POLVERIERA 26 Marzo Mar 2015 1403 26 marzo 2015

Yemen, chi sono gli Houthi e perché combattono

Gli Houthi contro Usa, Arabia e al Qaeda. L'Iran li finanzia. E Riad li bombarda. Uno scontro politico rischia di far deflagrare tutto il Medio Oriente (foto).

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Se non fosse per la proverbiale imprevedibilità del Medio Oriente, i bombardamenti sauditi in Yemen (guarda la gallery) sarebbero il segno chiaro che è arrivato lo scontro finale.
Uno scontro che aleggia da 36 anni, da quando cioè l’instaurarsi della teocrazia dell’Ayatollah Khomeini a Teheran ha spaccato la regione tra due superpotenze in lotta tra loro: l’Arabia Saudita - spalleggiata dagli Usa e da tutto l’Occidente - da una parte, l’Iran dall’altra. Sunniti contro sciiti.
L'ETERNA LOTTA SCIITI-SUNNITI. Due visioni della vita e del potere secondo i dettami del Corano inconciliabili tra loro, ancorché entrambe prestate all’integralismo in momenti diversi: non è un caso se le prime vittime del jihadismo sunnita dell’Isis siano proprio i musulmani sciiti.
Ma perché lo Yemen? E chi sono gli Houthi contro cui il mondo combatte? E perché il mondo li combatte se loro sono in guerra con al Qaeda?
Le questioni, come quasi sempre in questa parte di mondo, sono più complesse di quello che sembrano.

Houthi è il nome del comandante che li guida

Yemen: sostenitori dei ribelli Houthi.

Come ha ricostruito il Guardian a gennaio, quando dalla provincia settentrionale di Saada arrivarono a conquistare la capitale yemenita Sanaa, gli Houthi sono un gruppo di combattenti formato nel 2004 per lottare contro il potere centrale dell’allora presidente Saleh, sunnita, sostenuto dagli americani e in carica per tre decenni.
“Houthi” non è un nome religioso, ma deriva da quello del loro leader Hussein Badreddin Houthi, fratello dell’attuale carismatico capo del gruppo, Abdul Malik Houthi.
APPARTENGONO ALLA SETTA DEGLI ZAIDI. Gli Houthi sono infatti espressione degli Zaidi, una setta sciita alla quale appartiene circa il 20-30% della popolazione del Paese, fortemente radicata nel Nord.
Fino ad allora, sunniti e sciiti avevano pacificamente convissuto in Yemen, un Paese più marcato da scontri e appartenenze tribali che da battaglie etnico-religiose.
L'OMBRA DI TEHERAN DIETRO I GUERRIERI. La lotta degli Houthi contro il governo sunnita non aveva dunque i connotati di una guerra religiosa, ma era piuttosto un tentativo di assumere le leve del comando, sottraendo lo Yemen alla volontà americana di controllare la regione, aumentata ulteriormente dopo l’11 settembre.
Anche (o soprattutto) per questo il gruppo è stato sostenuto economicamente dall’Iran sciita, interessato peraltro a disturbare i sauditi, che con lo Yemen confinano.
Oggi alcuni analisti, e tutti i Paesi dell’area, ritengono che gli Houthi si muovano per procura di Teheran, un po’ come gli Hezbollah in Libano: ed è questo il fattore centrale dello scontro finale.

Il loro nemico numero uno è al Qaeda

Sanaa (Yemen): un membro delle milizie Houthi pattuglia le strade vicino al palazzo presidenziale (20 gennaio 2015).

A complicare le cose, per capire chi siano veramente gli Houthi e perché siano riusciti in così poco tempo a conquistare il Paese, c’è il fatto che il gruppo avesse anche un secondo bersaglio: la rete del terrore, al Qaeda, radicata nel Sud del Paese.
COMBATTONO IL NUOVO REGIME. «I sostenitori del movimento ritengono che gli Houthi stiano correggendo gli errori degli accordi del 2011 (seguiti alle rivolte della Primavera araba che segnarono la fine del potere del presidente Saleh, ndr), che hanno preservato il potere e la corruzione dell’élite del vecchio regime», ha detto April Longley, analista dell’International crisis group, al Guardian.
«Credono nella volontà del gruppo di fronteggiare la corruzione, combattere al Qaeda e restaurare la sicurezza che non è garantita dall’inefficienza del governo», ha spiegato.
APPOGGIATI DALL'EX RAÌS SALEH. Motivazioni nobili con le quali gli Houthi hanno acquisito attrattiva tra la popolazione, riuscendo nell’impresa di conquistare la capitale e di costringere il presidente sunnita Abdrabbuh Mansour Hadi, sostenuto e “installato” dagli Usa, alla fuga.
Non è casuale che l’ex raìs Saleh - cioè l’uomo contro il quale si era inizialmente scagliato il movimento Houthi - abbia annusato l’opportunità e schierato i proprio uomini al fianco delle milizie Houthi, nel classico rimestamento delle carte di stampo mediorientale. Con le quali la religione, è bene ribadirlo, c’entra poco.

Il bombardamento di Riad, scelta senza precedenti

Yemen: nella notte del 25 marzo aerei sauditi hanno bombardato postazioni dei ribelli sciiti Houthi.

Ma cosa succede ora e perché la situazione è così esplosiva?
Ci sono due ragioni almeno.
Gli Houthi (con il loro “consiglio rivoluzionario”) cercano oggi di prendere possesso di Aden: hub commerciale del Paese affacciato sul Mar Rosso, nonché porta di passaggio di terroristi da e verso la Somalia e l’Eritrea, da cui poi arrivano masse di migranti verso l’Europa.
SULLO SFONDO LO SCONTRO ARABIA-IRAN. Fin troppo facile capire perché nessuno vorrebbe creare (altra) confusione in quel fazzoletto di terra.
Soprattutto, però, l’affermazione degli Houthi sostenuti dall’Iran è indigeribile per l’Arabia Saudita, e per gli americani: segnerebbe l’accrescimento di potere del blocco che è stato contenuto con ogni mezzo negli ultimi tre decenni, anche con il sostegno velato al terrorismo sunnita di stampo jihadista, e cioè al Qaeda, Isis e affini.
Il Consiglio di cooperazione del Golfo, l’organismo di coordinamento delle monarchie arabe a trazione saudita, affiancato dalla Giordania e - a quanto pare - dagli Usa ha scelto dunque di bombardare gli Houthi in Yemen: una scelta senza precedenti, come non era stata fatta per la Siria pure dilaniata da una guerra civile e governata da un presidente alawita, dunque filo sciita.
TEHERAN E LA TRATTATIVA SUL NUCLEARE. È difficile non vedere nella decisione un’implicita dichiarazione di guerra a Teheran, che infatti ha prontamente definito le operazioni «un’aggressione sostenuta dagli americani».
Se le cose in Medio Oriente fossero lineari, si potrebbe temere l’entrata in campo diretta dell’Iran, in uno scontro a tutto tondo. Ma in questa parte di mondo niente va mai in modo logico e lineare.
E l'Iran non è solito giocare a carte scoperte. Per non dire che c’è in ballo la trattativa sul nucleare (la deadline è il 30 marzo), per cui difficilmente vorrà rischiare di perdere tutto.
Considerazioni che non bastano comunque a sentirsi tranquilli.

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