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INIZIATIVA 23 Marzo Mar 2015 1500 23 marzo 2015

Jihadisti pentiti, il difficile ritorno a casa degli ex Isis

Hanno combattuto per il Califfato. Poi si sono pentiti. Vorrebbero rientrare in patria. Ma sono considerati terroristi. In Tunisia un avvocato prova ad aiutarli.

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L'avvocato penalista tunisino, Hazem Ksouri.

Alcuni tornano per colpire, come i jihadisti che - rientrati in Tunisia dalla Siria - hanno seminato il terrore al museo del Bardo.
Altri tornano perché sono pentiti, perché con la jihad sentono di non avere nulla a che fare. Perché, in altre parole, si rendono conto di avere commesso l'errore più grande della loro vita.
Per lavare quella macchia e lasciarsi alle spalle il passato da foreign fighter, queste persone talvolta si affidano a dei legali. Hazem Ksouri è uno di loro: «È nostro dovere occuparci di chi capisce di aver fatto un errore e decide di tornare a casa», racconta a Lettera43.it.
AL FIANCO DI CHI TORNA. Avvocato penalista, esperto in diritto internazionale, da mesi ormai, si occupa di queste persone che si trovano ad affrontare una situazione estremamente difficile.
«Vergogna, paura e preoccupazione: sono questi i sentimenti di chi accoglie di nuovo in casa un figlio partito per la jihad, ma che per tutti è solo un terrorista feroce», dice Ksouri. E precisa come sia «necessario gestire la situazione».
FOREIGN FIGHTERS TUNISINI. Il fenomeno dei 'rientri' sta coinvolgendo soprattutto la Tunisia, ma solo perché è stato il Paese che ha esportato più foreign fighter di altri. E i numeri non sono nemmeno tanto attendibili, perché se da un lato il governo tunisino ne stima oltre 3 mila, alcune associazioni - compreso Ksouri stesso - ne contano almeno il triplo. Di questi, molti sono morti, altri sono stati catturati e imprigionati in Iraq e Siria.
IL RITORNO IN SORDINA. Alcuni, però, hanno fatto ritorno. In sordina e sotto copertura. Perché per la legge tunisina sono colpevoli di terrorismo e non possono rimettere piede nello Stato, eppure la posizione del nuovo esecutivo di Tunisi ha mostrato delle piccole aperture, o quanto meno la volontà di affrontare il problema, pur mantenendo l’atteggiamento austero di chi considera queste persone un pericolo.
«Purtroppo sono situazioni davvero critiche», continua l'avvocato penalista, «e io sto facendo in modo che a questi uomini vengano riconosciuti dei diritti, così che possano avere un processo equo».
PAURA DELLE RITORSIONI. Ma non è facile forzare l’ostruzionismo dell’apparato, né tanto meno recuperare informazioni utili sia dall’estero sia dalle famiglie stesse, che non si fidano facilmente e hanno il terrore di subire delle ritorsioni.
«Alcuni si sono blindati in casa, perché credono che tutti sappiano chi nascondono in quelle stanze buie», ammette Ksouri, «parlare con loro è faticoso. Sono uomini che sembrano non avere più l’anima, sono spenti, inariditi da tanto orrore e consapevoli di aver fatto una scelta sbagliata, o forse disillusi, perché ci avevano creduto davvero nei 'bei discorsi' di reclutamento dell'Isis e invece si sono ritrovati all’inferno».

Il dolore delle madri che sperano nel ritorno dei figli

Miliziani dell'Isis in azione.

Poi ci sono, invece, quelle madri che si rivolgono a Ksouri con la speranza che questi possa ritrovare i loro figli partendo da una lettera di poche righe inviata da chissà dove.
Amoula (nome di fantasia), in questi giorni, sta aspettando di sapere se il figlio 18enne arrestato a Damasco, potrà mai tornare in Tunisia: non a casa, certo, ma in patria per scontare la sua pena nelle prigioni di Stato.
OSTRUZIONISMO SIRIANO. «Sarà un battaglia», dice Ksouri preoccupato, «perché il regime siriano li vuole condannare a morte e il governo tunisino non sta spingendo più di tanto, anche se si sta discutendo di aprire l’ambasciata a Damasco».
L'avvocato prova a rintracciare questi ragazzi nelle prigioni, a capire le loro condizioni di salute, a tutelarli, anche a distanza, per favorire una difesa e l’eventuale trasferimento in una cella tunisina, ma intanto la vera emergenza restano quelli che hanno fatto ritorno.
PROGRAMMA DI RECUPERO. Secondo alcuni dati, sarebbero circa 500 coloro che si sono pentiti e hanno abbandonato l’Isis, anche se non è una cifra attendibile, perché molti non sono tornati dalle famiglie - forse per vergogna - e vivono nascosti in villaggi ai confini con la Libia.
L’obiettivo primario del governo tunisino, soprattutto dopo l'attacco al Bardo, è monitorare queste presenze, perché il rischio è che possano comunque rappresentare una minaccia, diventando jihadisti in patria, comuni criminali o semplicemente perché, tramite il web, possono fare ancora, anche inconsapevolmente, proselitismo.
«I ministri stanno valutando di creare un programma di recupero per jihadisti pentiti», spiega Ksouri, «ma secondo me si deve intervenire dal punto di vista legale e i fondi vanno impiegati per politiche di prevenzione».
L'ISIS FA ALTRI PROSELITI. Se tanti tornano, infatti, molti ancora sono pronti a sacrificare la propria vita al califfo Abu Bakr al Baghdadi, soprattutto nell’area al confine con la Libia, che proprio in questo periodo è stata al centro di alcune operazioni dell'Isis. Nei giorni successivi all'attentato, la tensione è stata talmente alta che la Tunisia ha quasi pensato di chiudere il confine.
«Il terrorismo si nutre di contrabbando e il traffico coesiste con il terrorismo e questo deve finire», ha ammesso il ministro degli Interni Najem Gharsalli.
TENSIONI CON LA LIBIA. Eppure, per il momento, l’idea sembra sia stata abbandonata. La zona ha vissuto per decenni di traffici con la Libia e un blocco andrebbe a pesare su una già pesante condizioni socio-economico, terreno fertile proprio per il proselitismo dei jihadisti.
«È una situazione grave», conclude Ksouri, «ed è per questo che serve fare un discorso serio. Bisogna prendere l’impegno di creare politiche adatte, così come stanno facendo in Algeria, dove chi si pente subito e dimostra di non aver più niente a che fare con il Califfato ha diritto a uno sconto della pena».

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