Immagine Video Spot 150309163336
MUSICA 17 Marzo Mar 2015 0819 17 marzo 2015

Palestina: il movimento rap e la sfida a Israele

Netanyahu utilizza i loro brani per fare propaganda. I Torabyeh gli fanno causa. Dai Dam ai Pr: l'hip hop palestinese e l'eterna lotta con il nemico di Tel Aviv. Urne aperte in Israele.

  • ...

Lui, alla vigilia delle elezioni in Israele, ha promesso che - se vincerà - uno Stato palestinese non vedrà mai la luce.
Quello del 16 marzo è solo l'ultimo di una lunga serie di attacchi al popolo di Gaza e Cisgiordania firmati Benjamin Netanyahu. Attacchi che, mese dopo mese, anno dopo anno, hanno contribuito a incendiare i già surriscaldati animi palestinesi. Contro il premier israeliano - al potere ormai dal 1996 - si sono scagliati, con veemenza sempre crescente, gruppi di ragazzi cresciuti all'ombra dell'occupazione di Tel Aviv, che hanno scelto di usare la musica come strumento di protesta. In particolare, la musica rap.
Il loro movimento, i loro brani non sono passati inosservati in Israele, dove Netanyahu - per tutta risposta - ne ha utilizzato uno per il suo ultimo spot elettorale. Una beffa, insomma.
LO SPOT DI NETANYAHU. Nel video si vedono quattro combattenti - barbe incolte, tuniche nere, giubbotti antiproiettili - viaggiare a bordo di un pick-up bianco, musica in sordina all’inizio, ritmata e a tutto volume dopo.
Due di loro, in piedi sul cassone posteriore del veicolo, sventolano la bandiera nera dell'Isis sulla quale risalta a chiare lettere la Shahada, la testimonianza di fede musulmana. Il pick-up si affianca a una macchina parcheggiata con dentro un uomo. Uno chiede in ebraico come arrivare a Gerusalemme. L’uomo risponde: «Svolta a sinistra». Il pick-up riparte. Uno degli uomini in piedi spara alcuni colpi di Ak-47 in aria come segno di esultanza. Alla volta di Gerusalemme, al grido di Allahu Akbar.
CANZONE SCRITTA DAI TORABYEH. I combattenti dell’Isis sono attori, l’uomo che da le indicazioni stradali pure, i colpi in aria frutto di elementari effetti speciali.
Quella musica a tutto volume che accompagna lo spot elettorale - pubblicato dal Likud sul profilo Facebook di Netanyahu - potrebbe sembrare un particolare poco importante rispetto al messaggio politico, ma non è così.
La canzone, infatti, è stata scritta e interpretata da un gruppo rap di origine palestinese che lavora ad Amman, Giordania: i Torabyeh, una parola araba che deriva da Torab, cioè «suolo».
IL GRUPPO FA CAUSA AL LIKUD. Con un messaggio postato sulla propria pagina, i membri della band hanno condannato fortemente l’uso improprio del brano, parlando di «deliberata propaganda della destra sionista contro la sinistra». Per loro, il fatto di essere accostati a un video del genere non solo è un danno a livello di reputazione, ma anche una fonte concreta di pericolo, in quanto la gente comune potrebbe associarli ai terroristi islamici.
«Sono rimasto scioccato, è una follia», ha dichiarato il fondatore dei Torabyeh, «Noi siamo contro l’Isis e contro Israele». Il gruppo, tramite il suo legale Iyad Jubran, ha quindi intrapreso un'azione legale, querelando Netanyahu e il Likud per violazione dei diritti d’autore e distorsione del lavoro artistico.

  • Il video della canzone Ghorbah.

La canzone in questione s'intitola Ghorbah, che letteralmente significa «alienazione», è uscita nel 2012 ed è frutto di una collaborazione con Husam Abed.
«Quando ero ragazzo sognavo di essere un soldato», recita il testo, «con il tempo ho capito di cosa faccio parte / Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Fatah, Hamas o Jabha / lasciatemi essere libero perché sono tutti mercenari / non posso più avere a che fare con queste persone vivendo una bugia / la foto è bella ma lo sfondo è distrutto / ora abbiamo bisogno di un visto per entrare nel nostro Paese?».
LINGUAGGIO RUDE, MA MAI VIOLENTO. Il gruppo è composto da quattro ragazzi, tre di origine palestinese, che vivono ad Amman: Firas Shehadeh, Ahmed Shehadeh (Mc Kazz), Saed Masannat (Dj Voinic), Spiro Mukurker (Mc Rasasah).
Tramite la musica comunicano il loro disagio, il desiderio di una rivolta non solo politica ma anche artistica e sociale e il contrasto a ogni forma di oppressione. Tutto con un linguaggio graffiante, spesso rude ma privo di violenza.
IL DISAGIO DI UNA GENERAZIONE. I Torabyeh, al pari di altri gruppi simili per genere e provenienza, appartengono a una generazione che «vive e subisce un panorama politico turbolento e incerto», come cantano i ragazzi di Ramallah Underground, un collettivo palestinese che fonde trip-hop, elettronica e hip hop.
Come quello americano, l'hip hop palestinese si fonda sul concetto di riscatto e ha iniziato a svilupparsi alla fine degli Anni 90.
A seguito del fallimento degli accordi di Oslo sottoscritti dal primo ministro israeliano Rabin e dal capo dell’Olp Arafat nel 1993, in seno alla società palestinese, soprattutto tra i più giovani, è cresciuto un senso di frustrazione, divenuta poi collera con l'inizio della Seconda Intifada nel 2000. È in questi anni che sia l'hip hop sia il rap hanno maturato la propria consapevolezza.

  • I don't have freedom, dei Dam.

Non solo Israele: dalla droga al lavoro, i temi dell'hip hop palestinese

I pionieri in questo senso sono stati i Dam, fondati nel 1999 da Tamer Nafar, palestinese di Lidda e fan del rapper americano Tupac, insieme con suo fratello Suheil Nafar e l'amico Mahmoud Jreri.
Nelle canzoni dei Dam e dei gruppi nati sulle loro orme non si parla solo di Israele e lotta al sionismo, ma anche di disoccupazione, droga, criminalità. Costanti i richiami all’ipocrisia dei governi arabi e al disagio esistenziale di un popolo intrappolato tra due culture agli antipodi: quella araba e quella occidentale.
LA SPINTA DEI PR. I diritti delle donne sono un altro tema ricorrente, basti pensare alle Arapiat, un gruppo formato da due ragazze palestinesi che nei loro brani denunciano la condizione del gentil sesso nella società del XXI secolo: una fusione tra femminismo e hip hop.
Una forte spinta al movimento, oltre che dai Dam, è arrivata dai Pr (Palestinian Rappers o Palestinian Resistance). Primo gruppo rap nato nella Striscia di Gaza nel 2003, interpreta la musica come un mezzo pacifico per protestare contro occupazione e oppressione. Dalla loro nascita, sono emerse 55 nuove band interpreti del medesimo genere, secondo quanto ha riportato lo studio di Hugh Lovatt, ricercatore britannico, Palestine Hip Hop Culture and Rap Music.
LA RETE LANCIA IL MOVIMENTO. Prima dell'esposione della cultura hip hop fare musica nella Striscia e in Cisgiordania era estremamente complicato. Innanzitutto, a causa della mancanza di risorse: gli strumenti professionali, le sale di registrazione e le apparecchiature necessarie avevano costi molto elevati. Inoltre, c'era il problema di trovare una casa discografica: sia quelle israeliane sia quelle arabe erano particolarmente restie a produrre artisti palestinesi.
È con l'espansione di internet che questi hanno trovato la via giusta: costi moderati, alta visibilità, soprattutto sui social network e ancora prima su MySpace.
L'IMPORTANZA DEI BAMBINI. Dal punto di vista tecnico, il rap palestinese porta con sé due caratteristiche peculiari: l'uso di strumenti tipici della tradizione, come l'oud (strumento a corde, bombato, simile a una chitarra) e le percussioni, e - come fa notare Lovatt - il ricorso alle voci dei bambini: «Non rappresentano solo l'innocenza», conclude il ricercatore, «ma anche la speranza per il futuro».

Articoli Correlati

Potresti esserti perso