Disoccupazione Giovanile Grecia 150217204142
REPORTAGE 18 Febbraio Feb 2015 0546 18 febbraio 2015

Grecia, storie di un popolo rovinato dalla crisi

Ingegneri caduti in disgrazia. Fisioterapisti costretti a lavorare 11 ore al giorno. Giornalisti licenziati in massa. Viaggio in una terra sull'orlo del baratro.

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da Atene

La disoccupazione giovanile in Grecia ha raggiunto il 62%.

Dimitri è un ingegnere, ha 57 anni ma da sette, ormai, non lavora più.
Quando la crisi ha travolto la Grecia era a un passo dalla pensione, ma quell'assegno lui non l'ha mai percepito e - forse - mai lo percepirà. Era impiegato in una ditta di costruzioni, il primo settore spazzato via dal piano di austerity, lo stesso piano che il neoeletto premier Alexis Tsipras ora vuole a tutti i costi rinegoziare con l'Unione europea.
«La maggior parte dei miei colleghi ha lasciato la Grecia», dice Dimitri a Lettera43.it, «altri sono caduti nella disperazione». Sull'orlo del baratro, spiega, il popolo ellenico ha se non altro riscoperto il valore della solidarietà. «Siamo sopravvissuti grazie all’aiuto di amici e familiari».
Altri, a differenza di Dimitri e dei suoi cari, non hanno retto: solo nel 2010 ci sono stati 6 mila suicidi, e il motivo è sotto gli occhi di tutti.
DISOCCUPAZIONE GIOVANILE AL 62%. Il Paese conta ormai 400 mila famiglie senza reddito, 700 mila non hanno nemmeno elettricità. E mentre il Pil continua a scendere (nel quarto trimestre ha segnato un nuovo calo dello 0,2%) e il debito non accenna ad assottigliarsi (vale 330 miliardi di euro, pari al 175% del Pil), la disoccupazione ha toccato il dato record del 28%. Quella giovanile è addirittura al 62%. Un'enormità.
Camminando per le strade di Atene, i numeri della crisi si trasformano in volti e sguardi abbassati. La vittoria di Tsipras alle ultime elezioni ha ridato un po' di morale alla gente, ma il clima resta estremamente pesante.
Dopo l’insediamento del premier, Dimitri ha ricevuto una richiesta di collaborazione dai due partiti di maggioranza, Syriza e Anel: «Ho deciso di aiutare il governo», spiega, «ma senza lavorare direttamente per loro». Perché la maggior parte del suo tempo Dimitri ha scelto di dedicarla a Solidarity4All, un progetto nato per mettere in comunicazione i cittadini greci in difficoltà e per dare loro assistenza.
«I MEDIA HANNO MANDATO UN MESSAGGIO SBAGLIATO». «I media nazionali hanno fatto passare un messaggio sbagliato», spiega una volontaria del centro, «hanno fatto credere alle persone che la responsabilità della crisi economica fosse individuale. Questo ha prodotto un diffuso senso di colpa in molti cittadini che hanno vissuto in solitudine difficoltà che, invece, riguardano un popolo intero».
Tra gli scopi di Solidarity4All c’è quello di fare sensibilizzazione: sopra un tavolo dell'associazione spunta una brochure dal titolo Building hope against fear and devastation (Costruire la speranza contro la paura e la devastazione), una sorta di manuale di sopravvivenza ai tempi della crisi.
Il progetto si muove, infatti, su diversi livelli: punta a dare assistenza medica e alimentare ma anche ad aiutare piccoli imprenditori a riappropiarsi delle loro aziende.
IL VERO VOLTO DI ATENE. Appesa al muro una cartina della Grecia evidenzia tutti i centri di solidarietà sparsi per il Paese, all’interno del quale si è creato un efficiente network di aiuti. Il progetto, sostenuto anche da Syriza, non ha nulla a che vedere con la carità ma, piuttosto, con la ricostruzione di quel tessuto sociale che è stato demolito in pochi anni.
Dimitri ci tiene a far sapere che l’Atene delle elezioni, invasa da giornalisti e telecamere, non è la vera faccia della capitale greca. La crisi ha spazzato via la maggior parte dei diritti ma «Tsipras sta cercando di portare un po’ di sollievo al nostro popolo».

Da Xristos a Lazaros: quelle vite stravolte dalla crisi

Il Pil greco è crollato del 25% in quattro anni.

E se gli ingegneri piangono, i giornalisti certo non ridono. Anzi. Quello dell'informazione è stato uno dei settori più colpiti dalla crisi, con l’80% dei professionisti rimasti a casa da un giorno all'altro.
Xristos è uno di loro: un anno fa lavorava come senior media editor nella redazione del quotidiano nazionale Elftherotypia, il secondo per diffusione nel Paese. Poi, a fine 2014 è stato licenziato, insieme con tutti i dipendenti del giornale, che ha chiuso. Da quel momento percepisce una piccola somma di denaro dal suo fondo pensione e collabora con alcuni siti internet per poche decine di euro al mese.
«Abbiamo perso i guadagni dalla nostra pubblicità», dice Xristos a Lettera43.it, «mentre le vendite del giornale diminuivano. Inoltre, i proprietari del quotidiano non hanno avuto un chiaro piano di ristrutturazione. Ma, e questo è un grande ma, Eleftherotypia si sarebbe salvato se le banche avessero esteso i loro prestiti. Non l’hanno fatto a causa delle pressioni degli altri editori e degli ambienti governativi».
GIORNALI E RADIO A RISCHIO. Eleftherotypia è stata la vittima più illustre nel panorama dell’informazione, esempio di voce libera e critica verso il Memorandum e le politiche del governo precedente. Ma non l'unica.
E in questa moria generale di testate, a salvarsi sono stati solo gli editori sorretti dagli aiuti di Stato e dai prestiti bancari.
«Ora con Syriza avranno un grande problema, perché dovranno dimostrare la validità di quei prestiti e quegli aiuti», continua Xristos. «Se in Grecia si concretizzerà quello che vogliono anche i tedeschi, ovvero una politica fiscale sana, metà dei giornali, delle radio e delle riviste chiuderà».
DUE LAVORI NON BASTANO. Oltre al risanamento fiscale, nel programma di Tsipras figura anche il ritorno al salario minimo di 740 euro. Lazaros, fisioterapista di 38 anni, prima del 2007 prendeva esattamente quella cifra. Adesso guadagna poco più della metà, 400 scarsi. Soldi che non gli permettono di arrivare a fine mese e che l'hanno costretto a raddoppiare gli sforzi.
Quando smette i panni del fisioterapista, così indossa quelli del preparatore atletico in una palestra dietro casa. Lazaros lavora in media 11 ore al giorno: «A volte torno a casa provato, ma non è il lavoro il peso più grande da sopportare, sono stanco di questo tipo di vita».
TSIPRAS È L'ULTIMA SPERANZA. Nonostante i due stipendi, non può più permettersi di vivere da solo. «Sono tornato a casa dei miei genitori», spiega a testa bassa, «avevo comprato un appartamento ma ora non posso più mantenerlo».
Colpa innanzitutto delle tasse, quelle vecchie - lievitate - e quelle nuove, come l’Enfia, introdotta di recente su ogni tipo di proprietà, dai capannoni ai terreni agricoli, e arrivata a costare 500 euro all’anno.
Lazaros, confida, non ha votato per Tsipras. Ma in lui ripone le sue ultime speranze. Per abbandonare «questo tipo di vita». E tornare, un giorno, alla normalità.

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