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INCHIESTA 1 Marzo Mar 2015 0900 01 marzo 2015

Mafia, la dura vita dei testimoni di giustizia

Hanno denunciato i clan. E da allora vivono isolati e sotto protezione dello Stato. Una legge imporrebbe di assumerli nella Pa. Ma la burocrazia è troppo lenta.

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Una fase di un processo per mafia.

La loro esistenza è segnata da un prima e da un dopo. Per i testimoni di giustizia il punto di non ritorno è la scelta di testimoniare nei processi contro i clan mafiosi a fianco dello Stato dopo aver subito estorsioni o aver assistito a eventi criminali.
Per evitare le ritorsioni della criminalità organizzata, infatti, sono portati via dalle loro terre di origine e in una località protetta ricominciano una nuova vita, esclusi da qualsiasi contesto relazionale.
ASSEGNO DI 1.400 EURO AL MESE. I 70 testimoni che oggi vivono così prendono un assegno mensile tra i 1.400 e i 1.600 euro oltre a dei contribuiti per le spese ordinarie. Non possono lavorare ma per non destar sospetti devono far finta di farlo: ogni mattina escono di casa e tornano il pomeriggio tardi. In mezzo c’è un giorno vuoto, identico al precedente e al successivo.
Inoltre, affinché la mimetizzazione funzioni, sono costretti a cambiare identità e questo rende impossibile anche operazioni apparentemente semplici: non possono aprire un conto in banca e prenotare una banale visita medica diventa un ostacolo insormontabile.
SALUTE MENTALE A RISCHIO. Tutto questo può portare a gravi problemi psicologici. Lo conferma anche la commissione parlamentare antimafia in una relazione di ottobre 2014: «Una parte consistente dei testimoni di giustizia rivela uno status di disagio che, se non controllato, rischia di sfociare in situazioni di vera e propria alienazione».
Infine il documento sostiene che alcuni problemi possono condurre a malattie psichiatriche o a gesti eclatanti come il suicidio.

Cutrò, imprenditore siciliano che ha sfidato i mafiosi di Corleone

L’imprenditore siciliano Ignazio Cutrò.

Tuttavia c'è anche una piccola parte dei testimoni sugli attuali 85 (nel 1995 erano appena 57) che ha scelto il programma di protezione in loco. Sono rimasti nella loro terra e non ricevono neanche un assegno dallo Stato.
L’imprenditore siciliano Ignazio Cutrò è uno di questi. Ha voluto rimanere a Bivona, piccolo paese in provincia di Agrigento e non lontano da Corleone, perché è convinto che ad andarsene dovrebbero essere i mafiosi e non i cittadini onesti.
TESTIMONE AL PROCESSO. Cutrò si è sempre rifiutato di pagare il pizzo in cambio di protezione e lavoro e per questo ha subito attentati incendiari e intimidazioni. Grazie anche alla sua testimonianza, il processo «Face-off» si è concluso con condanne per associazione mafiosa per un totale di 66 anni di carcere. La sua, però, non è una storia a lieto fine: ha iniziato a denunciare nel 1999 ed è entrato nel programma di protezione nel 2011.
NUOVA VITA SOTTO SCORTA. «Da allora non lavoro più. La mia vita e quella della mia famiglia sono un inferno. A casa mia non viene a trovarmi più nessuno e i carabinieri della scorta si sono sostituiti ad amici e parenti», racconta a Lettera43.it.
Secondo l’imprenditore siciliano, la sua è una storia di solitudine ma anche di sconfitta collettiva: «Ho difeso lo Stato nelle aule dei tribunali e alla fine ho dovuto chiudere la mia azienda; così, passa un messaggio distorto: non denunciate, altrimenti fate la fine di Ignazio Cutrò».

Incatenati davanti al parlamento siciliano per protesta

La protesta di Cutrò.

A febbraio 2013, alcuni testimoni di giustizia hanno fondato l’Associazione nazionale testimoni di giustizia (Antg) di cui Cutrò è presidente. L’obiettivo è portare avanti i loro diritti e migliorare il programma di protezione.
Una delle loro proposte era l’assunzione nella Pubblica amministrazione per rimediare alla perdita del lavoro. E per farsi ascoltare su questa richiesta il 5 febbraio si sono incatenati in segno di protesta davanti al parlamento siciliano.
ASSUNZIONI NELLA PA. In realtà di leggi sull’argomento ne esistono due: una nazionale e una della Sicilia, la regione con il più alto numero di testimoni (38).
Nel primo caso la legge è stata approvata nell’ottobre 2013 e il decreto attuativo è stato pubblicato il 6 febbraio. Da pochi giorni quindi sono in una corsia privilegiata per l’assunzione nella Pubblica amministrazione, insieme con altre categorie protette, ma possono essere assunti solo se ci sono dei posti disponibili.
In Sicilia, invece, già da sei mesi la Regione ha stanziato soldi e s'è impegnata ad assumere tutti i testimoni indipendentemente dal reale bisogno degli enti pubblici. Tuttavia a oggi nessuno ha avuto ancora un posto.
SITUAZIONE BLOCCATA. Se in Sicilia la situazione promette di essere sbloccata a breve, a livello nazionale, invece, le assunzioni dovranno ancora attendere, almeno stando alle parole di Davide Mattiello, parlamentare del Partito democratico e membro della commissione antimafia: «Il castello normativo è stato perfezionato tra Natale e febbraio. Ma è difficile prevedere quando saranno assunti i testimoni».
«SISTEMA CHE FA ACQUA». Al di là dei singoli provvedimenti, Mattiello è convinto che lo Stato non abbia tutelato come avrebbe dovuto chi ha trovato il coraggio di denunciare: «Siamo drammaticamente in ritardo di 20 anni. Il punto più positivo è che i testimoni sono vivi. Ma per il resto il sistema fa acqua da tutte le parti. Il livello di sofferenza è altissimo. Sono persone che vivono come carcerati».

I sospetti su alcuni testimoni vicini ai clan

In Italia i testimoni di giustizia sono 85 (nel 1995 erano 57).

A raccontarla così, sembrerebbe una lotta tra buoni (i testimoni di giustizia), e cattivi (i mafiosi). Con lo Stato sempre in ritardo a difendere i primi.
La realtà, tuttavia, è più complessa. La commissione parlamentare antimafia, infatti, sostiene che ci siano situazioni in cui i testimoni abbiano un passato più vicino ai clan di quanto si possa credere.
CASI BORDERLINE. Alcuni imprenditori hanno avuto rapporti con criminalità organizzata traendone vantaggi: protezione dei cantieri, tutele per la concorrenza sleale, accaparramento di appalti. Altri hanno, invece, vincoli di parentela con soggetti mafiosi. E i casi di testimoni 'borderline' sarebbero in aumento.
«Alcuni individui sono mele marce, ma altri hanno situazioni molto complicate. E non sempre è così facile capire se una persona sia vittima o compiacente della mafia. La magistratura deve calarsi nel caso concreto e giudicare se un soggetto ha i requisiti per diventare un testimone di giustizia. La legge va interpretata e questo è un compito molto gravoso», afferma Mattiello.
PRESTO IL CAMBIO DI VITA. Una soluzione possibile sarebbe, creare una figura giuridica intermedia tra il testimone e il collaboratore di giustizia con tutele economiche diverse. Al momento è solo una proposta e ci vorrà tempo affinché si arrivi a una sua definizione.
Nel frattempo, i tanti testimoni veri, senza nessun rapporto con la mafia, continuano a vivere loro quotidianità vuota. Domani si sveglieranno e come ogni giorno faranno finta di lavorare. Forse per quelli siciliani si avvicina il giorno in cui torneranno a farlo per davvero.

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