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INTERVISTA 26 Marzo Mar 2015 2024 26 marzo 2015

Airbus, Pompili: «Manca un focus sul rischio suicidi»

Sul lavoro non c'è sensibilizzazione. Zero controlli. E segnali d'allarme ignorati. Lo psichiatra Pompili sul gesto di Lubitz. I pm: «Si è schiantato di proposito».

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Un atto suicida. Andreas Lubitz di 28 anni, copilota dell'Airbus 320 della Germanwings, secondo le ultime rivelazioni si sarebbe schiantato volontariamente contro le Alpi di Seyne Les Alpes, in Alta Provenza. Portando con sé, nel suo delirio, 149 persone.
QUEL RITIRO DALL'ADDESTRAMENTO. Eppure era un «caro giovane», ha detto alla Faz una sua amica di infanzia, «di buona famiglia». L'ultima volta che lo ha incontrato, a Natale, gli sembrava in buone condizioni, anche se in passato si era ritirato per un periodo dall'addestramento a causa di una «sindrome da burnout, una depressione».
L'ipotesi del suicidio è realistica. Non è la prima volta che un pilota decide di togliersi la vita mentre è al comando di un aereo. «Ora bisognerà vedere se si tratta di suicidio o omicidio-suicidio», spiega a Lettera43.it Maurizio Pompili, responsabile del Servizio per la prevenzione del suicidio, psichiatra e docente a La Sapienza. «Per capirlo bisognerà attendere di conoscere la storia del pilota. Solo così si potranno avere risposte veritiere su ciò che è avvenuto e perché».

Maurizio Pompili, responsabile del Servizio per la prevenzione del suicidio, psichiatra e docente a La Sapienza.

DOMANDA. Una depressione è sufficiente a spiegare un gesto così estremo?
RISPOSTA. Nei suicidi si parla sempre di concause. Probabilmente il pilota, già in una condizione di fragilità, si è trovato in una situazione propizia per mettere in atto il suo intento suicidario.
D. Si è parlato di sindrome da burnout...
R. Può essere una delle cause. In questa condizione il soggetto non è in grado di reggere i pesi e le difficoltà.
D. Difficoltà come?
R. Per esempio un esaurimento psicofisico, che implica il venir meno delle risorse dell'individuo. O problemi relazionali.
D. È stato un atto meditato?
R. Sicuramente si è consumato dopo un dialogo interiore durato settimane o mesi. Non esiste il raptus. A quel punto anche un evento non eclatante può averlo destabilizzato. Ma questo lo dirà l'autopsia psicologica.
D. Di cosa si tratta?
R. Della ricostruzione dello stato mentale del suicida attraverso informazioni attendibili.
D. Resta l'ipotesi di omicidio-suicidio...
R. Sì, ma è ancora presto per dirlo. In questo caso tra il pilota e le vittime deve esserci un collegamento.
D. Cioè?
R. Potrebbe trattarsi di vendetta o, per assurdo, dell'odio nei confronti di un passeggero. Ma ripeto è ancora troppo presto per avanzare questo tipo di ipotesi. Mentre quella del suicidio è di sicuro più attendibile.
D. Uccidere altre 149 persone innocenti resta comunque un gesto terribile.
R. Il suicida ragiona secondo una logica diversa da quella quotidiana. Uccidersi appare come l'unica soluzione per mettere fine a un dolore diventato insopportabile. Un pensiero fisso.
D. Una sorta di tunnel...
R. Sì, nel quale si precipita dopo che tutte le altre opzioni per uscirne sono fallite.
D. Lubitz ha avuto ben otto minuti per pensare a quello che stava facendo. Un tempo infinito.
R. Non è inusuale. Ci sono tentativi di suicidio che si protraggono anche 24 ore. Si ingurgitano pasticche e alcol, si vomita e si comincia da capo. Il suicida è dissociato dalla realtà.
D. Alcuni psichiatri francesi hanno sottolineato la volontà di Lubitz di entrare in qualche modo nella storia. Cosa ne pensa?
R. È possibile. Può innescarsi un pensiero magico, grandioso. Come se l'atto letale fosse un salvataggio.
D. E a cosa è dovuto questo?
R. Sempre al distacco dalla realtà. Ma si verifica in casi estremi.
D. Lubitz era risultato idoneo al test psicofisico. Nessuno si è accorto del suo malessere?
R. Non c'entra, poteva benissimo risultare idoneo. Andrebbero fatti controlli periodici. Senza contare che negli ambienti di lavoro manca un focus sul rischio suicidio.
D. Cioè?
R. Non ci sono campagne di informazione o sono carenti. I dipendenti se in crisi dovrebbero potersi rivolgere a specialisti, chiedere aiuto sapendo di non essere discriminati. Gli enti preposti alla tutela dei passeggeri devono veicolare informazioni di questo tipo.
D. Ma quali sono i segnali di allarme a cui prestare attenzione?
R. Spesso nonostante ci siano, non sono decodificati. Vanno dal cambiamento repentino di umore al parlare spesso di morte, dal liberarsi di oggetti cari a fare testamento, fino ad assumere sostanze.

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