REPORTAGE 8 Gennaio Gen 2015 1439 08 gennaio 2015

Charlie Hebdo, l'islam di Milano tra silenzi e condanne

La comunità musulmana sull'attacco di Parigi. C'è chi preferisce non parlare e chi invece si schiera contro la violenza. Lettera43.it in viale Jenner. Foto.

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da Milano

Alla fine di viale Jenner, all'angolo con via degli Imbriani, c'è un bar. Fuori, davanti a un tavolino, un giovane egiziano discute dell'attacco alla redazione di Charlie Hebdo con due italiani sulla settantina. Nessuno alza la voce o si chiude in insulti, tutti aspettano il loro turno per parlare e ascoltano l'interlocutore.
CONTRO LA VIOLENZA. «Io sono fermamente contro chi uccide», spiega Faruq (il nome, come quelli che seguono, è di fantasia), «però ci vuole rispetto delle idee e delle convinzioni dell'altro». Sono discorsi che mette su due piani diversi, mentre Mario gli risponde: «Io non dico che i francesi abbiano fatto bene (si riferisce alle vignette su Maometto pubblicate su Charlie Hebdo, ndr), hanno sbagliato anche loro».
E Faruq prosegue: «Se c'è una mancanza di rispetto non si può rispondere con la violenza. Bisogna parlarne». Esattamente come stanno facendo loro.
TANTI PREFERISCONO NON PARLARE. Il dialogo, nella via che ospita l'Istituto culturale islamico (2 mila soci e fino a 5 mila frequentatori della Preghiera del venerdì), è possibile e reale, anche se in molti non hanno nessuna voglia di parlare di quanto accaduto a Parigi.
Una ragazza con l'hijab rallenta, risponde cordialmente al saluto, ma quando sente che la domanda è sull'Isis e il terrorismo riaccelera il passo e se ne va scuotendo la testa. Hamzah e Jamil, che gestiscono una piccola attività commerciale con l'insegna in italiano e in arabo, preferiscono non esprimersi: «Noi non possiamo capire queste cose. Facciamo il nostro lavoro. Mi dispiace».
Khalid, dietro il suo bancone, si esprime con poche parole: «Lascia stare l'islam. L'islam ha regole semplici e chiare da rispettare», si limita a dire. Fatma smette di pulire il pavimento del locale in cui lavora solo per dire che le azioni dell'Isis «non incidono sulla nostra vita quotidiana, perché sono qui in Italia da otto anni e nessuno ha mai avuto paura di me».
«CI SARANNO STRUMENTALIZZAZIONI POLITICHE». Tra chi decide di parlarne, però, la condanna è unanime. A pochi metri dalla moschea, il responsabile dell'Istituto Abdel Hamid Shaari parla in arabo con un amico, ma non ha problemi a tradurre i suoi pensieri in italiano. «Qui ognuno parla a titolo personale», precisa prima di esprimere la sua opinione: «La violenza è sbagliata sempre. Noi viviamo in Italia, un Paese laico, non religioso, e ognuno ha la libertà di esprimere il suo pensiero. Uccidere è sempre sbagliato».
Sa, però, che questi fatti saranno strumentalizzati dalla politica: «Se uno ascolta la Lega Nord sentirà una determinata interpretazione dei fatti, se ascolta la sinistra un'altra». E non è un caso che il leader del Carroccio Matteo Salvini non abbia esistato a cavalcare la notizia per invocare una rottura di qualsiasi dialogo interreligioso con i musulmani. «Ovviamente c'è il pericolo che la gente non capisca la differenza tra l'Isis e l'islam, ma noi non siamo l'Isis».
Qaisar non ha dubbi: «Se sei ospite di un Paese non puoi rovinarlo o tentare di distruggerlo. Questa gente andrebbe cacciata via a pedate». Lui è è un cristiano egiziano, ma conosce «tanti musulmani per bene. L'Isis non fa certo i loro interessi, anzi».
«NON SIAMO QUI PER FARE LA GUERRA». Malik ha vissuto in Francia ed è convinto che sia «un Paese sicuro per i musulmani, che lì trovano stabilità, anche più che in Italia». Anche per questo è rimasto colpito da quello che è successo: «Mi dispiace per tutti, che posso dire? Noi non abbiamo lasciato il nostro Paese per venire in Europa a fare la guerra». Sui fatti di Parigi ha la sua tesi: «Per me non è un caso che l'attacco sia avvenuto poco dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia. Questi non ragionano da musulmani, sono fuori di testa, magari sono anche miliziani prezzolati, non sarebbe la prima volta».
Nasir è più tranciante nel suo giudizio: «Sono degli stronzi! Non è gente normale. Purtroppo in tutto il mondo è così: ci sono le persone per bene e poi ci sono gli stronzi».

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