INTERVISTA 11 Gennaio Gen 2015 0813 11 gennaio 2015

Albaih: «Charlie Hebdo? Razzista, ma la satira è libera»

Il vignettista sudanese Albaih condanna i terroristi: «Scioccato dalla strage». Ma critica il giornale francese: «Alimentava stereotipi. Invece la satira deve unire».

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Quello del vignettista è un mestiere possibile anche nel mondo musulmano. Più difficile di quanto non lo sia in Occidente, ma comunque possibile.
Khalid Albaih si è inventato uno pseudonimo e per anni ha cercato di tenere nascosta la sua immagine, «ma non ha funzionato». Ogni giorno si trova a dover «combattere con la censura» e fare i conti con «la paura di urtare le persone sbagliate».
«QUI È DIFFICILE LAVORARE». Nato in Sudan, è esploso come matita della rivolta durante la Primavera Araba. Si è trasferito a Doha, in Qatar, e ha cercato lavoro presso alcuni giornali, «ma non è stato semplice per via delle rigide limitazioni alla libertà d'espressione».
Ma ad andare in Europa non ci pensa nemmeno. «Sicuramente sarebbe più semplice fare il mio lavoro», spiega, «ma questo è il mio mondo. Sento di dover restare qui».
Attraverso il sito di al Jazeera ha fermamente condannato la strage compiuta da un commando di estremisti islamici alla redazione di Charlie Hebdo, spiegando come interpreta il mestiere del vignettista e il ruolo della satira. «Io cerco di avvicinare i popoli, non di allontanarli», ha raccontato a Lettera43.it.

Khalid Albai, vignettista musulmano. Lavora in Qatar.

DOMANDA. Qual è stata la sua prima impressione quando ha sentito la notizia dell'attacco a Charlie Hebdo?
RISPOSTA.
Ero scioccato, poteva accadere a me o a uno qualsiasi dei miei colleghi. Tutti subiamo le stesse cose: la censura e l'odio delle persone che non amano essere oggetto delle nostre critiche. Il punto non è solo la religione.
D. E qual è?
R.
È un problema di tolleranza. Stanno attaccando tutto il mondo, non solo l'Occidente. Siamo tutti sotto attacco.
D. Pensa sia stata presa di mira la libertà d'espressione?
R.
No, avrebbero potuto colpire chiunque, non solo Charlie Hebdo. Volevano solo uccidere qualcuno. Sono solo estremisti, la loro ideologia o la loro religione è un fattore secondario.
D. Potevano anche non essere musulmani?
R.
Sì. Qualsiasi estremismo è pericoloso e agisce in modi simili.
D. Non pensa che c'entrino le vignette su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo?
R.
Probabilmente è una delle ragioni dell'attacco, ma non l'unica. Come tutti gli estremisti attaccano chi non la pensa come loro.
D. Pensa che il loro scopo sia quello di arrivare a un scontro di civiltà?
R.
Non penso abbiano l'intelligenza necessaria per portare avanti una strategia del genere.
D. Le piaceva Charlie Hebdo?
R.
No. La trovavo una pubblicazione piuttosto razzista e volgare. Essere un vignettista con tutta la libertà d'espressione che garantisce lavorare in Occidente significa avere un grande potere. E loro lo usavano per alimentare stereotipi già difficili da sradicare.
D. Pensa comunque che debbano avere la libertà di farlo?
R.
Certamente. Nessuno può imporre loro di cosa parlare, è una la loro scelta.
D. Pensa che le loro vignette sul Profeta possano far giustificare a qualcuno l'attacco?
R.
No. Certamente quelle pubblicazioni hanno colpito tutta l'area musulmana, causando ondate di proteste, ma niente di così violento. Questa la reazione normale dei musulmani. E tutto è successo in un contesto particolare.
D. Quale?
R.
Quei Paesi erano già sull'orlo della guerra civile, prede di regimi che negavano i più elementari diritti umani. Supportati spesso dall'Occidente. Tutto ciò che avevano, come riferimento, era il Profeta. Anche l'attacco a Charlie Hebdo è legato al contesto attuale.
D. Che contesto è?
R.
Un contesto di guerra. Ovunque. In Siria, in Iraq. Tutto questo non può non essere considerato quando si cercano le ragioni della strage.
D. Questo genere di violenza che effetti ha sulla vita quotidiana dei musulmani?
R.
Milioni di musulmani vivono in Europa e sono europei, ma ora molti li identificano coi terroristi. Ogni volta dobbiamo condannare e chiedere scusa per fatti che non abbiamo commesso e che non supportiamo. Una donna che indossa il velo viene vista come una vittima del padre o del marito. È come se tutti i tedeschi venissero etichettati come nazisti.
D. Come si può fermare questa violenza?
R.
Possiamo farlo solo lavorando insieme. Musulmani, cristiani, ebrei, dobbiamo impegnarci tutti per vivere in armonia. E poi bisogna scegliere attentamente da che parte stare nei contesti di guerra in Medio Oriente. Non si devono sostenere i dittatori, ma il popolo, i ribelli.
D. È favorevole alla guerra in Iraq? Pensa sia il modo giusto per fermare l'Isis?
R.
È un intervento tardivo. Non possiamo pretendere di fermare facilmente l'Isis ora. Bisognava prevenire.
D. Come?
R.
Per esempio si doveva isolare Assad in Siria, imporre una no-fly-zone, rovesciare il suo regime. Lo Stato islamico è lì solo perché nessuno ha mai fermato Assad.
D. Cosa può fare la satira?
R.
Dobbiamo dipingere la situazione, cercare di fare in modo che le diverse culture si capiscano, accorciare le distanze, non allargarle.
D. Lei ha paura quando fa il suo lavoro?
R.
Certo che ne ho. Tutti i giorni.
D. Si auto-limita?
R.
Sì, lo faccio. Io voglio mandare un messaggio, non irritare le persone. E bisogna sempre conoscere bene ciò di cui si discute, studiare una regione prima di parlarne. Non si può scrivere di Medio Oriente o islam senza conoscerli.
D. E come fa a mandare un messaggio?
R.
Io disegno le mie vignette in arabo e in inglese perché voglio raggiungere anche l'altra parte. Quello che ci comunicano i media principali o il cinema americano è del tutto sbagliato. Io cerco di mandare la mia testimonianza diretta a un'audience quanto più ampia possibile. Anche per questo lavoro sui social.

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