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INCHIESTA 13 Marzo Mar 2015 1555 13 marzo 2015

Aldo Moro, dal covo alla prigione: i misteri insoluti

Trovati 17 nastri inediti in via Gradoli. Lì, oltre al rifugio di Moretti, sorgevano i lotti gestiti dai Servizi segreti. Dagli intrecci con Mokbel a quelli con Carminati: quel che ancora non torna.

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Il caso Moro è una Matrioska di misteri. Il 9 marzo si discuteva di un monsignore, Nunzio apostolico in Gran Bretagna, di un mistero che lo coinvolse 37 anni fa, quando era un umile (ma non così marginale) pretino, di una commissione d'inchiesta che tornava a interpellarlo, e per don Antonello Mennini era l'ottava volta, a vario titolo, tra il 1978 e il 1993.
Dopodiché il religioso rifiutò per iscritto l'ennesima convocazione dall'ennesima commissione nel 1995, confermando di non avere più niente da aggiungere rispetto alle ammissioni circa i contatti indiretti mantenuti col sedicente professor Nicolai, alias il brigatista Valerio Morucci.
RITROVATE 17 CASSETTE, NE MANCA UNA. Oggi tutto è già nell'oblio, mentre dallo stesso oblio spuntano, meglio, rispuntano dalla scatola di enigmi del covo di via Gradoli 18 audiocassette inspiegabilmente ancora tutte da sentire (una, manco a dirlo, è andata persa nel frattempo).
Sono le sbobinature delle ambigue interviste che Moretti conduceva sullo statista prigioniero? Sono i documenti delle tumultuose riunioni della commissione interna delle Br che gestiva il sequestro? C'è dell'altro? Lo scopriremo, forse, solo vivendo. Ma qui s'impone un flashback.
AUDIZIONE MENNINI, NULLA DI FATTO. Che cosa sperava di ottenere la Commissione Moro, ancora, da monsignor Mennini, indicato come “postino”(ruolo mai ammesso dal prelato, anche se gli elementi che lo corroborano sono tanti) tra i sequestratori delle Brigate Rosse e l'ostaggio, presidente della Dc, con cui aveva un rapporto religioso e umano privilegiato? Trentasette anni di misteri sono una eternità e non c'è da stupirsi se l'ennesima audizione di Mennini (nella quale papa Francesco non si è intromesso, visto che neppure lui può forzare il segreto della Confessione), non ha portato ad altro che un pro forma. L'ennesimo. Nessuna confessione in articulo mortis, ha aridamente ribadito il presule.
NON SI PUÒ PARLARE DI CASO CHIUSO. Tuttavia, questi due accadimenti nell'arco di pochi giorni testimoniano di diversi risvolti sull'operazione terroristica più traumatica della nostra Repubblica.
Il primo è che, contrariamente a quanto molti - a partire dagli stessi brigatisti - ripetono, le luci sull'affaire Moro sono ancora soffocate dalle ombre. Non tutto è chiaro, anzi la quantità di stranezze, enigmi, circostanze che non tornano resta preponderante.

La ricostruzione ufficiale del rapimento e dell'omicidio Moro.

Il covo di via Gradoli: tra coincidenze e legami misteriosi

A partire proprio dal covo di via Gradoli, rifugio del boss Moretti insieme con Barbara Balzarani, platealmente fatto scoprire la mattina del 18 aprile con una fuga d'acqua dal telefono della doccia lasciato a inondare casa.
Un mare di reperti sparpagliati in giro, mentre corpi di polizia in armi vagavano a cercare il cadavere di Moro, grottescamente, nel borgo di Gradoli, nel Viterbese, sulla scia di una seduta spiritica partecipata da Romano Prodi, Alberto Clò ed altri maggiorenti dell'epoca.
ABITAZIONE GESTITA DAI SERVIZI. L'abitazione fa parte di una serie di lotti gestiti dai Servizi segreti a mezzo di fiduciarie. Via Gradoli è una strada contraria a ogni precauzione teorizzata nel manuale brigatista, e i paraggi sono infestati dai boss della Banda della Magliana.
Proprio di fronte al covo risulta abitare un carabiniere legato ai Servizi, Arcangelo Montani, coetaneo e concittadino di Moretti (provengono da Porto San Giorgio), che non si accorgerà di nulla.
Gli appartamenti di via Gradoli verranno visitati dalle forze di polizia, con l'unica eccezione del covo.
L'ALLARME INASCOLTATO DI LUCIA MOKBEL. Tra gli inquilini, una studentessa, Lucia Mokbel, di origine egiziana, figlia di un diplomatico legato ai Servizi del suo Paese e conoscente del questore Elio Cioppa, la quale riferirà alla polizia di strani ticchettii notturni, tipo alfabeto morse (che la Mokbel conosce), provenienti dall'appartamento brigatista: la ragazza verrà energicamente dissuasa dalla polizia a fornire ulteriori rivelazioni.
Trentadue anni dopo, lo scandalo sul riciclaggio di fondi neri da parte di due società di telefonia, Fastweb e Telecom Sparkle, mette in luce il presunto capo del sodalizio criminale, il romano d'origine egiziana Gennaro Mokbel.
LA VICINANZA A CARMINATI. È un faccendiere proveniente dalla destra eversiva romana, del quale risultano legami con esponenti dei Servizi e il cui cassiere, Silvio Fanella, viene trovato ucciso nella sua abitazione, in zona Camilluccia a Roma, il 3 luglio del 2014, crivellato al petto da diversi colpi di pistola in quella che con tutta evidenza appare una esecuzione.
Di Mokbel emergeranno pochi mesi dopo gli stretti contatti con Massimo Carminati, ex boss della Magliana ed elemento dei Nar, ritenuto a capo dell'associazione denominata “Mafia Capitale”.
Dal covo di via Gradoli spunta oggi una collezione di nastri, ancora tutti da ascoltare (almeno ufficialmente) dopo 37 anni.

  • Il video del ritrovamento del cadavere di Moro.

La prigione di via Montalcini: sicuri che sia stata l'unica?

In questi giorni è anche ripartita l'inchiesta sulla moto fantasma di via Fani, la Honda con a bordo due personaggi mai identificati, dalla quale partì una raffica di mitra che per poco non falciava un testimone per caso in motorino, l'ingegner Alessandro Marini.
Il magistrato suo omonimo, Antonio Marini, ha ricevuto gli atti per un supplemento d'indagine a dispetto del poco tempo che ancora gli rimane da vivere, per diretta ammissione.
IL MISTERO DEI PARTECIPANTI ALL'AGGUATO. Neppure è chiaro il numero dei partecipanti all'agguato, inizialmente ipotizzato in nove elementi, poi saliti a 14 e adesso addirittura non meno di 20; tra i quali il misterioso killer dalla precisione micidiale, che da solo sparò la metà dei colpi di mitraglietta rinvenuti sul posto. E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine.
A partire proprio dalla prigione di via Montalcini: chi ci dice che don Mennini fu condotto proprio in quella abitazione, dove, secondo i brigatisti, Moro venne tenuto prigioniero per 55 giorni in un loculo più piccolo di qualsiasi cella, il che non gli avrebbe impedito di mantenere, come da autopsia, muscoli tonici e corpo «curato nel senso dell'igiene personale»?
GLI EX BR PARLANO DI DEPISTAGGIO. Dai riscontri sulla Renault 4 rossa in cui lo statista fu scaricato dopo la sua uccisione, e da quelli sullo stesso cadavere, sarebbero saltate fuori tracce di vegetazione che riportano a una presenza dell'ostaggio in una località marittima del litorale laziale, verosimilmente tra Focene e Marina di Palidoro (possibilità ventilata dall'informatissimio giornalista-spione Mino Pecorelli, e alla quale allude anche il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco in un appunto riservato per il giudice Gallucci).
Una operazione di depistaggio, secondo gli ex brigatisti, che tuttavia non hanno mai chiarito il senso e l'utilità di un simile atto.
I DUBBI SUL TRASPORTO DELL'OSTAGGIO. Innumerevoli e contraddittorie sono le versioni dei brigatisti sulle modalità del trasporto dell'ostaggio Moro alla prigione di via Montalcini dopo la strage di via Fani. Per anni, inoltre, i terroristi hanno persistito nell'escludere il ruolo di un “quarto uomo” nella prigione di Moro, confutati dallo storico Sergio Flamigni, finché lo stesso Moretti ne avrebbe ammesso l'esistenza nel libro-intervista con le giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda.
Il fantomatico quarto uomo era Germano Maccari, condannato all'ergastolo, morto secondo alcune fonti per aneurisma cerebrale, secondo altre per infarto, a 47 anni, il 26 agosto 2001, nel carcere romano di Rebibbia.

  • La telefonata con cui le Br annunciano l'omicidio di Moro.

La caccia all'altro rifugio: quel «ghetto» menzionato da Pecorelli

Sembra comunque più che probabile che via Montalcini non sia stato l'unico covo a ospitare Moro: una prima ipotesi indicava un casolare di campagna lungo la Aurelia, già nel mirino degli incursori della Marina, il Comsubin, stoppati all'ultimo momento da Francesco Cossiga.
Il sempre informato Pecorelli accennerà a un altro rifugio «dalle parti del ghetto», dove in effetti risultano diversi stabili oggetto dell'attenzione degli inquirenti, oltre a una sede dei Cavalieri di Malta contigua a un ufficio coperto dei Servizi italiani.
Nella stessa via vengono anche individuati addetti del Corpo diplomatico, laddove la Fiat 128 bianca utilizzata da Moretti nell'agguato di via Fani aveva una curiosa targa riferita al Corpo diplomatico.
PROPRIETÀ VATICANE NELLA ZONA. Altre imbeccate, che la magistratura ha lasciato inspiegabilmente cadere, suggeriscono un rifugio «avente carattere di extraterritorialità», come venne ipotizzato dal questore di Roma.
Scrive lo stesso Flamigni nel suo La prigione fantasma: «È un dato di fatto che nella zona dove il 16 marzo si persero le tracce dei terroristi in fuga con l'ostaggio c'erano proprietà del Vaticano (palazzi e terreni dello Ior, la banca papale). Così come è certo che lungo quel tragitto di fuga un ruolo lo ebbe il brigatista Alessio Casimirri, figlio di un alto funzionario del Vaticano, e Casimirri sarà il solo brigatista, tra quelli identificati del commando di via Fani, a sottrarsi all'arresto: con l'aiuto dei Servizi segreti, espatriò in Nicaragua, da dove non verrà mai estradato».
MORO: LETTERA O MESSAGGIO IN CODICE? Infine, una circostanza alla quale, chissà perché, nessuno ha mai prestato attenzione. In una delle prime lettere, rivolte a Cossiga, Moro scrive testualmente: «Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto a un processo popolare che può essere opportunamente graduato».
La formula sembra alludere a una condizione di sudditanza in mano brigatista, con conseguente invito a trattare; in effetti, sappiamo che Moro scriveva spesso “in codice” e qui sembra davvero volere indicare un luogo di prigionia consistente in un vano sotterraneo di un condominio popolare, popoloso, provvisto di ascensore, mai controllato dalle forze dell'ordine.
LA VERSIONE DELLE BR SCRICCHIOLA. I terroristi raccontano, anche in questo caso con molte discrepanze, di avere trasportato Moro vivo in una cesta lungo le scale, dall'appartamento in garage, e qui di averlo ucciso: rischiando di incontrare qualche inquilino che, di prima mattina, si recava al lavoro?
In realtà sembra assai più probabile che Moro fosse tenuto nascosto in un vano sotterraneo fin dall'inizio, e qui sia stato eliminato e quindi caricato sulla Renault 4 rossa per essere lasciato, allusivamente, in via Caetani. A metà strada fra le sedi della Dc e del Pci.

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