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MODE 12 Febbraio Feb 2015 1752 12 febbraio 2015

Rome&you e very bello, l'inglese rottama l'italiano

Il logo in inglese fa discutere. In Italia solo il 19,43% dei ragazzi lo conosce.

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Il nuovo logo di Roma.

Una volta si lavavano i panni in Arno. Ora nel Tamigi o nell'Hudson.
Parlare inglese fa figo. Si sa. E non da oggi. Usare espressioni anglofone - meglio se acronimi - ancora di più. E così se si sta parlando di paradisi fiscali, perché non buttare là con lo sguardo di sufficienza un BVI (che starebbe per British Virgin Island). O un WTF, un poco polite what the fuck, che sta per un «e che diavolo». Per non parlare degli ASAP (as soon as possible, il prima possibile) o i Keep in touch, (teniamoci in contatto) in calce alle mail.
INCHIODATI AI MACCHERONI. Non siamo poi tanto cambiati da quell'americano a Roma impersonato da Alberto Sordi. Che tanto sognava «l'Ammmerica» per essere poi provocato e tradito dai «macaroni» e dagli orrait. E un po' siamo scivolati anche noi, cittadini digitali, su quel Very Bello, portale degli eventi Expo lanciato in pompa magna dal ministro dei Beni culturali Enrico Franceschini che in apertura ha la stessa Italia illuminata dall'alto usata da Carlo Cottarelli, commissario per la spending review (e già qui si aprirebbe un altro capitolo), sul suo blog per illustrare i nostri sprechi energetici.
Ci confermiamo la repubblica del selfie, non c'è che dire. Fondata sul Jobs Act. La cui politica si spiega a colpi di slider. O nei 140 caratteri di un tweet. E in cui la sinistra chiama la propria convention Human Factor.
Il caso più recente, però, ha dell'incredibile. Rome&you è il nuovo logo della città eterna voluto dal sindaco Ignazio Marino. E dire che come brand Roma funzionava.
L'ANNUNCIO DI MARINO. Il primo cittadino ha presentato la trovata sulla sua pagina Facebook: «Ecco i nuovi loghi di Roma. 'Rome and you' lo useremo in tutte le comunicazioni verso l'esterno e per un pubblico internazionale. Il logo ufficiale, quello che conoscete già, resterà negli atti ufficiali della nostra amministrazione. Una scelta che vuole sottolineare la natura inclusiva e comunitaria della nostra città».


Tanti i commenti, per la maggior parte negativi. Effettivamente, come dare torto a un commentatore che fa notare come Londra in Gran Bretagna si chiami London, mica «Londra e tu...».
La rottamazione parziale della Lupa e dell'S.P.Q.R insomma non è stata accolta al meglio.
«ROMA NON HA BISOGNO DI ATTRIBUTI». «Roma è Roma e non ha bisogno di altri attributi o aggettivi», ha poi spiegato Marino. «L'idea di cambiare l'immagine di Roma prende il via con una delibera di giunta approvata lo scorso ottobre; l'incarico è stato affidato alla società Inarea per restituire immediatezza ed efficacia sul piano comunicativo alla città di Roma. Il claim Rome&You, invece, nasce dalla necessità di sottolineare l'esperienza unica e personale che Roma offre sul fronte turistico». Il costo dell'operazione? Poteva andare peggio: «solo» 20 mila euro.

«Noio volevan, volevon, savuar»

Su una cosa Marino potrebbe avere ragione: l'esperienza unica che Roma offre sul fronte turistico. Già perché gli italiani non è che l'inglese lo mastichino proprio perfettamente.
Secondo una ricerca pubblicata nel 2013 da Italiani nel mondo, solo il 13,74% dei connazionali al di sopra dei 15 anni parla inglese, seguito da un 8,46% che parla francese; terza lingua parlata in Italia è lo spagnolo (6,65%), mentre solo il 2% parla tedesco.
Le percentuali sono diverse in altri Paesi europei: in Germania parla inglese il 31,93% degli over-15, mentre in Francia la percentuale è del 24,2%.
I DON'T SPEAK ENGLISH. Le cose non vanno molto meglio per i giovani compresi tra i 15 e i 34 anni: solo il 19,43% parla inglese (contro il 38,27 dei tedeschi e il 33,18 dei francesi).
Il voto dunque è lontano dalla sufficienza. La sentenza arriva dall'Ef, l'azienda che si occupa di studio delle lingue straniere, che ha redatto una classifica basata sui test Proficiency. L’Italia galleggia al 23esimo posto con un punteggio di 49,05. Tradotto: «Basso livello di competenza». Peggio di noi solo Perù, Venezuela, Turchia, Kazakhstan, Colombia, Panama, Vietnam.
POLITICI ALLO SBARAGLIO. I nostri politici, come si sa, non è che se la cavino molto meglio con la lingua di Shakespeare. E, almeno in questo, rappresentano l'elettorato in modo quasi impeccabile.
Basta ricordare il «Plis visit auar country» di rutelliana memoria. Il «nos only» di Silvio Berlusconi. Che non avrà una pronuncia oxfordiana ma non è un «delinquent» come mise in chiaro con la Bbc l'amazzone azzurra Michaela Biancofiore. Fino alle performance, che comunque denotano un certo coraggio, del premier Matteo Renzi.
FASSINO INTERNATIONAL. Per non parlare dell'exploit di Piero Fassino.
E dire che il Mayor of Torino, il 14 novembre 2013 aveva esortato i tassisti e i civich, i vigili, del capoluogo piemontese a imparare e perfezionare l'inglese. «Quando arriva un turista in città», diceva il sindaco, «si trova per prima cosa a relazionarsi con due figure, i tassisti e i civich, e per questo una conoscenza adeguata della lingua è importante».
Già.

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