Jobs 150317161332
SCHEDA 27 Marzo Mar 2015 0954 27 marzo 2015

Jobs act, i vantaggi per lavoratori e aziende

Ai dipendenti concessi sussidi, tutele crescenti, formazione e salario minimo. Ma sarà più facile licenziare e demansionare. La riforma del lavoro a punti. Contratti a tempo indeterminato: +38,4% in due mesi.

  • ...

Proteste contro il Jobs act.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha certificato che «nei primi due mesi del 2015 sono stati attivati 79 mila contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014». In percentuale, un aumento del 38,4%. E il Jobs act non era ancora in vigore.
Numeri positivi anche quelli snocciolati dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha annunciato come nei primi 20 giorni di vita della riforma del lavoro l’istituto abbia ottenuto 76 mila richieste di assunzioni dalle imprese, sfruttando i nuovi incentivi.
CHI FAVORISCE DAVVERO? Per l’economista «è probabile che il numero di lavoratori interessati sia più alto. E ciascuna richiesta potrebbe riguardare più lavoratori».
Semplici stabilizzazioni o creazione di nuovi posti di lavoro? Non è dato da sapere.
E tanto basta per riaprire l’annosa questione se il nuovo pacchetto di norme favorisca i lavoratori oppure i datori. Ecco i pro e i contro per le due categorie.

I vantaggi per i lavoratori

1. Addio flessibilità: spazio all'indeterminato a tutele crescenti

Nel 1996 il governo Prodi lanciò il pacchetto Treu e creò i Co.co.co, regolamentando la situazione dei cosiddetti collaboratori parasubordinati inseriti nella riforma pensionistica Dini.
Nel 2003 l’esecutivo Berlusconi approvò la legge Biagi e nacquero i Co.co.pro.
In entrambi i casi la politica giustificò la scelta con il tentativo di portare tutele a lavoratori che altrimenti sarebbero rimasti ancorati al sommerso. Il che, in parte avvenne.
PROLIFERAVANO COLLABORAZIONI. Le aziende, invece, interpretarono la cosa diversamente e fecero ricorso in maniera massiccia a partite Iva, lavoro in somministrazione e collaborazioni per risparmiare in tasse e in contributi.
CONTRIBUTI, ORA SI RISPARMIA IL 31%. Con il Jobs act il governo Renzi prova a ribaltare questo assunto e grazie a tre diversi incentivi rende il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti più conveniente (soltanto sul versante contributivo si risparmia fino al 31%) rispetto ai tempi determinati e alle collaborazioni.
Che - senza intese sindacali in senso contrario - dovrebbero essere via via rottamate.

2. Ammortizzatori scandinavi: sussidi e maternità per tutti

Il sistema del lavoro italiano è sempre stato contraddistinto da un dualismo tra tutele per gli assunti e quelle per i cosiddetti outsider (autonomi come professionisti e artigiani, parasubordinati).
Non a caso l’ammortizzatore sociale più invasivo - la Cassa integrazione - era concessa soltanto agli assunti.
Con il Jobs act, rispetto al passato, si inseriscono forme di protezioni destinate anche ai precari.
FINO A 1.300 EURO PER 24 MESI. Innanzitutto la Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l'impiego) erogata a chiunque, alla data della disoccupazione, abbia almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 4 anni.
E tanto basta per ottenere per 24 mesi un sussidio massimo di 1.300 euro (ogni quattro mesi cala del 4%) pari alla metà delle settimane per le quali si sono versati i contributi.
Ad hoc per i collaboratori la Dis-Coll, che come il nome sarà un assegno di disoccupazione introdotto in via sperimentale per il 2015 a collaboratori coordinati e continuativi e a progetto iscritti alla gestione separata dell'Inps. Per tutti loro sei mesi di indennità.
ASSEGNO PER GLI ULTRA 50ENNI. Il governo poi, forte dell’ipotesi che già dalla seconda parte dell’anno molte Cig in deroga non saranno confermate, ha intenzione di erogare dal primo maggio in via sperimentale l’Asdi: questo assegno di disoccupazione di sei mesi è stato pensato gli ultra 50enni che, scaduta la Naspi e troppo vecchi per trovare un nuovo lavoro, rischiano di essere esodati.
Da notare poi che la “maternità” viene estesa anche alle lavoratrici parasubordinate e alle donne lavoratrici autonome che hanno figli disabili non autosufficienti.

3. L’obbligo di formazione: per la prima volta l'aggiornamento al centro

Dice la legge Poletti che l’erogazione di Naspi, Dis-Coll e Asdi sarà «condizionato alla partecipazione del disoccupato a iniziative di attivazione lavorativa o di riqualificazione professionale».
Per la prima volta il sistema del lavoro italiano mette al centro delle politiche di outplacement la formazione, che storicamente - come dimostra il fallimento di Garanzia giovani - ha pagato l’incapacità delle Regioni di utilizzare al meglio i fondi per la Coesione.
PRONTA UN'AGENZIA NAZIONALE. Ha il sussidio soltanto chi si aggiorna. E in quest’ottica potrebbe aiutare la nascita di un’Agenzia nazionale per il lavoro, che sul modello tedesco e bypassando le competenze degli enti locali fornirà strumenti di formazione e ricollocamento.
L’Agenzia è ancora bloccata, ma il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è convinto di inserirla nei prossimi decreti del Jobs act.
VOUCHER PER LA RIQUALIFICAZIONE. Intanto va in questa direzione il contratto di ricollocamento, già utilizzato nella vicenda Alitalia: il lavoratore ottiene un voucher da poter “spendere” per servizi di riqualificazione.
Senza contare che se un’azienda investe in formazione vuol dire che non vuol perdere il lavoratore, sapendo che potrebbe usare queste competenze per la concorrenza.

4. Il salario minimo: come in America, Germania e Gran Bretagna

Nel prossimo decreto delegato il governo si appresta a inserire il salario minimo, come in America, Germania o Gran Bretagna.
I sindacati - con non certe ragioni - guardano alla cosa con timore, visto che un simile meccanismo potrebbe ledere la dialettica nelle relazioni industriali.
MAGGIOR POTERE D'ACQUISTO. In realtà questo sistema potrebbe difendere anche le prerogative per i lavoratori che sono occupati nelle categorie più deboli e aumentare il loro potere d’acquisto.

I vantaggi per le aziende

1. Taglio del cuneo fiscale: sui contributi risparmio fino a 3.066 euro

Le aziende italiane si sono sempre lamentate dell’eccessivo cuneo fiscale (il divario tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto riceve al netto in busta paga), che in Italia secondo l’Ocse sfiora il 50% ed è superiore di quasi 10 punti alla media europea.
GARANTITE TRE INCENTIVAZIONI. Il governo ha garantito tre incentivazioni sul contratto a tutele crescenti: la piena deducibilità della parte dell’Irap che si applica al lavoro, la decontribuzione per tre anni se si assume qualcuno entro il 31 dicembre 2015, un ulteriore sconto se si pesca nella platea degli iscritti a Youth Garantee.
Soltanto sul versante dei contributi il datore risparmia fino a 3.066 euro.
PERÒ NON SI APPLICA NEL 2016. I sindacati hanno fatto notare che questo sgravio non si applica nel 2016 e questo potrebbe favorire la stabilizzazione dei lavori precari e non la creazione tout court di posti di lavoro.

2. Più facile licenziare: reintegro solo per casi discriminatori o disciplinari

All’articolo 18 lo Statuto dei lavoratori prevedeva il pieno reintegro per il lavoratore licenziato in maniera illegittima nelle aziende sopra i 15 dipendenti.
E in questi anni la norma è stata applicata nella maniera più estensiva.
Per gli imprenditori è un grosso limite non poter licenziare chi non rispetta le regole o non poter ridurre con maggiore libertà il personale in caso di crisi.
LO CHIEDEVA L'EUROPA ALL'ITALIA. E - come ha fatto intendere in più occasioni l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale o l’Ocse chiedendo più flessibilità in uscita - non meno deleterio è non avere certezze sui tempi dei processi davanti al giudice per il lavoro e sull’entità dei risarcimenti, che spesso accompagnavano la restituzione del vecchio posto di lavoro.
INDENNIZZO FINO A 24 MENSILITÀ. Il Jobs act, completando una riforma già iniziata con la legge Fornero, risponde appieno a questi bisogni.
Il reintegro diventa obbligatorio soltanto in caso di licenziamento illegittimo discriminatorio e disciplinare.
Per le altre fattispecie scatterà soltanto un indennizzo, calcolato in base all’anzianità aziendale (due mensilità ogni anno di servizio con un minimo di quattro e un massimo di 24 mensilità).

3. Licenziamenti collettivi possibili: giovani più ricattabili

Forte anche della pressione dei centristi della maggioranza, il governo ha deciso di estendere l’applicazione del Jobs act anche ai licenziamenti collettivi.
Questa decisione finisce per rafforzare non poco al tavolo delle trattative il potere di contrattazione delle aziende.
DISPARITÀ FRA NUOVI E VECCHI ASSUNTI. E si indebolisce la forza del lavoratore, anche perché questa norma crea un diverso trattamento tra nuovi e vecchi assunti, con il risultato che i “giovani” finiscono per essere più ricattabili.

4. Demansionamento flessibile: libertà dell'azienda di ristrutturare

Per i sindacati è uno dei punti maggiormente peggiorativi.
Il Jobs act dà all’impresa la possibilità di «riorganizzare e ristrutturare le mansioni, senza l’obbligo di adibire i propri lavoratori ai compiti per i quali sono stati assunti (o per incarichi superiori)», ma soltanto «con l’obiettivo di tutelare il posto di lavoro e la professionalità».
MA NON SI TOCCA LO STIPENDIO. Unico paletto confermato: il divieto di intervenire sull’entità del salario. Sempre la legge Poletti prevede l’autorizzazione per i controlli a distanza delle attività produttive.
Infatti nei luoghi di lavoro si potranno utilizzare dispositivi come telecamere per eseguire controlli, ma solo sull’uso macchinari e non sulla prestazione del lavoratore.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso