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CRIMINALITÀ 23 Marzo Mar 2015 1401 23 marzo 2015

Sardegna, il business della marijuana

Dal Nuorese all'Ogliastra: piantagioni autonome e sorvegliate da vedette armate. La Regione diventa crocevia strategico. In quattro anni oltre 500 sequestri.

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In Sardegna sono state sequestrate oltre 30 mila piante di marijuana in quattro anni.

Di sequestro in sequestro è saltato il nesso del caso. E così la tendenza è stata tracciata, nero su bianco, anche dall’ultimo dossier della Direzione nazionale antimafia: in Sardegna la marijuana prodotta supera quella per l’autoconsumo.
Lo si legge nella relazione 2014 e l’Isola è diventata «crocevia di importanti traffici nel Mediterraneo». Basta seguire la cronaca delle confische di piantagioni sarde, diventate via via più consistenti e più frequenti. E la Regione si colloca, di colpo, dal 2012, al quinto posto nazionale per numero di piante sequestrate dopo il Lazio e quelle meridionali in cui la cannabis è affare della criminalità organizzata. Non solo in città o vicino alle coste, dove il traffico estivo è più intenso, ma soprattutto nell’interno.
MAXI PIANTAGIONI IN CAMPAGNE ABBANDONATE. Nei paesi del Nuorese e in Ogliastra, nascoste tra i cespugli di macchia mediterranea crescono le piante. La realtà ufficiale copre poi solo la parte repressiva del fenomeno, al ribasso. Le ricostruzioni dicono che le filiere sarde comprendono tutte le fasi: dalla coltivazione, ossia produzione, fino all’impacchettamento, distribuzione e commercializzazione. Per questo in molti casi le persone coinvolte sono dei piccoli gruppi, di amici e familiari.
Se le colture di città, in vaso o in piccole serre, hanno lo scopo della vendita “mordi e fuggi”, diverso è il caso dei boschi di marijuana. Nelle campagne abbandonate c’è spazio sufficiente per semine non costrittive destinate allo spaccio.
MODELLO NARCOS: INGEGNERI FAI-DA-TE E VEDETTE ARMATE. Due i blitz più importanti negli ultimi due anni: un ritrovamento di quasi 1.700 piante a Bortigali, nel Nuorese, appena 1.400 residenti all’anagrafe, e un altro a Ilbono, in Ogliastra. Quantitativo di poco inferiore con piante alte due metri ma organizzazione inedita, modello narcos: con tanto di vedette armate posizionate in tre punti diversi per controllare i movimenti dell’intera vallata.
Non solo: tra sistemi vari di innaffiamento, c’era una vera base dotata di fucili e proiettili, ma anche giacigli, una doccia da campo, una piccola dispensa e il necessario per fare il bucato.
La piantagione era inoltre totalmente autonoma grazie all’intervento di provetti ingegneri fai-da-te: con dei fili elettrici lunghi anche alcuni chilometri sfruttavano l’energia dai pali della corrente, da batterie d’auto e addirittura da pannelli fotovoltaici. Per gli inquirenti un sequestro «inserito in un contesto criminale di elevata professionalità e allarmante pericolosità» per un valore pari a oltre 1 milione di euro ma sfociato in un solo arresto. E c’è chi, addirittura, usa direttamente i terreni comunali o del demanio. O ancora quelli un parco, come l’oasi di Tepilora, a Bitti (sempre nel Nuorese).

Clima favorevole: i semi arrivano via web, a fine estate il raccolto

Una pianta di Marijuana.

A guidare le scoperte di carabinieri e polizia c’è la mappatura digitale del territorio. La piantagione illegale è apparentemente ben mimetizzata nella macchia mediterranea, ma a un occhio esperto non dovrebbero sfuggire, grazie al verde leggermente più chiaro.
I semi selezionatissimi – e costosi - della marijuana possono arrivare via posta, grazie al web. Si mettono a dimora in primavera, bastano pochi mesi e le cure assidue, e il raccolto può partire da fine estate. Il clima è favorevole al ritmo della pianta che, insomma, nell’Isola cresce bene.
Di certo è cambiato l’intero scenario della criminalità sarda tanto che a essa è stato dedicato il capitolo Le coltivazioni illegali di cannabis nel quarto rapporto di ricerca sulla criminalità nella Regione, a cura dell’Università di Sassari.
516 SEQUESTRI IN QUATTRO ANNI. In particolare i ricercatori Daniele Pulino e Sara Spanu hanno analizzato un periodo lungo: più di quattro anni, dal primo gennaio 2010 al primo novembre 2014: 516 i sequestri che hanno portato alla confisca di 30.479 piante. Il record regionale, di anno in anno, varia tra le province di Nuoro e di Sassari. Ma è nei territori del Nuorese, del Marghine, del Goceano e dell’Ogliastra che si concentra l’attività.
Qui, si legge nel report, «favorite dalla presenza di particolari condizioni territoriali e ambientali, sembrano essere particolarmente diffuse le coltivazioni più grandi». Ed è sempre qui che si concentrano le coltivazioni all’aperto, comunque la maggior parte.
L'IDENTIKIT: UOMO E UNDER 45. «Il fenomeno può essere letto, in certi casi, come una riconversione da altre attività criminali a più alto rischio», spiega a Lettera43.it Pulino. «Sia in termini di sanzioni penali, sia in termini personali. Basti pensare alle rapine a mano armata o ad altri reati della criminalità comune del centro Sardegna». Un mero calcolo di convenienza. Stando alle indagini delle forze dell’ordine, aggiunge il ricercatore, «parrebbe che alcuni recenti fatti di sangue, come omicidi per esempio, siano legati proprio alle attività di coltivazione e commercio».
Individuata la piantagione, è molto più difficile incastrare i responsabili e le indagini spesso si dilungano. Uomo, giovane e con qualifiche basse: questo l’identikit tracciato dai ricercatori con i dati a disposizione. Delle persone segnalate circa il 93% è di sesso maschile, mentre il 77% si colloca nelle classi d’età comprese dai 19 ai 46 anni. Le donne, invece, sono appena il 7% del totale delle persone incriminate, spesso con legami sentimentali, o di parentela, con altri componenti.
UN BUSINESS EXTRA-REGIONALE. Secondo quanto rilevato il 34% delle persone fermate per coltivazione di cannabis non lavorava, il 24% svolgeva un’attività nel settore agricolo-pastorale e il 19% era operaio. La gran parte ha un basso titolo di studio e uno scarso livello professionale, il che fa ritenere che in molti casi si tratti di semplice manodopera, pronta a un lavoro o a una redistribuzione del ricavato, a seconda del ruolo.
Non semplici paghette, comunque, ma quote di un investimento comune destinato a fruttare nel giro di pochi mesi parecchi soldi nel caso delle maxi piantagioni. Il business sardo funziona così: consegne locali e interessi che attraversano il mare.

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