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REPORTAGE 4 Marzo Mar 2015 1227 04 marzo 2015

Grecia, la dura vita dei migranti in terra ellenica

Non solo il Canale di Sicilia. Anche in Grecia è allarme. Atene chiude i confini. Così l'emergenza si sposta in mare. Aumentano le tragedie. E le discriminazioni.

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da Atene

In Italia la questione è costantemente - e disgraziatamente - attuale. La tragedia nel Canale di Sicilia, 10 morti il 4 marzo, è solo l'ultima di una lunga lista. Si cercano soluzioni, invano, e nel frattempo governo e opposizioni litigano.
Ma il tema dei migranti riguarda, e da vicino, anche un altro Paese del Sud Europa: la Grecia.
EMERGENZA NEL MAR EGEO. Il premier Alexis Tsipras ha detto basta ai Cie, i centri di riconoscimento ed espulsione dei migranti, disposto il rilascio di tutti i minori non accompagnati, bambini, donne incinte, e il trasferimento in ospedale di persone malate e immediato riconoscimento dei richiedenti asilo. Ma l'emergenza, soprattutto nel Mar Egeo, continua a tenere banco.

Ennesimo suicidio in un Cie, Atene cambia rotta

Migranti nel Cie di Amygdaleza, in Grecia.

La decisione del governo ellenico è stata annunciata dal viceministro della Protezione dei cittadini (ministero dell’Interno) Yannis Panousis in visita ad Amygdaleza, ufficialmente il primo centro di detenzione ateniese, in realtà un insieme di 250 container adibiti per cittadini colpiti da calamità naturali.
Dopo l’ennesimo suicidio di un migrante pakistano, il quarto dalla scorsa estate, il viceministro ha visitato il centro e, impressionato da ciò che si è trovato sotto gli occhi, ha annunciato: «Abbiamo chiuso con i Cie. Mi vergogno di quello che è successo, non come ministro ma come uomo».
CONDIZIONI DISUMANE. Nei centri di detenzione i migranti venivano trattenuti anche per più di 18 mesi, limite stabilito dall’Europa, in condizioni disumane: senza riscaldamento, acqua potabile, in celle sovraffollate, con latrine collegate con sacchi di plastica, senza vedere la luce del sole per settimane e con cibo insufficiente.
Isso è un siriano di 29 anni che, per sfuggire proprio a questi Cie, si è ritrovato prigioniero in un casolare alle porte di Atene, dove, da sei mesi, si nasconde con un gruppo di connazionali. Tra loro ci sono anche donne e bambini: «Vede quella donna seduta dietro quel tavolo, da qui non sembra ma non ha una gamba», dice Isso a Lettera43.it, «mentre a questi bambini non è riconosciuto il diritto di andare a scuola».
LA STORIA DI ISSO. Isso è scappato dalla Siria dove ha lasciato una moglie e una bambina. «Ci stiamo nascondendo dalla polizia greca ma senza alcuna possibilità di richiedere asilo. Siamo imprigionati, non possiamo né tornare indietro, né lasciare la Grecia».
Questo piccolo gruppo di siriani sopravvive grazie all’aiuto di volontari ateniesi e di centri di solidarietà che danno assistenza al popolo greco e ai migranti.
Tasia Christodoulopoulou, viceministro per le Politiche dell'immigrazione, ha annunciato anche la fine di Xenos Zeus, il programma di detenzione e deportazione degli immigrati, che prendeva curiosamente il nome da Zeus, protettore degli ospiti. Un piano voluto dall’ex primo ministro Antonis Samaras, appoggiato dalla Commissione europea e condannato da diverse organizzazioni internazionali.
GLI ABUSI DELLA POLIZIA. Secondo Human rights watch, tra l’agosto 2012 e il febbraio 2013, 85 mila persone sono state fermate, spesso aggredite, abusate fisicamente, e portate nelle stazioni di polizia per la verifica dei documenti.
In molti casi venivano fermate esclusivamente sulla base dei tratti etnici. Solo il 6% delle persone trattenute è risultata poi essere in Grecia irregolarmente.
Molte delle misure adottate dalla Grecia per sigillare il confine sudorientale con la Turchia sono state possibili grazie ai finanziamenti ricevuti dall’Ue. Dal 2011 al 2013 la Commissione ha stanziato circa 227.576.503 euro per la Grecia nell'ambito del Fondo per i rimpatri e del Fondo per le frontiere esterne. Solo 19.950.000 euro, però, sono stati destinati al Paese nell'ambito del Fondo europeo per i rifugiati.

I respingimenti deviano il flusso migratorio

Due migranti morti sulle rive del Mar Egeo.

Mentre a Bruxelles si gioca il braccio di ferro economico tra Grecia e Ue, il popolo ellenico tenta di riconquistare le radici perdute, quelle di un Paese che da sempre accoglie il diverso.
Sono molte le esperienze di convivenza andate a buon fine, come quella tra greci e albanesi, che arrivarono per cercare lavoro. Oggi le seconde generazioni di questi immigrati sono perfettamente integrate nella società greca.
Tuttavia, gli anni della crisi hanno smorzato questo spirito di accoglienza. Alba Dorata ha impugnato la bandiera della xenofobia e del razzismo sfruttando un humus contaminato dall’aggressività prodotta dalla recessione. Il partito di estrema destra si è reso responsabile di pestaggi e omicidi ai danni degli immigrati e, ciononostante, il governo di Samaras ha strizzato l’occhio al leader di Alba Dorata Michaloliakos. Nel 2013 sono stati registrati 143 attacchi razzisti contro stranieri, la maggior parte di questi ad Atene.
LA REGIONE STRATEGICA DELL'EVROS. Il Paese è da sempre porta di collegamento tra oriente e occidente. Il punto più sensibile è la regione dell’Evros, un fiume che fa da confine naturale con la Turchia. Qui, secondo Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, solo nel 2011 sarebbero entrate illegalmente quasi 55 mila persone.
Frontex, attiva in Grecia dal 2010 con le operazioni Rabit e Poseidon, ha cooperato, con l’invio di uomini e mezzi, con la polizia greca e per questo è accusata da Human rights watch di aver esposto i migranti a condizioni inumane e degradanti. Molti profughi sono stati intervistati da Amnesty International e nessuno di loro ha saputo specificare se le imbarcazioni responsabili dei loro respingimenti in mare fossero delle autorità greche o di Frontex.
L'APPORTO DI FRONTEX. Sulla sponda greca del fiume vengono eseguite massicce operazioni per chiudere le frontiere a quelli che la polizia di Atene considera arbitrariamente «immigrati illegali», con le guardie di frontiera che li individuano usando strumenti di alta tecnologia acquistati con l’aiuto della Commissione europea: termo-telecamere ad alta definizione, attrezzature per rilevare in tempo reale le impronte digitali, elicotteri, veicoli di pattuglia.
Il 13 aprile 2012 il governo Samaras, sempre appoggiato da Bruxelles, ha eretto lungo il confine una doppia barriera di filo spinato lunga più di 10 km. Frontex ha deciso di non partecipare ai 3 milioni di euro spesi dall’esecutivo ellenico per innalzare la rete, ma ha sostenuto la sua efficacia sul confine terrestre.
14 MILA MIGRANTI NEL DODECANESO. Nel 2013 le persone fermate sono state poco più di 12 mila, rispetto alle 34 mila del 2012.
Tuttavia ciò ha provocato un vertiginoso aumento degli immigrati via mare che, secondo la polizia greca, sono passati da 169 nel 2012 a 3.265 nel 2013, e hanno trasformato il Mar Egeo nel nuovo fronte d’emergenza. I naufragi non si contano, l'ultimo è costato la vita a 22 persone.
Solo nel 2014 sono arrivate 14 mila persone nelle isole del Dodecaneso, una buona parte a Farmakonisi, la Lampedusa greca, che non possiede né strutture di accoglienza né assistenza medica. Da qui i migranti sono stati trasferiti ad Atene o nel Nord-Est, nei 25 centri di detenzione che - a fronte di una capienza complessiva di 6.500 persone - ne hanno 'ospitate' 65 mila.

Con la crisi economica cresce la xenofobia

Una manifestazione dei militanti di Alba dorata ad Atene.

La questione dell’immigrazione in Grecia rappresenta un grande problema anche per l’Ue, dato che su 10 clandestini entrati nel continente, otto sono passati dalla penisola ellenica.
L’ex ministro greco per l’Ordine pubblico, Nikos Dendias, ai microfoni della Bbc affermò che «il problema migratorio sarebbe potuto persino diventare peggiore di quello finanziario».
Sono tante le storie di profughi siriani che raccontano di essere stati respinti verso la sponda turca dalle pattuglie della polizia ellenica, mentre attraversavano il fiume Evros su gommoni. Molti, invece, non riescono a richiedere asilo o continuano a essere trattenuti in strutture detentive anche dopo averlo ottenuto.
STRANIERI NEL MIRINO. I conflitti in Siria, Iraq, Pakistan e Afghanistan, che hanno in parte spostato dall’Italia alla Grecia la pressione migratoria, insieme con la crisi economica hanno creato un mix esplosivo che ha fatto aumentare nella penisola ellenica i casi di violenze contro gli immigrati e gli attacchi a negozi gestiti da stranieri.
Prima della crisi, la Grecia vantava uno dei tassi di criminalità più bassi d’Europa; oggi, secondo le statistiche della polizia, i furti e le rapine sono cresciute del 10% nell’ultimo anno e spesso a essere presi di mira sono gli immigrati.
TSIPRAS CAMBIA APPROCCIO. La salita al potere di Tsipras ha portato il tema al centro dell'agenda. All’inizio gran parte di Syriza era per far ottenere a tutti i documenti per raggiungere il Nord Europa, ma il neopremier ha posto la questione in termini più complessi: «Il problema riguarda tutta l’Europa e auspico una collaborazione tra i tutti i Paesi del Mediterraneo».
Anche l’alleanza con la formazione di destra Anel potrebbe fungere da freno alla politica di «porte aperte» sponsorizzata dalla minoranza del partito, con il leader Anel Pavlos Kammenos che ha posizioni conservatrici in materia di immigrazione e fortemente nazionalistiche.
LE TENSIONI CON ANKARA. In questo contesto, assumono importanza i rapporti (tesi, a dire il vero) con la Turchia. Ankara, infatti, vuole espandere il proprio controllo sul Mar Egeo, non riconosce la Repubblica di Cipro e non rispetta gli accordi con Atene nella gestione degli immigrati.
Ma con il governo Erdogan l’Ue ha stretto un accordo volto a ridurre il flusso migratorio illegale verso il Vecchio continente. Non solo. Bruxelles finanzia anche i centri di detenzione turchi.
La questione dell’immigrazione, insomma, oltre all'Italia, riguarda - e da vicino - anche la Grecia. Ma, come accaduto con Roma, gli Stati membri praticano una politica più difensiva verso i propri confini che da garanti dei diritti umani. Una contraddizione per un continente che appena tre anni fa ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, giustificato dall'impegno nella «riconciliazione, nella democrazia e nei diritti umani».

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