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SOLIDARIETÀ 9 Marzo Mar 2015 1335 09 marzo 2015

Violenza sulle donne, il lavoro della Fondazione Somaschi

Offre supporto psicologico a mogli e figlie maltrattate. E una casa alle vittime del racket. «L'obiettivo? Renderle autonome».

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La Fondazione Somaschi ospita 70 donne.

Di fronte al grattacielo Unicredit, simbolo della nuova Milano, in un'area dominata visibilmente dal marchio Eataly c’è la sede quasi invisibile della Fondazione Somaschi.
È un indirizzo di quelli protetti, dove la questura porta, anche di notte, donne vittime di violenza e maltrattamenti.
«Tutte hanno storie difficili alle spalle, che noi affrontiamo come deve essere con la materia umana», spiega a Lettera43.it Valerio Pedroni, responsabile del progetto Fragilità Donne della Fondazione, «sapendo che possiamo fallire, che potrebbero esserci delle cadute, ma sempre con la convinzione che il nostro è un servizio educativo con un obiettivo preciso: costruire con loro un percorso di autonomia nella propria vita».
FIGLIE RIBELLI. I maltrattamenti, nella maggior parte dei casi, nascono in famiglia. «Ma in questi ultimi 15 anni c’è stato un cambiamento», dice Pedroni, «prima le donne si trovavano in una condizione di violenza materiale, psicologica, economica da parte del marito, adesso ci troviamo a lavorare con straniere che si ribellano ai propri padri».
«Infatti», racconta Elena, operatrice da 10 anni nel servizio di pronto intervento, «stiamo sempre più seguendo casi di ragazze di seconda generazione che si ribellano ai matrimoni combinati decisi dai propri padri, incorrendo in situazioni gravi di violenza». E non è un caso che queste ragazze arrivino qui dopo essere passate dai pronto soccorso della città. E se si volesse cercare un’origine religiosa di questo fenomeno, la Fondazione assicura che non si tratta solo di persone di origine musulmana, ma anche di figlie nate in famiglie egiziane di religione copta.
LA STORIA DI MARION. «È capitato che non ce l’abbiamo fatta a liberare una ragazza dalla sua situazione, lei è tornata in Pakistan con tutta la sua famiglia, e non sappiamo più niente», racconta Elena con rammarico.
Tra le 70 ospiti della Fondazione Somaschi ci sono anche donne uscite dalla prostituzione. È il caso di Marion. Lettera43.it la incontra mentre sta pulendo la sua stanza. È africana, da qualche mese ha trovato un lavoro come rassettacamera in un albergo. Arrivata sana e salva in Italia a bordo di un gommone, racconta che mentre si trovava in una struttura richiedente asilo venne “contattata” dal racket della prostituzione. E così cominciò la sua vita nel nostro Paese. Sulle strade, con la sua “responsabile” che le incideva le braccia se non portava abbastanza soldi in cassa. Fino a quando non ha accettato di entrare in questa struttura protetta.

In un anno la Fondazione ha contattato oltre 3 mila prostitute

Il sito della Fondazione Somaschi.

L’attività dei Somaschi in ambito residenziale è nata dopo anni di lavoro su strada.
Tutto iniziò da un’idea di padre Ambrogio Pessina, l’anima della Fondazione, che ogni giorno, tornando dalla comunità di recupero di tossicodipendenti a San Zenone al Lambro, sempre dei Padri Somaschi, vedeva decine di donne nigeriane prostituirsi in strada.
Pessina convinse allora la congregazione a costituire le unità Segnavia, che in un anno, i dati sono del 2010, contattò più di 3 mila prostitute. Di loro, 700 hanno accettato un primo colloquio, per dare una svolta alla propria vita.
APPARTAMENTI IN COMODATO D'USO. Una volta tamponata l’emergenza, la Fondazione mette a disposizione delle donne appartamenti offerti in comodato d’uso da famiglie benestanti. «Milano è una città generosa, se sapessero come donare molti milanesi lo farebbero», spiega Pedroni, «noi andiamo avanti con i soldi dei privati e con il lascito, risalente all’800, del benefattore Giuseppe Usuelli, da poco abbiamo una piccola struttura di fundraising».
Le donne per accedere devono avere un lavoro: per la propria autonomia economica e per riempire il tempo, un potenziale nemico. Capita infatti che si trovino a non sapere come impiegare le ore libere e si ritrovino facilmente in condizioni emotive pericolose. «È per questo che le nostre ospiti hanno da noi un punto di riferimento psicologico anche dopo essere uscite», spiega ancora Pedroni, «dobbiamo accompagnarle perché si adattino alla loro nuova vita».
«COSTRUIAMO UN MONDO MIGLIORE». Fuori dalla sede della Fondazione si torna a respirare l’aria vivace del quartiere, una ragazza con il primo trench primaverile e un cane Maltese Toy al guinzaglio fa sorgere spontanea una domanda: cosa porta dei 30enni con buoni studi e una miriade di strade davanti a occuparsi di queste vite? «Per costruire un mondo migliore», risponde Pedroni, «e se riusciamo a cambiare anche solo un pezzettino di quello in cui siamo sento di avere fatto un buon lavoro, ne sono gratificato».

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