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INTERVISTA 17 Gennaio Gen 2015 0600 17 gennaio 2015

Islam, Zamperini: la paura ci renderà schiavi

Davanti alla strage di Parigi generalizzare è pericoloso. Oltre che ingiustificato. «La paranoia è un'arma di governo, non cadeteci». Lo psicologo Zamperini a L43.

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Angoscia, panico, paranoia. Lo choc emotivo provocato in Occidente dagli attentati di Parigi è stato di grande impatto: adesso il rischio è che questo «capitale di paura» possa essere strumentalizzato politicamente, traducendosi in restrizioni dei diritti civili, limitazioni della libertà personale, razzismo.
La possibilità di diventare vittime di una «paura della propria paura, che blocca pensiero e azione», come dice Adriano Zamperini, psicologo della violenza all’Università di Padova, è estremamente concreta.
ZAMPERINI: «VA ROTTO LO SCHEMA AMICO-NEMICO». Ecco allora che diventa fondamentale «differenziare, non dare una risposta stereotipata», spiega Zamperini a Lettera43.it: «Bisogna evitare che a un attacco deindividualizzato (cioè non mi interessa chi è la vittima ma ciò che rappresenta) segua una reazione altrettanto deindividualizzata (per esempio con normative punitive nei confronti della religione islamica), perché altrimenti si fa il gioco di chi pratica il terrore».
Secondo lo psicologo, parole come quelle di Matteo Salvini («Nel nome dell'Islam ci sono milioni di persone in giro per il mondo e anche sui pianerottoli di casa nostra pronti a sgozzare e a uccidere») «sono ridicole: va rotto questo schema amico-nemico, o non se ne esce più».

Nel riquadro, Adriano Zamperini, psicologo della violenza all’Università di Padova.

DOMANDA. A ogni stato di emergenza ha spesso corrisposto una restrizione dei diritti civili. Che rapporto c’è tra libertà e sicurezza?
RISPOSTA.
Questa dinamica è antica come il mondo ed è mediata dai diritti. Lo Stato contemporaneo nasce così, l’individuo cede qualcosa a un’entità sovraindividuale che si fa garante della sicurezza di tutti.
D. E come si gioca questa mediazione?
R.
Attraverso alcuni dispositivi. Quello storicamente più noto è pensare che dentro il singolo individuo ci sia un lato oscuro, il grande tema dell’aggressività come essenza.
D. Si spieghi meglio?
R.
L’idea di una sorta di negatività che ci portiamo dentro fa sì che l’ordine costituito tenga al guinzaglio i singoli per la sicurezza del collettivo secondo modalità ritenute legittime. Ma è un’idea scientificamente sbagliata. Segnala il tema della vulnerabilità dell’essere umano e del conseguente apparato del rimedio preposto per tutelarlo: la dinamica diritti-sicurezza passa da questo crinale.
D. E come può esser declinato questo bisogno del singolo di sicurezza sul piano politico?
R.
Se dico: «Dentro di noi c’è un potenziale killer», genero uno stato di sospetto che incrina il rapporto fiduciario con l’altro. In questo contesto paranoico, dove il singolo si percepisce vulnerabile, gli si può offrire la scorciatoia di consegnare a qualcuno la titolarità di questa sicurezza.
D. Nella storia diversi Stati hanno governato sfruttando la logica della paranoia. Anche l’Europa è a rischio?
R.
Sicuramente. Sopratutto se certi orientamenti politici useranno sistematicamente la paura come un’arma di governo, anche se non credo che sul lungo periodo questo possa accadere.
D. Che cos'è tecnicamente la paranoia?
R.
È un sentimento legato al senso di insicurezza e si fonda sull’aspettativa del negativo senza che il negativo sia concretamente presente. È una cosa molto diversa dalla paura sana.
D. Cioè?
R.
La paura sana consente di far fronte allo stimolo concreto che ci minaccia. Ma se la paura è senza oggetto si crea uno stato pervasivo di angoscia, che blocca le persone nella paura della propria paura: incapaci di nominare il pericolo, si frenano nel pensiero e nell’azione. È questa la logica del terrore.
D. Che conseguenze può provocare, in concreto?
R.
Rischia di generare situazioni di allarme. È come vedere, per esempio, tutte le persone con la carnagione scura come potenziali killer. È una forma di angoscia che alcune formazioni politiche possono usare per avere consenso.
D. Come Salvini che dichiara: «Nel nome dell'Islam ci sono milioni di persone in giro per il mondo e anche sui pianerottoli di casa nostra pronti a sgozzare e a uccidere»?
R.
Sì, sono parole ridicole. È la stessa psicologia del terrore di chi ha agito, speculari all’uso che hanno fatto i terroristi dell’emozione-arma per incrinare il senso di sicurezza e i legami sociali con l’attentato.
D. Molti politici hanno detto che «l’Islam deve prendere posizione contro questi gesti».
R.
Detta così questa frase segnala ignoranza e può generare confusione. È indiscutibile che ci debba essere una dissociazione da questi gesti, ma il problema è che l’Islam non ha una struttura gerarchica come la religione cattolica. Non c’è un papa, una chiesa: è difficile che ci sia un appello pubblico che smarca in toto l’Islam da un certo atto di violenza, mentre è molto più facile che il Corano, al di là di una certa competenza teologica, possa essere letto e distorto a proprio piacimento.
D. Quindi?
R.
Poiché il mondo musulmano è percorso da divisioni e conflitti interni, quando un politico fa una simile affermazione dovrebbe precisare qual è il suo interlocutore, altrimenti l’appello rischia di cadere nel vuoto.
D. Le persone però sono molto spaventate...
R.
È ovvio, ma è importante, in questo frangente, non cadere in questa sorta di emotività confusa e diffusa. E introdurre elementi di differenziazione che permettano di affrontare concretamente determinati fenomeni.
D. Nelle parole di molti - politici, opinionisti, cittadini - ricorre il riferimento allo «scontro di civiltà». Lei cosa ne pensa?
R.
Mi sembra un'assurdità. All’orizzonte non c’è niente di questa natura, ma piuttosto Paesi fortemente destabilizzati che sono attraversati da conflitti molto aspri. Tutti i giorni. Uno scenario globale in cui l’Europa è un campo secondario di azione, visto che le stragi si stanno consumando soprattutto negli Stati islamici.
D. Gli attentati però ci interessano da vicino...
R.
L’attentato è stato un gesto di ritorsione contro Paesi che altrove compiono azioni, a detta degli attentatori, ingiustificate, ingiuste e violente. E questi rispondono con altrettanta violenza. Ritengo che delle vignette gli importi ben poco, hanno colpito qualcosa e qualcuno che simbolicamente ci rappresenta.
D. Intende la libertà di espressione?
R.
No, questo è secondario. Il punto decisivo è colpire un bersaglio che sappia esprimere una totalità. Per questo una redazione di un giornale o un supermercato sono allo stesso livello. Del resto anche le Torri Gemelle non erano un bersaglio militare, bensì simbolico.
D. C’è contiguità con i fatti dell’11 settembre?
R.
L’11 settembre fu uno choc soprattutto per l’elemento novità. Poi ci sono stati gli attentati di Madrid, di Londra e altri episodi, più o meno gravi, che insieme costituiscono una costellazione unitaria, caratterizzati da una grande copertura mediatica. Sfruttata dai terroristi per comunicare: senza comunicazione non c’è prima paura e poi panico.
D. Ma colpire il simbolo sembra aver “unito” i cittadini occidentali.
R.
Sì, ma questo avvicinamento per ora è stato estemporaneo, dettato dall'ondata emotiva e sicuramente usato politicamente. Il rischio maggiore è che possa trasformarsi in una cieca reazione di gruppo, 'noi' contro 'loro'.
D. Quali contromisure occorre prendere?
R.
È necessario differenziare. Non si può dare una risposta stereotipata di gruppo a questo tipo di attacco. Chi ha commesso un reato è giusto che paghi secondo il dispositivo giuridico. Questo non vuol dire che poi non lo si possa collocare dentro un orizzonte di significato più ampio, ma serve togliere respiro a una percezione omologante.
D. Come, in concreto?
R.
Bisogna evitare che a un attacco deindividualizzato (cioè non mi interessa chi è la vittima ma ciò che rappresenta) segua una reazione altrettanto deindividualizzata (per esempio con normative punitive nei confronti della religione islamica), perché altrimenti si fa il gioco di chi pratica il terrore. Va rotto questo schema amico-nemico, o non se ne esce più.
D. E la narrazione, in questo contesto, che ruolo ricopre?
R. È strategica. L’accesso al sistema delle opinioni dei cittadini è esattamente il gancio a cui appendere la mobilitazione della risposta.

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