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INTERVISTA 1 Aprile Apr 2015 1444 01 aprile 2015

Airbus, Boetti: «Lo schianto? La paura arriva alla fine»

Sopravvissuto a un incidente aereo nel 1993, Maurizio Boetti è tornato a volare: «Quando succede non hai tempo di pensare a nulla». Il suo racconto a Lettera43.

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Era il 14 settembre 1993. A Varsavia imperversava un terribile temporale. Maurizio Boetti era seduto in prima classe, fila 10, e aspettava di atterrare per togliersi di dosso «quel disagio» tipico di quando ci si trova in mezzo a una forte turbolenza.
Poi l'imprevedibile: l'aereo che tocca terra e non rallenta, i freni che non entrano in funzione, l'impatto e l'incendio.
«CI RIPENSO OGNI VOLTA». Sono passati quasi 22 anni, ma «ogni volta che c'è un nuovo incidente ci ripenso». Mentre dai rottami dell'Airbus A320 della Germanwings precipitato sulle montagne della Provenza emerge un video che ritrae gli ultimi momenti prima dello schianto, lui ha raccontato a Lettera43.it quegli attimi di panico collettivo, l'adrenalina, i mesi impegnati per superare il trauma. E tornare a volare.
«NON MI SENTO UN SOPRAVVISSUTO». «Oggi non ho problemi a salire su un aereo, e non mi sento un sopravvissuto», spiega, ma quell'incidente ha lasciato il segno: due vertebre esplose, una protesi alla schiena, il dolore che ritorna quando il tempo cambia. «Sono cose che ti segnano per sempre», nella mente e nel corpo.

Maurizio Boetti.

DOMANDA. Anche lei viaggiava su un Airbus A320 della Lufthansa. Che effetto le ha fatto sentire di nuovo quei nomi?
RISPOSTA.
Sono sincero, ho superato il trauma nei primi mesi dopo il mio incidente. Lavoravo e non potevo permettermi di non prendere più aerei, così ho volato più di prima. Lufthansa è una compagnia molto seria e credo che risolveranno tutto con le famiglie. Il loro nome è una garanzia.
D. Lei si ricorda i momenti del suo incidente?
R.
Stavamo atterrando, c'era un forte temporale e l'aereo beccheggiava. Non vedevo l'ora dell'atterraggio per togliermi quel disagio. Ma quando ha toccato terra non ha frenato.
D. E in quel momento cosa è successo?
R.
Ci siamo resi conto di quello che accadeva solo pochi secondi prima dello schianto. Non abbiamo avuto il tempo di capire quello che succedeva, se non gli ultimi due secondi.

D. Non ci sono state scene di panico?
R.
Il panico è subentrato dopo l'impatto, quando l'aereo ha preso fuoco. La gente cercava una via d'uscita, pensava a salvarsi la vita, e non guardava in faccia nessuno. Io mi sono ritrovato steso sul corridoio e mi camminavano sulla schiena.
D. Sarà capitato lo stesso ai passeggeri del volo Germanwings?
R.
Immagino si siano accorti che calava di quota, ma che abbiano realizzato il tutto solo quando si sono trovati le montagne davanti. Solo negli ultimi secondi.
D. Lei a cosa ha pensato?
R.
Non ci sono pensieri, c'è solo lo spirito di sopravvivenza. Io ero semi-paralizzato per via delle ferite, qualcuno mi ha spinto fuori e ho cercato di allontanarmi il più possibile mentre arrivavano i vigili del fuoco e le ambulanze che erano già lì per l'inaugurazione del nuovo hub della Lufthansa.
D. Quindi non è vero che in quei momenti si rivede il film della propria vita?
R.
Per quel che mi riguarda sono solo leggende metropolitane. Mai pensato alla mia vita, alla mia famiglia, alla preghiera. Dopo ho pensato al mio ombrello.
D. Il suo ombrello?
R.
Diluviava, avevo una camicia a maniche corte, se avessi avuto un ombrello non mi sarei bagnato e non avrei preso il raffreddore. E adesso ogni volta che vado in aereo penso che ho con me l'ombrello. E che mi salverà la vita. Consiglio a tutti di trovare un'ancora mentale a cui aggrapparsi.
D. Lei con due vertebre esplose riusciva a pensare alla pioggia?
R.
E certo. Chiesi anche di fumare e mi guardarono come se fossi scemo. In quel momento l'adrenalina è di molto superiore al normale. La testa fa fatica a razionalizzare nell'immediato.
D. Come ha fatto a superare il trauma e risalire su un aereo?
R.
Il mio datore di lavoro mi aveva registrato tutti i telegiornali. Quando ci siamo rivisti mi ha dato la cassetta e io me li sono riguardati tutti. E mi ha dato un po' di sollievo.
D. Una terapia d'urto...
R.
Sì. Ho guardato anche tanti film su disastri aerei, ho i miei preferiti che riguardo ogni volta che un incidente mi riporta alla mente il mio.
D. E funziona?
R.
Con me ha funzionato, e quando ci sono stati gli incontri con gli psicologi della Lufthansa sono rimasti colpiti, confermando che quello è uno dei sistemi migliori per superare il trauma. Ho preso il toro per le corna.
D. Ed è tornato a volare.
R.
Dopo sei mesi ero di nuovo su un aereo per Monaco, l'anno dopo, nello stesso giorno e alla stessa ora dell'incidente, ho ripreso quel volo per Varsavia, solo per esorcizzare la paura.
D. Lei si sente un sopravvissuto?
R.
No, assolutamente. È il destino, il fato: è stato così, è capitato.
D. In questo caso non ci sono sopravvissuti, solo parenti che piangono i loro cari: i suoi devono avere vissuto attimi d'angoscia dopo l'incidente.
R.
Mia moglie mi ha visto in televisione, mi ha riconosciuto dagli stivali. Gli stessi stivali che ora ho appesi al muro.
D. Come si possono aiutare le famiglie delle vittime?
R.
È dura. Hanno bisogno di qualcuno che spieghi loro che queste persone non hanno sofferto. Bisogna convincerle che la loro morte è stata istantanea, che non hanno avuto il tempo di provare dolore. Da parte mia c'è grande solidarietà.
D. Poi ci sono i risarcimenti?
R.
A quelli penseranno le assicurazioni, c'è la convenzione di Montreal. Ma i soldi non possono compensare nulla. Io stesso sono invalido, ho un'indennità, ma senza incidente avrei continuato a lavorare come prima, non avrei una protesi alla schiena e non sentirei dolore ogni volta che cambia il tempo o, come oggi, si alza il vento.

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