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TERRORISMO 18 Marzo Mar 2015 1728 18 marzo 2015

Tunisia, la fabbrica dei combattenti Isis

La strage al Bardo accende i riflettori sul Paese. Che dà al Califfo 3 mila jihadisti. In gran parte sono under 30. Reclutati in moschea o via Facebook. Foto e video.

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da Tunisi

La strage consumatasi al Bardo nel pomeriggio del 18 marzo - oltre 20 morti, di cui almeno due italiani, e 50 feriti - porta prepotentemente la Tunisia al centro del dibattito occidentale sul terrorismo.
Eppure sul Paese, a guida sì laica ma con una forte presenza islamica soprattutto nell'entroterra più povero, lo spettro dell'Isis aleggia minaccioso da tempo.
IL CAOS AL DI LÀ DEL CONFINE. Nessuno Stato al mondo, infatti, conta tanti seguaci del Califfo quanti ne ha la Tunisia: su 4 mila maghrebini che combattono per Abu Bakr al Baghdadi, i tunisini sono tra i 2.400 e i 3 mila.
E l'avanzata dell'Isis in Libia, al di là del confine Sud-Est, non può che peggiorare le cose.

Il ministero dell'Interno: «Rientrati in Tunisia 500 foreign fighter»

L'Isis ha tra le sue fila circa 3 mila combattenti tunisini.

Secondo quanto riportato da Rafik Chelly, segretario di Stato del ministero dell’Interno incaricato della sicurezza nazionale, 500 jihadisti sono rientrati in Tunisia, mentre si è impedito ad altri 10 mila di lasciare il territorio nazionale per andare a combattere in Siria e in Iraq.
«Questi giovani vengono reclutati attraverso tre piattaforme principali», spiega a Lettera43.it Faiçal Chérif, storico e ricercatore presso l’Ishtc, l’Istituto Superiore della Storia della Tunisia Contemporanea, specialista in storia militare e questioni di sicurezza. «Nel 90% dei casi il reclutamento avviene attraverso internet. Dopo la Rivoluzione il web non è più così controllato e non esiste un’istanza di sorveglianza».
Attraverso la Rete «si sviluppa la propaganda per il reclutamento e la conseguente influenza sui giovani».
OCCHIO A MOSCHEE E ASSOCIAZIONI CARITATIVE. Poi ci sono le moschee: «Non le grandi moschee», dice Chérif, «ma quelle che chiamiamo masajid, dove degli imam senza nessun tipo di cultura fanno le loro prediche». E infine le associazioni caritative, «che hanno un margine finanziario nascosto sotto altre voci, che in realtà va ad ingrossare le casse per il terrorismo. Tutti e tre i metodi di reclutamento sfuggono al controllo dello Stato».
Ma chi sono questi giovani che si lasciano influenzare dalla propaganda del Califfato e partono di nascosto dai propri familiari? «Si parla sempre di poveri», prosegue Chérif, «di ragazzi provenienti da zone popolari e disagiate, ma non è esattamente così. Ci sono stati ad esempio dei terroristi brillanti, come dei medici, che sono partiti per la Siria, per cui non c’è un profilo chiaro e ben distinto di questi terroristi».
L'IMPORTANZA DEL CONTROLLO ALLE FRONTIERE. Normalmente i foreign fighter si recano in Libia, poi da lì in Turchia e infine in Siria: «Per questo motivo è molto importante il controllo alle frontiere e servirebbe una squadra di persone preparate che sappia riconoscere il profilo di chi vuole poi andare in Siria, fermarlo e capire come è stato reclutato».
Per evitare le partenze, secondo l’esperto, bisogna anche prestare attenzione «alla forte propaganda emessa dai gruppi radicalisti, e sottolineo radicalisti, non jihadisti o islamisti. La propaganda non è un aspetto da sottovalutare, perché è attraverso essa che avviene il reclutamento».
«L'ISIS DEFORMA GLI ESTRATTI DEL CORANO». È una propaganda, quella dell'Isis, «che gioca sulle emozioni, non sulla ragione, e sull’ignoranza dei precetti dell’Islam, deformando volutamente degli estratti del Corano», dice Chérif. «Prendiamo i due giovani che hanno effettuato la strage a Charlie Hebdo: si tratta di ragazzi di seconda generazione, che non sanno l’arabo. Chi ha letto per loro il Corano, chi l’ha interpretato e li ha spinti all’azione? Queste persone si appropriano del testo coranico e fanno diventare sacra la loro parola».
Come fermare allora questa propaganda? «C’è bisogno di strutture adeguate per seguire questi giovani», spiega l'esperto, «per reintegrarli nella società e disintossicarli dallo spirito criminale acquisito. Devono essere seguiti da degli psicologi: attraverso di essi si potrebbe capire meglio questo fenomeno».

Ben Rejeb: «Non combattono per soldi, credono che andranno in Paradiso»

Tunisi: agenti delle forze speciali in azione nei pressi del The National Bardo Museum (18 marzo 2015).

Anche Mohamed Iqbel Ben Rejeb, presidente di Ratta, associazione di salvataggio dei tunisini bloccati all’estero, è convinto che per combattere il fenomeno alla radice un approccio di tipo securitario non basti, ma sia necessaria una strategia a lungo termine.
Ben Rejeb sa bene di cosa parla: suo fratello nel marzo 2013 è partito per la Siria, dov'è rimasto una decina di giorni per poi rientrare in Tunisia grazie alle pressioni della famiglia: «Per questo motivo ho deciso di creare l’associazione, per aiutare le famiglie che si trovano nella nostra stessa situazione», racconta a Lettera43.it. «Prima i familiari avevano paura a parlare e ad esporsi a causa dei salafiti. Ora siamo in contatto con più di 150 famiglie, da tutto il territorio tunisino. Alcune hanno i figli morti in Siria e ne vogliono recuperare il corpo, altre il cui figlio è rinchiuso nelle prigioni di Assad, altre ancora il figlio è partito per combattere».
«FONDAMENTALE REINTEGRARE I JIHADISTI». Gli obiettivi di Ratta sono svariati: oltre al sostegno alle famiglie per cercare di fare rientrare i propri figli e rimpatriare i corpi dei giovani morti, cerca di reintregrare i combattenti che tornano in Tunisia. «Queste persone in genere vengono arrestate», dice Ben Rejeb, «una minoranza è lasciata libera e controllata dalla polizia, ma questa può essere solo una soluzione temporanea».
Se finiscono in prigione «il rischio è che possano reclutare altri criminali, mentre se restano liberi potrebbero essere arruolati di nuovo. Bisogna invece cercare di reintegrarli nella società, per capire se possano costituire o meno un pericolo».
UN TUNISINO COSTA TRA I 3 E I 10 MILA DOLLARI. Un tunisino venduto all'Isis dai reclutatori costa tra i 3 e i 10 mila dollari: «Si tratta perlopiù di giovani tra i 18 e i 27 anni, il cui valore dipende dal loro livello di istruzione», continua il presidente di Ratta. «In generale si tratta di persone che hanno effettuato degli studi scientifici: lo Stato Islamico è ben organizzato e ha bisogno di operatori di un certo livello per poter gettare le fondamenta della società».
Una cosa è certa: «Non è per i soldi che questi giovani partono. Chi vuole arricchirsi va in Italia, chi va in Siria o in Iraq a combattere crede che poi andrà in Paradiso, combatte per una vita migliore nell’aldilà», spiega Ben Rejeb. «Per arrivare a destinazione prima spesso prendevano un volo diretto per Istanbul, ora si recano in Libia, dove alla frontiera ci sono contrabbandieri che facilitano il passaggio per circa 300 dinari (circa 150 euro, ndr) a persona oppure vanno in Marocco e poi da lì in Turchia».
FACEBOOK, IL PRIMO MEZZO DI RECLUTAMENTO. E se all’inizio partivano con un aspetto facilmente riconoscibile, «barba e jellaba, ora per cercare di non fare capire i propri intenti si vestono spesso in jeans e maglietta».
Anche per Ben Rejeb, come per Chérif, internet, soprattutto Facebook, è la prima piattaforma di reclutamento dei combattenti tunisini, seguito dalle moschee e dai mass media: «Ci sono molti predicatori su Al Jazeera e su diversi canali tunisini che incitano alla partenza», conclude. «Chi recluta è il vero problema: questi giovani sono come delle ruote che seguono il motore principale. Se si riesce a fermare il motore, anche le ruote smettono di girare».

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