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LA STORIA 7 Febbraio Feb 2015 1045 07 febbraio 2015

Irdi Keci: «Io finalista di Masterchef Albania»

Ha 22 anni. Da 11 ha lasciato Tirana e vive in Italia. Ora è finalista a Masterchef Albania. «E dire che mio padre arrivò qui su un gommone».

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Da Tirana è andato via, 11 anni fa, per raggiungere il padre. E a Tirana è tornato. Da vip.
Irdi Keci, 22enne cuoco, è finalista di Masterchef Albania (da cui, però, è stato eliminato alla penultima puntata, ndr). Da tre mesi fa avanti e indietro da Imola, nel Bolognese, dove vive con la sua famiglia. Ha partecipato per scherzo Irdi. «Mi piace la cucina, ho frequentato l'istituto alberghiero di Castel San Pietro e poi ho lavorato in alcuni ristoranti», racconta a Lettera43.it con il tono divertito. «Mai avrei pensato di arrivare qua, che mi prendessero».
«ORA A TIRANA SONO UN VIP». Adesso, quando torna nella sua città natale, la gente lo ferma per strada. «Mi dicono: 'È quello di Masterchef'. E ho un sacco di commenti in Facebook, soprattutto dopo la puntata del sabato». Ma oltre alla celebrità televisiva, ha ricevuto molte proposte di lavoro. «Il punto però è che voglio rimanere in Italia. Ormai è qui il mio mondo...amo gli ingredienti italiani».
La cucina albanese se la ricorda appena. «Qualche odore e sapore», dice, «legati alla mia infanzia. Come il profumo dell'origano che mia madre mette ovunque, anche nelle uova al tegamino. O il gusto acido dello yogurt che noi in Albania aggiungiamo in ogni piatto, compresa la carne».
Madeleine proustiane che Irdi conserva gelosamente. «Quando manteco il risotto aggiungo sempre una punta di yogurt», rivela, «dà freschezza, alleggerisce». E gli fa ricordare da dove viene.

Irdi Keci, 22 anni.

DOMANDA. Ma lei ama di più i piatti albanesi o quelli italiani?
RISPOSTA. Sono cresciuto con la cucina italiana. Come piatto di presentazione a Masterchef ho cercato di unire le due tradizioni...
D. Il risultato?
R. Ravioli di zucca con amaretto caramellato e grana.
D. E quale sarebbe il côté albanese?
R. Quando riceviamo ospiti offriamo sempre gli amaretti, fa parte della nostra tradizione.
D. Se invece dovesse scegliere un piatto tipico?
R. Lo sultjash, un riso al latte dolce e salato insieme. Lo prepara mia madre ed è buonissimo.
D. Quando ha capito che avrebbe fatto il cuoco?
R. Mio zio è uno dei più noti chef albanesi. Mi ha trasmesso lui la passione. Quando ero piccolo mi intrufolavo con mio cugino nella cucina dove lavorava. Lo vedevo là, col cappello bianco a dare ordini. Mi sembrava un eroe sul campo di battaglia. Volevo essere come lui. È anche venuto in trasmissione.
D. Poi però ha lasciato l'Albania per l'Italia.
R. Il primo a partire è stato mio padre nel 1995. Ricordo solo che mi baciò in fronte una notte e lo vidi uscire dalla porta.
D. Come arrivò in Italia?
R. Su un gommone. Come tanti altri. Mia madre riuscì a mettersi in contatto con lui solo tre giorni dopo. Una volta sistemato cominciò a lavorare come muratore.
D. Dopo quanto l'avete raggiunto?
R. Dopo otto anni, che ho passato senza padre. Mia madre è sarta e anche molto brava, ma in Italia trovò lun posto solo in un'impresa di pulizie. Solo da qualche anno è tornata a fare il suo lavoro.
D. Saranno orgogliosi del successo in tivù.
R. Moltissimo. Non riescono a credere che sia io quello in televisione...
D. Come è stato il suo arrivo in Italia?
R. All'inzio difficile. Non parlavo bene la lingua e le persone mi giudicavano per la mia nazionalità. Ho trovato amici con fatica, spesso ero emarginato. C'era razzismo nei confronti degli albanesi.
D. E poi?
R. Poi alle medie e soprattutto alle superiori mi sono trovato sempre meglio. Mi ricordo che ogni anno all'alberghiero organizzavamo un banchetto con tutti i piatti tipici di noi studenti. Era una festa.
D. La cucina l'ha aiutata?
R. Sì. Non importa da dove vieni. Ognuno porta con sé i sapori del «cuore», i suoi piatti. Ma la lingua è unica e tra i fornelli ci si capisce al volo.
D. Quando ha cominciato a cucinare?
R. Prima dell'alberghiero. I miei genitori lavoravano tutto il giorno e così preparavo loro la cena. Era una sorpresa. Mi piaceva trovassero qualcosa di buono a casa.
D. Il primo piatto italiano che ha imparato a cucinare?
R. Le lasagne verdi. Me lo ricordo ancora. Sembravano brutte nel piatto. Poi le ho assaggiate.
D. E?
R. Ho pensato: «Ma come fa a esistere una cosa così buona? Questi italiani mangiano bene». Sono rimasto sconvolto.
D. In questi ultimi 10 anni è cambiata Tirana?
R. Moltissimo. Quando l'ho lasciata c'era degrado. Le strade erano malmesse. Ora sembra di passeggiare per le strade di Bruxelles. L'economia si sta riprendendo.
D. Molti italiani oggi cercano la fortuna in Albania. E dire che un tempo dall'Albania si scappava...
R. Sì, in aereo ne incontro molti. A volte ci parlo. Un paio di loro mi hanno detto che in Italia non riescono a sopravvivere con le tasse. E così vengono a fare affari in Albania (ride).
D. Anche gli italiani dunque 'rubano' il lavoro. Chissà cosa direbbe un Salvini albanese...
R. Ogni razzismo è sinonimo di ignoranza. Tutti hanno diritto di cercare una vita migliore, non importa dove. Di fare il salto di qualità. Come ha fatto mio padre 20 anni fa.



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