEMORIE». «Ma è anche un riparo per chi ha bisogno di un tetto, un territorio da esplorare che attira la curiosità di visitatori dell'abbandono. È uno spazio di svago e fuga per alcuni giovani del Lido troppo controllati negli spazi pubblici attuali. È stato una miniera di memorie».
Oggi il teatro Marinoni, che deve il suo nome al docente e studioso di diritto internazionale, è uno spazio che «si ridefinisce attraverso differenti pratiche artistiche e sociali e che cerca di mantenere sempre viva l'originaria vocazione e il nome a cui questo spazio è dedicato». Quello che resta del passato è solo il ricordo di chi ci lavorava e degli abitanti del Lido.
LA BELLEZZA PERDUTA. «Quando entro nell'ospedale del Mare continuo a vederlo com'era prima. Vedo la mia giovinezza e non riesco ad accettare l'abbandono», conclude con malinconia Romano.
«Ho ancora negli occhi tutta questa bellezza. Ricordo il teatro Marinoni dove vivevo, i viali alberati del Lido, il profumo del fornaio, quello del sapone delle lavanderie presenti nella piccola cittadella della salute. Poi mi rendo conto che tutto questo non è reale e mi chiedo: ritornerà mai a essere come un tempo? Forse è un sogno».

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