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REPORTAGE 27 Marzo Mar 2015 0600 27 marzo 2015

Pomigliano: la rassegnazione è più forte di Landini

Landini manifesta allo stabilimento Fiat. Ma gli operai preferiscono il silenzio. Pesano le ruggini tra Cgil e de Magistris. E la paura di finire di nuovo in Cig.

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da Pomigliano

Maurizio Landini, leader della Fiom.

I dirigenti Cgil di Napoli smentiscono chi prova a raccontarlo, ma i ben informati sussurrano che all’indirizzo di Maurizio Landini, leader Fiom in corsa con Coalizione sociale nella speranza di coagulare un po’ di “sinistra-sinistra”, gli avvertimenti siano stati lanciati con voce forte e chiara: «Se davvero hai intenzione di allearti con il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e con la sua associazione demA, puoi scordarti il nostro appoggio, pubblico o privato che sia».
E poco importa se alla manifestazione Susanna Camusso, leader nazionale del sindacato, ci sarà, il problema è a livello locale.
LE RUGGINI TRA DE MAGISTRIS E CGIL. Il motivo dell’ultimatum Cgil si spiegherebbe con il rancore che de Magistris avrebbe provocato tra i vertici locali del sindacato favorendo (più o meno esplicitamente) una sigla autonoma interna al Municipio di Napoli che si chiama Dicapp, è molto diffusa tra le (discusse) guardie municipali e negli ultimi mesi ha “soffiato” quasi 1.000 iscritti alla Cgil e altri minaccia di sottrarne grazie ai presunti (ma succulenti) “vantaggi” che - secondo una denuncia che il segretario Cgil di Napoli Federico Libertino ha inoltrato alla procura - la nuova tessera sarebbe in grado di procurare a chi se la infila in tasca.
DEMA SI SCHIERA CON COALIZIONE SOCIALE. Rivalità, dunque. E rancori. E gelosie da concorrenza, più o meno sleale. «Ma no, è tutto falso», giura la Cgil Napoli. Che cosa sarebbe falso? «L’ultimatum a Landini». E via con la denuncia sul «tentativo di colpire gli interessi dei lavoratori».
Nel frattempo, l’associazione voluta da de Magistris, la neonata demA, ha annunciato la partecipazione dei propri adepti alla manifestazione di Coalizione sociale in programma per sabato 28 marzo. In principio, si era deciso di organizzare i pullman.
Poi, un solo pullman. Ora, pare che i pochi prenotati partiranno in treno, alla spicciolata.
LANDINI FA FLOP A POMIGLIANO. Ma - adesioni a parte - è nel clima tellurico delle fabbriche (quelle precarie o rimaste in piedi) del Napoletano che Landini si sta giocando gran parte della credibilità del suo tentativo politico.
Coalizione sociale non ha avuto timori a recarsi davanti ai cancelli di Fiat a Pomigliano, dove il 14 febbraio alle ore di sciopero indette dalla Fiom contro i sabati di straordinario imposti dall’azienda senza richiamare in servizio neanche uno dei 2.600 lavoratori ancora in bilico tra cassa integrazione e iper-precariato, hanno detto sì solo cinque operai.
Un flop clamoroso, che ha entusiasmato i vertici aziendali ma anche quelli di Fim Cisl, il sindacato concorrente che - grazie alle sue posizioni considerate soft - sta riscuotendo rassegnati consensi tra i lavoratori spaventati.

La paura degli operai: «Ci spiano, non rischio una nuova Cig»

Operai all'interno dello stabilimento Fiat di Pomigliano.

Ma davvero c’è tanta paura tra gli operai a Pomigliano? Ore 5 di mattina, inizia il turno, c’è folla ai cancelli: «Perché solo in cinque avete fatto sciopero?». Musi lunghi, silenzi. «Mi scusi ma vado di fretta. No guarda: non rispondo». «Qui intorno pullula di team leader (gli ex capi-reparto, ndr)». E ancora, sottovoce: «Lo sai che ci spiano? Io ho impiegato anni per rientrare in reparto: non rischio di certo una nuova cassa integrazione per rispondere a te».
Chi più lavora, meno parla. Ma anche chi lavora poco o niente, non ha voglia di esprimersi. Forse, nella speranza di lavorare un po’ di più.
CLIMA DI RASSEGNAZIONE. Il clima è da vinti. Da rassegnati, annullati. Fare sciopero? Impensabile. Agli operai di Pomigliano Landini ha parlato fuori dai denti: «Sappiamo che avete paura di perdere il posto così faticosamente riacciuffato. Sappiamo che qui in fabbrica chi esprime critiche rischia la cassa integrazione. Ma sappiamo anche che vogliamo un nuovo Statuto dei lavoratori, moderno ed efficace. E nuove regole che non ammazzino la dignità e aprano prospettive per tutti».
C’è chi ha paragonato l’ottica con cui il leader Fiom si sta approcciando alla complicata realtà del Napoletano a quella delle ottocentesche società di mutuo soccorso, basate sulla spinta alla solidarietà e sullo scambio reciproco di sostegno.
«MARCHIONNE, E QUELLA PROMESSA?». Un’utopia? Un patetico aggrapparsi a forme ormai desuete di lotta pre-sindacale? Stando ai risultati (incoraggianti) ottenuti con il Fondo di solidarietà aperto a favore dei lavoratori Fiat e dell’indotto, sembra di no: il conto corrente su cui chi vuole può offrire in dono la quota del proprio straordinario a favore di chi è a casa è gestito dall’associazione Libera e dal parroco della chiesa madre di San felice in Pincis a Pomigliano, don Peppino Gambardella, che sulla dirigenza Fiat e sui metodi produttivi in uso a Pomigliano non è mai stato tenero.
Ai lavoratori, Landini ha detto: «Rinuncia alle pause, ritmi serratissimi, azzeramento del conflitto sindacale, metà della forza lavoro a perenne cassa integrazione, fuga dal contratto nazionale: in cambio, Marchionne aveva promesso che tutti i dipendenti Fiat sarebbero rientrati in fabbrica. Ma che cosa ne è stato di quella promessa?».
IL CONFRONTO IMPIETOSO CON VOLKSWAGEN. E ancora: «Non è vero che chi ha perso nel sindacato ora si dà alla politica: in nessun luogo come a Pomigliano c’è bisogno di regole che restituiscano dignità al lavoro e tutelino i diritti di tutti e non solo di coloro che si piegano ai diktat di chi comanda».
Di qui, l’annuncio della volontà di presentare un disegno di legge alternativo al Jobs Act: «Non è un caso», ha aggiunto il leader Fiom, «se oggi, grazie al metodo Marchionne, ai lavoratori Fiat spettano salari più bassi rispetto a quelli degli altri metalmeccanici».
E giù le cifre, che fanno impressione specie se paragonate a un qualsiasi operaio Volkswagen.

Il futuro incerto dello stabilimento

Pomigliano d'Arco: operai Fiat contro Sergio Marchionne.

Tensione, proposte, atmosfere da riscatto (e da ricatto). Ma l’area in cui si opera è di sicuro tra le più devastate: si sparge la voce che Finmeccanica ha venduto Ansaldo Breda e Ansaldo Sts alla giapponese Hitachi.
È il crollo dell’ultimo, estremo tassello di un sistema industriale svenduto a pezzi e di un territorio ormai desertificato.
Del resto, per la stessa Fiat a Pomigliano il futuro si presenta ostile e più incerto che altrove.
OLTRE LA PANDA, IL VUOTO. Lo confermano i dati: lo stabilimento di Melfi produce Jeep Renegade, 500 X e Grande Punto. Quello di Cassino va bene con l’eterna Giulietta e da giugno produrrà la nuova Giulia e un nuovo Suv Alfa. Grugliasco se la cava con le due nuove vetture Maserati. Dei cinque modelli nuovi annunciati da Marchionne, qualcosa finirà a Mirafiori, che oggi affanna perché la sola Mito non basta.
E Pomigliano? Sta tirando avanti con la Panda, grazie all’imprevista impennata di vendite. Già, ma poi? Ai cancelli ci si chiede: «Che cosa accadrà qui nella ex Alfa Sud quando il boom di Panda sarà esaurito? C’è qualcuno tra i cinque nuovi modelli Fiat destinato a Pomigliano? Se sì, perché Marchionne non ce lo dice? Che senso ha accumulare angoscia su angoscia tra le centinaia di famiglie che hanno esaurito la pensione dei nonni e non sanno più come sopravvivere?».
BOMBE CARTA E INTIMIDAZIONI IN CITTÀ. Paura, incertezza, angoscia diffusa. Pomigliano è una cittadina depressa che non sa più sorridere alla vita. Il clima è da lacrime. La rabbia cresce. Bombe carta, assalti alle sedi dei partiti, intimidazioni alla politica in stile malavita fanno compagnia alla “normale “ attività della criminalità organizzata che spara e fa soldi col pizzo: le elezioni primarie del Partito democratico locale sono finite in pubblica rissa tra i seguaci dell’ex governatore della Campania Antonio Bassolino e gli altri.
Il metodo Marchionne fa il resto. E non perdona: in Fiat 2 mila operai sono a capo chino a lavoro, 2.400 ancora no. E poi ci sono i 300 uomini e donne ritenuti “troppo cattivi” (sindacalmente parlando) e relegati in un padiglione a Nola dove da anni non è più concesso loro di lavorare.
LA CRISI DELL'INDOTTO. L’indotto agonizza, ma non ne parla nessuno. Spiega un ex operaio Alfa: «È nella bolgia di un tale contesto sociale, disperato e complicato, che Landini e i suoi stanno tentando di convincere con le idee e i principi di Coalizione sociale». E aggiunge: «Velleitari? Può darsi. Ma qui la dose di rabbia necessaria esiste, anzi è profonda e funzionale a chi, come il leader Fiom, intende ribaltare il consolidato statu quo».
Fiat e Marchionne, dal canto loro, con le parole e i gesti spalancano un giorno sì e un altro pure enormi varchi alla contestazione: ora l’amministratore delegato sta promettendo che in fabbrica «rientreranno tutti entro il 2018». Nel 2010 aveva promesso il pieno impiego «entro il 2013», se gli operai fossero stati bravi e ubbidienti. Promesse, annunci, titoli sui giornali. E minacce. Mormora un cassintegrato: «Questa vince, quella perde. Se non è il gioco delle tre carte, che razza di gioco è?».

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