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INTERVISTA 6 Marzo Mar 2015 1451 06 marzo 2015

Isis, Ben Mhenni: web più pericoloso dei barconi

La jihad? È un'ideologia. E per diffonderla non serve passare il Mediterraneo. «Basta la Rete». Parla Lina Ben Mhenni, blogger tunisina candidata al Nobel.

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È stata uno dei personaggi simbolo della Rivoluzione dei gelsomini contro il presidente Ben Ali.
Dal suo blog, A Tunisian girl, ha raccontato gli eventi più cruenti che hanno travolto la Tunisia a partire dal 2011, anno in cui è stata anche candidata al Nobel per la Pace.
Oggi Lina Ben Mhenni, blogger e attivista politica di 31 anni, vive sotto scorta. Riceve di continuo minacce di morte, ma non si fa intimorire.
E prosegue la sua attività di denuncia, anche adesso che il raìs non c'è più.
GLI ATTACCHI A NIDAA TOUNES ED ENNAHDA. «Nidaa Tounes (il partito del neopresidente Béji Caïd Essebsi, ndr) ha consentito ai simboli del regime di Ben Ali di tornare sulla scena politica senza essere interrogati o processati per i loro crimini», spiega a Lettera43.it. «Ed Ennahda fa ancora parte del governo, nonostante i tanti dubbi sul coinvolgimento dei suoi leader in atti terroristici».
E proprio il terrorismo è uno dei principali motivi di preoccupazione in Tunisia: gli attacchi sono in aumento, il caos in Libia, al di là del confine Sud-Est, non può lasciare tranquilli e il Paese 'esporta' - destinazione Isis - circa 3 mila foreign figher.
«L'ISIS NON HA BISOGNO DEI BARCONI». Foreign fighter che vengono reclutati dallo Stato Islamico con lo stesso strumento utilizzato da Lina e altri blogger ai tempi della Rivoluzione: internet.
«Internet è un’arma a doppio taglio», dice. «Il suo impatto dipende da chi lo usa: consente l’anonimato, il che ne fa lo strumento migliore per i jihadisti».
E a quanti sventolano lo spettro dell'invasione via mare dei miliziani dell'Isis, a bordo dei barconi, Lina replica: «La minaccia terroristica non è legata alla possibilità dei jihadisti di muoversi da un Paese all'altro. Il terrorismo è un’ideologia. Quelle persone stanno usando internet per mobilitare altra gente e diffondere l’orrore. E per fare questo non c'è bisogno di attraversare il mare».

La blogger tunisina Lina Ben Mhenni. © Getty

DOMANDA. Quanto la preoccupa la minaccia dell'Isis in Tunisia?
RISPOSTA.
Gli attacchi terroristici nel mio Paese non sono iniziati adesso, vanno avanti dal 2013. Siamo già stati testimoni di assassinii politici e diversi membri delle forze di sicurezza e dell’esercito sono stati uccisi dai terroristi in questi ultimi due anni, ma prima il mondo non si interessava del problema.
D. Adesso è diverso?
R. Abbiamo dovuto attendere la proliferazione dell’Isis perché il mondo concentrasse la sua attenzione sul terrorismo in Tunisia. Ovviamente siamo preoccupati. Osservando la situazione in Libia, Paese confinante, ci aspettiamo tanti problemi. E nel nostro Paese ci sono già cellule terroristiche.
D. Ennahda dice di aver sconfitto il terrorismo, eppure la Tunisia è il Paese che fornisce il maggior numero di foreign fighter all'Isis. Qual è la verità?
R.
I leader di Ennhada sono dietro l’ascesa del terrorismo in Tunisia. Fuori dal Paese portano avanti un discorso propagandistico, mostrando di essere dei moderati, ma con i loro sostenitori fanno tutt’altro. Personalmente penso che siano direttamente coinvolti con i terroristi e, se anche non fosse così, sono sicuramente coinvolti indirettamente nel terrorismo con il loro lassismo nei confronti degli estremisti.
D. Per quale ragione è così convinta?
R. Gli estremisti hanno goduto dell’impunità e hanno potuto manovrare liberamente sotto il dominio di Ennhada. I loro discorsi di odio sono sempre stati tollerati. Non dobbiamo dimenticare che Rashid Ghannushi (cofondatore di Ennahda, ndr) ha detto che gli estremisti gli ricordavano la sua giovinezza e che dobbiamo imparare da loro e dalla loro cultura.
D. Ennahda è nel nuovo governo con i laici. Cosa pensa di questa scelta?
R.
Semplicemente ripugnante. Penso che il partito Nidaa Tounes, che io non considero laico, abbia tradito le persone che lo hanno votato. Ha costruito la sua campagna elettorale su un principio: liberare il Paese dal dominio degli islamisti, ma ora si sta unendo a loro.
D. E della Rivoluzione cosa è rimasto?
R.
La rivoluzione è stata confiscata una volta per tutte. Non possiamo parlare del successo di una rivoluzione senza il soddisfacimento della giustizia di transizione, ma questo non accadrà.
D. Per quale motivo?
R. Nidaa Tounes ha consentito ai simboli del regime di Ben Ali di tornare sulla scena politica senza essere interrogati o processati per i loro crimini. Ennahda fa ancora parte del governo, nonostante i tanti dubbi sul coinvolgimento dei suoi leader in atti terroristici e nonostante i tanti errori commessi quando era al potere. Non penso che possiamo cambiare le cose in questo modo.
D. Con Ennhada al governo si sono verificati diversi episodi di violenza sulle donne. Alcune parlamentari del partito li hanno condannati?
R.
Assolutamente no, quelle di Ennahda hanno sempre votato per leggi e articoli che limitavano i diritti delle donne. Hanno persino sostenuto l’introduzione della Sharia come fonte principale per la legislazione e per la stesura della costituzione.
D. È la blogger più popolare della Rivoluzione tunisina. Quanto è stato importante il web?
R.
Penso che il suo ruolo sia stato sopravvalutato. Sono contraria ad affermare che quanto accaduto nel mio Paese sia una rivoluzione del web o di Facebook.
D. Però un ruolo voi blogger l'avete avuto...
R. Sì, questo sì. Abbiamo svolto due compiti. Abbiamo informato - quando i giornalisti non potevano coprire gli eventi siamo riusciti a rompere il blackout mediatico che il regime stava cercando di imporre - e abbiamo mobilitato: diverse dimostrazioni sono state organizzate e annunciate sui social media e sui blog.
D. Com’è ora la vita per i blogger in Tunisia?
R.
Dipende di quali blogger parliamo. Dopo la rivoluzione abbiamo visto nascere una nuova ondata di blogger che lavorano per altri e servono partiti politici e uomini d’affari, disseminando la loro propaganda. Io posso parlare dei blogger che ho conosciuto prima della rivoluzione.
D. Prego.
R. Molti di loro hanno smesso di bloggare, altri hanno scelto di lavorare per i media, altri di fare attività politica e altri, come me, stanno ancora bloggando.
D. E negli altri Paesi nordafricani? Si parla molto dell'Egitto...
R. In Egitto la situazione è estremamente difficile per i blogger: molti di loro sono stati arrestati. Basti pensare ad Alaa Abdel Fattah, che è stato appena condannato a cinque anni di prigione, o a Esraa Abdel Fattah, a cui è stato vietato l’espatrio.

«L'Isis è più di un gruppo armato: è un'ideologia»

D. Com’è la sua vita ora? Si sente in pericolo?
R.
Vivo sotto la protezione della polizia da oltre un anno e mezzo. Ma non sono spaventata dai terroristi che mi minacciano. Continuo a scrivere sul mio blog come ho sempre fatto. Certo, la vita non è semplice e facile com’era un tempo. Ho perso la mia privacy e una parte della mia libertà personale.
D. Da strumento delle Primavere arabe internet è divenuto uno dei principali mezzi di propaganda dell’Isis. Non è un paradosso?
R.
Non è una sorpresa. Quando ho visto cos’è successo in Tunisia e il modo in cui internet viene usato oggi, ho intuito che sarebbe stato utilizzato dalle forze del male in qualsiasi parte del mondo. internet è un’arma a doppio taglio. Il suo impatto dipende da chi lo usa: consente l’anonimato, il che ne fa lo strumento migliore per i jihadisti.
D. Cosa pensa dell'uso che l’Isis fa dei media?
R.
L’Isis ha compreso appieno il potere di internet e lo sta usando con successo per diffondere il terrore e reclutare le persone, diffondendo la propria sporca ideologia.
D. I combattenti dell’Isis twittano «Stiamo arrivando a Roma». Pensa che sia una minaccia realistica?
R.
Possiamo aspettarci di tutto. L’Isis non è solo il gruppo terroristico che abbiamo visto in Iraq, Siria e Libia. È un’ideologia e ha la possibilità di mobilitare persone in diverse parti del mondo. L’estremismo può colpire qualsiasi Paese. È più di un gruppo armato e recentemente abbiamo assistito a quello che è successo a Parigi e in Danimarca. Penso che siano veramente pericolosi.
D. A proposito di Libia, cosa sta succedendo realmente?
R.
In Libia regna il caos. Il Paese è distrutto da milizie e gruppi terroristici. Ogni giorno vengono uccise persone innocenti, si sentono notizie di bombardamenti e assassinii. Quello che sta succedendo è semplicemente spaventoso.
D. Pensa che la comunità internazionale dovrebbe intervenire?
R.
Non credo di essere la persona giusta per dirlo. Personalmente sono contraria alle ingerenze negli affari interni dei Paesi, ma come ho detto i libici sono gli unici a poter rispondere a questa domanda.
D. La situazione in Libia ha aggravato ulteriormente l'emergenza migranti. Come affrontarla?
R.
Questo è un tema spinoso, è difficile trovare una soluzione immediata. L’Europa da un lato parla della promozione dei diritti umani, dall’altro impedisce alle persone la libertà di movimento. Capisco la situazione, ma quel che sta accadendo è ingiusto. Le persone muoiono ogni giorno mentre cercano di attraversare il Mediterraneo.
D. Matteo Salvini dice che i terroristi potrebbero sbacare in Italia a bordo dei barconi. Cosa ne pensa?
R. La minaccia terroristica non è legata alla possibilità dei jihadisti di muoversi da un Paese all'altro. Il terrorismo è un’ideologia. Quelle persone stanno usando internet per mobilitare altra gente e diffondere l’orrore. E per fare questo non c'è bisogno di attraversare il mare.

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