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INTERVISTA 25 Marzo Mar 2015 0800 25 marzo 2015

Vinitaly, i consigli per il 2015: vini bianchi campani

Fiano, greco di tufo e falanghina. Ma anche i pugliesi. O il Nero d'Avola più puro. L'enologo Valentino: «Il Vinitaly riscopre la qualità. Ma diffidate dei troppi bio».

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Un giro d’affari da quasi 12 miliardi di euro, di cui più di 5 derivanti dall’export.
E circa 380 mila aziende attive.
Sono i numeri del vino italiano, in scena in questi giorni alla 49esima edizione di Vinitaly, dove si incontrano operatori e compratori del settore provenienti da tutto il mondo.
OLTRE 500 MILA BOTTIGLIE. Le cifre sono in crescita anno dopo anno, tanto che per questa edizione sono previste 576 mila bottiglie pronte a essere stappate nei quattro giorni di fiera.
Per un totale di 2,8 tonnellate di tappi di sughero, 200 mila tonnellate di vetro e 130 mila bicchieri utilizzati.
Ma il 2014 è stata un’annata difficile per i produttori italiani, a causa del maltempo durante la prima parte della stagione estiva.
PRODUZIONE IN CALO. E infatti la produzione complessiva si aggira intorno ai 40 milioni di ettolitri di vino, circa il 17% in meno rispetto al 2013.
L’enologo Angelo Antonio Valentino, impegnato in questi giorni a Verona, spiega a Lettera43.it: «Alcune regioni hanno sofferto più di altre, ma questo ha spinto alcuni produttori a puntare più sulla qualità che sulla quantità del loro vino. E contemporaneamente si stanno riscoprendo tecniche e vini che erano stati ingiustamente accantonati negli ultimi anni».

Il Vinitaly 2015 è stato inaugurato il 22 marzo. © Ansa



DOMANDA. Come’è l’atmosfera al Vinitaly?
RISPOSTA. Direi che questa edizione sta andando molto meglio degli anni passati. C’è un crescendo di interesse rispetto al vino italiano, soprattutto per quel che riguarda le regioni del Sud.
D. Per esempio?
R. Penso alla Puglia, alla Campania, la Sicilia. Ma non si disdegnano nemmeno le zone tradizionalmente famose per i loro vini. Come il Barolo, il Chianti, gli storici insomma.
D. Com’è stata l’ultima annata?
R. Estremamente difficile nella prima parte dell’estate, con piogge forti e torrenziali che hanno causato problemi e attacchi di malattia che hanno messo in difficoltà i produttori.
D. Poi, invece?
R. Nella seconda fase - quella della maturazione, la cosiddetta invaiatura, cioè quando l’acino cambia colore - si è ripreso il tempo, ci sono state temperature più calde. Certo, le condizioni dell’ultima stagione hanno avuto delle conseguenze.
D. Quali?
R. Molti produttori hanno deciso di puntare tutto sulla qualità, diminuendo la quantità e facendo invece grande selezione.
D. I vini più interessanti del 2015?
R. Per una questione di logistica e di clima i vini irpini. Ma anche di altre zone della Campania. E poi quelli della Puglia, che hanno sofferto meno e sono partiti con una marcia in più.
D. Che novità ci sono?
R. In Campania e in Puglia si è riscoperta la produzione dei vini frizzanti e di spumanti. Si stanno riscoprendo vecchie tradizioni che erano state abbandonate per mancanza di cultura, principalmente. Si aprono nuovi mercati, con il riconoscimento di varietà autoctone che negli ultimi anni erano state un po’ dimenticate.
D. Qualche esempio?
R. Il susamaniello in Puglia, un vino molto interessante eppure pressoché sconosciuto, ma anche il Piedirosso in Campania o un Nero d’Avola un po’ più puro in Sicilia, dove negli ultimi anni il trend era di associarvi altre uve.
D. Che altri vini consiglia?
R. È il momento giusto per la riscoperta dei tre vitigni campani: fiano, greco di tufo e falanghina. Ma anche di provare i tre tipi di Aglianico: il Taurasi, il Vulture e il Taburno.
D. E i pugliesi.
R. Sì, sono andati bene. E pure un buon verdicchio marchigiano, assolutamente da riscoprire, magari invecchiato di almeno 10 anni.
D. Che ne pensa del trend del bio che sembra aver raggiunto anche il mondo del vino?
R. Io sono polemico. Mi sembra che qualcuno ne approfitti per cavalcare l’onda.
D. E non è un bene?
R. Il punto è che ci sono tanti produttori che non lo dichiarano, ma credono in una produzione naturale, senza interventi dell’uomo o di prodotti chimici, però magari sono nascosti, non lo dicono in giro. Ma sono bio più di tanti altri che lo scrivono sull’etichetta però di bio, alla fine, hanno ben poco.
D. Cosa manca ancora all’industria italiana del vino?
R. La produzione italiana oggi ha ancora una filiera frammentata, non molto preparata all’espansione nel mondo.
D. Però il nostro vino è molto apprezzato, no?
R. Sì, ma il punto è che si potrebbe fare di più. Ci sono piccoli comparti che si affacciano al’estero e hanno comunque difficoltà. Se riuscissimo a raggrupparci potremmo rafforzarci, invece siamo legati alla forza di poche aziende.
D. Qual è la soluzione?
R. Ci vorrebbe un comparto almeno regionale, se non nazionale. L’unione fa la forza, è il caso di dirlo.
D. Intanto, complice anche la moda del cooking, sempre più gente si interessa al vino.
R. Va sempre bene. Più gente si appassiona al vino e cerca di riscoprire i sapori della nostra cultura, più c’è attenzione e qualità. Il problema? Spesso si va dietro alle mode senza approfondimento di nessun tipo. E le mode passano velocemente.

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