Maria Giulia Sergio 150115190127
TERRORISMO 19 Gennaio Gen 2015 0610 19 gennaio 2015

Napoli, la rete jihadista all'ombra del Vesuvio

Porta d'ingresso, base logistica e nascondiglio. Il ruolo di Napoli, e della camorra, nella tela di Isis e al Qaeda. Tra fornitura d'armi, documenti e banconote false.

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Maria Giulia Sergio, 27 anni di Torre del Greco, sospetta foreign fighter dell'Isis.

In piazza Garibaldi a Napoli, nel cuore della stazione ferroviaria, gli stranieri appaiono più che mai divisi in bande: i cinesi contro i nigeriani, gli algerini contro gli ucraini, gli ivoriani contro i polacchi.
La camorra li osserva. E tiene viva “la guerra”, che fa il suo gioco e consente di distrarre le forze dell’ordine impegnandole a sedare risse e schiamazzi, furtarelli e prostitute.
Intanto, nell’ombra, gli affari veri prosperano: armi, droga, esplosivi, documenti falsi, mappe per scomparire nel nulla, covi e “consigli” per sfuggire ai controlli.
Confessa un residente: «Piazza Garibaldi a Napoli è quasi il luogo ideale per chi di mestiere fa il terrorista e ha bisogno di aiuto».
LADY JIHAD, 27ENNE INSOSPETTABILE. Di Torre del Greco, paesone a due passi da Napoli, è lady Jihad, cioè Maria Giulia Sergio, 27 anni, oggi Fatima Az Zahra, teorica del niqab (il velo islamico), che si è convertita a Maometto e ha seguito il suo compagno nelle fila “rivoluzionarie”. Jacine, invece, era un giovanotto alto e segaligno, la pelle olivastra, i modi garbati.
Musulmani e cristiani, nei vicoli alle spalle della Ferrovia dove fungeva da vice imam nella moschea di corso Arnaldo Lucci, ne dicevano un gran bene. Perciò, in molti rimasero sbalorditi quando la Digos - una mattina agli inizi degli Anni 2000 - arrivò in forze alla moschea per arrestare il giovane Jacine con l’accusa di essere un terrorista islamico travestito da religioso, uno che «nelle omelie in arabo incitava alla violenza contro l’Occidente» contando sul fatto che in zona quella sua strana lingua «era conosciuta da pochi».
NAPOLI, BASE LOGISTICA E PONTE STRATEGICO. Napoli, crocevia e punto di appoggio per militanti islamici in cerca di obiettivi da colpire: se ne torna a discutere, ora che a Parigi le armi hanno ripreso a uccidere nel nome di Allah. Napoli base logistica. E ponte per raggiungere Milano, Monaco di Baviera, Barcellona, Londra, Parigi, a disposizione di chi arriva dall’Africa e dal Medio Oriente con intenti stragisti.
Napoli culla. E rifugio del Male. Ma anche nascondiglio per esuli, criminali, sbandati di ogni etnia. Raccontano in questura: «Qui è la meta ideale per chi intende procurarsi documenti truccati, denaro fasullo, armi clandestine, mappe che illustrano gli itinerari più sicuri per valicare indisturbati le frontiere, o almeno quel poco che ne è rimasto dopo le aperture sancite dal trattato di Schengen».

Napoli, punto nevralgico della rete jihadista

Piazza Garibaldi, a Napoli.

Di episodi sconcertanti, che confermano il ruolo nevralgico di Napoli nella rete planetaria di cui si avvalgono i seguaci di Isis e Al Qaeda, se ne contano a decine. Uno dei più recenti, ermetico ma mica troppo, è dato dai tre libri sulla fede e sull’etica islamica del filosofo turco Huseyin Hilmi Hisik ritrovati abbandonati il 10 gennaio negli Scavi di Pompei, all’interno del Foro civile.
Ad accorgersi di quei libri è stato uno dei custodi. I carabinieri stanno tentando di individuare - attraverso l’esame delle telecamere a circuito chiuso - chi li abbia lasciati lì e per quali motivi. Sul piano giudiziario, risultano molteplici le inchieste avviate nel tempo dai magistrati della procura di Napoli.
Fino alla seconda metà degli Anni 90, la Campania è stata al centro delle attenzioni da parte dei magistrati impegnati a combattere contro i gruppi terroristici più importanti e pericolosi. Tra questi, c’è chi ricorda il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, federato ad Al Qaeda, di cui facevano parte con ruolo da dirigenti anche tre algerini poi arrestati nel 2005 a Napoli e a Brescia.
Si chiamavano Yamine Bouhrama, Khaled Serai e Mohamed Larbi.
SOSTEGNO AI MILITANTI ISLAMICI. Napoli, per gli inquirenti, è nel cuore di molti fra i militanti islamici: il gruppo Jamail Tal islam, per esempio, che - secondo fonti pakistane - avrebbe animato azioni terroristiche contro la presenza italiana in Iraq. O quelli del Gcim, il gruppo combattente islamico marocchino che sarebbe in contatto permanente con gli algerini e in grado di garantire supporto logistico in diversi Paesi europei e in Marocco.
Anche i militanti del Gia, cioè il Gruppo islamico algerino, che poi si sono uniti al succitato gruppo salafita, erano (e sono?) di casa nei vicoli alle spalle di piazza Garibaldi, aiutati da gruppi di connazionali stanziali, contigui ma non sempre coinvolti, che risiedono da tempo a Napoli e ben conoscono i segreti e i gli innumerevoli “servizi” che il mondo criminale locale (la camorra, innanzitutto) è in grado di offrire a chi è di passaggio e ne ha assoluto bisogno. Un passaporto, una pistola, un letto per dormire, un po’ di banconote ben contraffatte, qualche fucile o un carico di esplosivo.
PORTA D'INGRESSO PER I TERRORISTI. I vicoli rappresentano una garanzia di efficienza. L’omertà diffusa fa il resto.
Prezzi modici, tempi stretti, riserbo assoluto. Ha raccontato Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia ed ex capo dell’antiterrorismo alla procura di Napoli: «Il capoluogo campano, con il Casertano e il Nolano, è una delle principali porte di ingresso in Europa per chi vuol diventare terrorista o lo è già».
A confermare le parole del magistrato, c’è chi ricorda l’esclamazione enunciata dall’imam guerrigliero di Milano, Sayed Abd el Kader, arrestato in quanto vicino ad Al Qaida, che nelle intercettazioni telefoniche si lascia sfuggire il suo affettuoso «saluto ai fratelli di Napoli».

Da Lotfi Raissi a Ryad Hannouni: terroristi all'ombra del Vesuvio

Il pilota algerino Lotfi Raissi.

Tra gli inquirenti c’è chi ricorda: «È stato accertato che il pilota algerino Lotfi Raissi, accusato dall’Fbi americano di essere stato l’istruttore di volo dei quattro kamikaze dell’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, era transitato per Napoli».
E che all’ombra del Vesuvio «aveva soggiornato anche uno degli integralisti islamici arrestato a Francoforte perché in contatto con Mohammed Atta, l’uomo che dirottò il volo American Airlines che andò a schiantarsi contro una delle Torri prese di mira».
E ancora: in questura hanno memoria del franco algerino Ryad Hannouni che, dopo essersi addestrato in Pakistan, trovò rifugio a Napoli dove gli fu possibile procurarsi in breve tempo documenti falsi, computer e la materia prima per fabbricare esplosivi. Hannouni fu preso dalla Digos il 2 ottobre 2010. Grazie al suo arresto, fu scoperta una cellula che aveva intenzione di compiere attentati in Francia: in nove furono arrestati tra Marsiglia e Avignone.
IL RIONE VASTO PULLULA DI TASK FORCE. Oggi a Napoli le due moschee, quella di piazza Mercato e quella di corso Lucci, sono costantemente monitorate dagli uomini della Digos. Senza soste è anche il dialogo con i due imam, che però non possono garantire nulla sui comportamenti di eventuali cellule o singoli individui in transito.
Conferma un inquirente: «Napoli, col suo aeroporto e soprattutto col porto che consente collegamenti diretti col Nord Africa, è un luogo facile da raggiungere. Abbiamo scoperto che il rione Vasto e piazza Garibaldi pullulano di task force improvvisate composte da due o tre persone (napoletani di malavita) in grado di stampare documenti in pochi minuti grazie a un computer e a una stampante termica. I moduli in bianco li rubano negli uffici comunali, specie quelli in provincia».
ANCHE SALERNO È A RISCHIO. Qualche anno fa furono arrestati 28 pakistani al rione Forcella, nel cuore del centro storico dominato dai più antichi clan di camorra: nel basso in cui erano accatastati, i pakistani nascondevano armi e cartine con l’indicazione degli obiettivi da colpire. Forcella non è lontana dal porto, dove non di rado si individuano container pronti all’imbarco (o appena sbarcati) stracolmi di bazooka e lanciamissili, mitragliatrici, pistole, kalashnikov, munizioni, materiali esplosivi.
Anche a Salerno il porto è monitorato dagli inquirenti, che lo hanno inserito tra i 15 siti più a rischio a livello nazionale. Tensione, paura. Per gli investigatori più esperti, ci si ritrova di fronte ai cosiddetti «nipotini di Hjra w’al Takfir», la terribile sigla dietro cui negli Anni 90 si nascondevano gli estremisti nordafricani che vedevano nella Jihad l’unica strada per liberare i propri Paesi. E per garantirsi la gloria eterna, «alla destra di Allah».

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